venerdì 28 novembre 2014

Rischio editoriale. O anche no.

*Informazione di servizio: questo è un post moderatamente polemico. La blogger si scusa per le paturnie e adduce la dieta pre-natalizia come scusante. A tutti coloro che non hanno sparato allo schermo, buona lettura.*
Non manco di libri da recensire, né della voglia di parlarne. C'è però un argomento, non particolarmente originale, ne convengo, di cui non mi dispiacerebbe chiacchierare, anche se deficito dei dati per farlo approfonditamente. Diciamo che si tratta di un'impressione che mi porta un ennesimo pizzico di scoramento. Potrei anche contestualizzarlo riportando i dati sul calo dei lettori, sull'identità di titoli e copertine, dell'accorpamento di trame. Potrei, ma sono cose che ormai qualsiasi lettore, volente o nolente, ha compreso e introiettato. Quindi mi (vi) risparmio il pippone introduttivo e passo al fulcro del post.
Il rischio editoriale. Più o meno.
Ora, l'editoria è un'impresa. Con una responsabilità enorme, con un'altezza incomparabile al resto dei comparti dell'economia, con tutta la dignità che compete a ciò che è cultura, ma è un'impresa. E come ogni impresa che si rispetti, dovrebbe contemplare un certo rischio, nell'investire in qualcosa che non sia sicuro in quanto replica, ma nuovo. In realtà credo che per parlare di un vero e proprio 'rischio' dovrei fare riferimento a uno sperimentalismo letterario difficilmente digeribile, quando invece per 'rischio' intendo anche uno scrittore sconosciuto, la nascita di una nuova collana o di una nuova casa editrice che non replichi i passi e il catalogo di quelli già esistenti.
Non sono informata su come funzioni nel resto dell'economia, chi segua chi, chi rischi cosa, ma posso dire che non mi piace che nell'editoria, almeno quella italica, il rischio di innovare se lo accollino soprattutto le piccole case editrici. Quelle con meno mezzi, quelle che non possono permettersi di fallire e che ovviamente non hanno neanche granché da investire. Ecco, la mia – fastidiosa – impressione è che le grandi case editrici seguano i passi faticosamente portati avanti dalle piccole.
Porto un paio di esempi, che altrimenti è pura fuffa.
George R. R. Martin è l'autore delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, saga fantasy dalla quale è stata tratta la celebre serie tv Game of Thrones. Tuttavia, il bel Martin aveva già pubblicato un buon numero di libri prima di iniziare a scrivere di Westeros, e questi libri, prima totalmente ignorati da Mondadori, sono stati pubblicati da Gargoyle Books, piccola casa editrice romana. Alcuni di questi titoli hanno avuto delle discrete vendite, ragion per cui Mondadori ha seguito l'esempio di Gargoyle, pubblicando lei stessa altri libri di Martin.
Lo stesso è avvenuto con Joe Abercrombie, passato da Gargoyle a Mondadori. Sembra quasi che la prima sia il reparto di prova della seconda.
Avrei un altro paio di esempi, che però preferisco tenermi per me. Un tantinello vigliacco da parte mia, ma poiché non si tratta di impressioni captate dal guardare le uscite, ma di conclusioni cui sono giunta chiacchierando con persone interne all'editoria, ecco, meglio se me le tengo per me.
È però notorio che in Italia per 'fare colpo' sui grandi editori, prima devi farti le ossa coi piccoli. Farti notare, crearti il tuo seguito, proporti non più da aspirante, ma da autore pronto al balzo. Non che io non comprenda la logica dietro questo metodo, sarebbe impossibile per una grande casa editrice tenere dietro tutti i manoscritti che arrivano. Anche se, come dire... se non loro, chi?
Ho quest'impressione, che le grandi case editrici usino le più piccole come banco di prova, come simulazioni di mercato, e proprio non mi va giù. Sono i grandi editori quelli con spazio di manovra e possibilità di investire. Magari finora si è sempre fatto così, e sicuramente è un metodo che funziona. Ripeto, non è che non ne capisca la logica, né sto accusando i professionisti dell'editoria di compiere chissà quale turpitudine, però non credo sia il modo giusto di cercare talenti. Mi infastidisce che una piccola casa editrice investa in un determinato autore, o in un certo genere, che tramite passaparola e iniziative riesca a crearsi un seguito attento e interessato, per poi vedere spuntare, a processo finito, una grande casa editrice che ricalca le mosse di quella che l'ha preceduta, raccogliendo frutti che non ha piantato.
Voi che ne pensate? Che sia normale così, che non ci sia nulla di strano, o che io veda cose che non esistono?
Ad ogni modo ci sentiamo presto, per una nuova puntata di Cause Perse: Mulini a vento, come fermare l'invasione?
(Ovviamente non mi riferisco a tutte le case editrici, né penso che queste passino le loro giornate a fare da segugio dietro ai successi delle più piccole. Trattasi di una tendenza che ho notato, non di una strategia totalizzante. Giusto per essere  chiari.)

18 commenti:

  1. La tendenza che tra virgolette denunci esiste indubbiamente. Potrei portarti decine di altri esempi oltre a quelli che tu citi, mi soffermo solo sul caso del romanzo horror " I Vermi Conquistatori" di Brian Keene, pubblicato pochi anni orsono dalle defunte edizioni XII ed ora annunciato come ristampa dalla Mondadori. Considerando che dello stesso autore esistono decine di romanzi mai tradotti in Italia forse si sarebbe anche potuto pensare a qualche altra alternativa.
    Io temo che le case editrici tendano a voler andare sul sicuro, a non voler più investire sulla novità.
    Nemmeno io parlo di congiura o di strategia voluta, tempo piuttosto che-specie se parliamo di editori grossi- temo che si tratti del contrario cioè di mancanza di strategie e di programmazione nel lungo periodo.

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    1. Sì, ecco, non vorrei dare l'impressione di 'ah, infide e spietate case editrici di considerevoli dimensioni, incontrate il mio sdegno', è che questo sistema mi dà proprio l'idea di non essere granché... come dire... logico. A parte la scelta di pubblicare un titolo già pubblicato - perché non uno inedito dello stesso autore? Mah °__° - è proprio strano che, soprattutto per quanto riguarda la letteratura di genere, si affidino così tanto alle pubblicazioni di case editrici più piccole. Dopotutto sono loro ad avere più risorse.

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  2. Be', dunque. La tendenza c'è e per citare il caso che credo sia più eclatante di tutti è Fante, prima di Marcos y Marcos e poi di Einaudi (e vabbè). Pare che ultimamente ce l'abbia a morte con Einaudi e, in effetti, un po' sì. L'esempio di Martin anche calza a pennello ma io credo che tutto questo sia funzionale. Nel senso che è più semplice puntare su qualcosa che ha già avuto delle discrete vendite piuttosto che lanciarsi su qualcosa di nuovo. Il discorso si riduce a "minor sforzo maggior risultato". Con tutte le varianti del caso, ecco.
    Sì, sono un po' pessimista oggi. Sic.

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    1. Che sia più semplice puntare su quanto ha già avuto delle buone vendite è vero, ma mi suona assai bislacco che si attendano i risultati di quelle vendite prima di muovere un passo. Voglio dire, visto che sono le grandi CE quelle con più risorse, trovo strano che siano così prudenti e... beh, suona male, però un po' 'pigre' nella ricerca di novità. Tipo, all'educational di Tarenzi - che nomino con una certa costanza xD - si è parlato di un sacco di libri meravigliosi che massacrerei per leggere, altamente vendibili, papabilissimi casi letterari, che in Italia nessun grande editore ha ancora preso in considerazione. Ma voglio dire, se i lettori hanno gradito... no basta, sto per tornare al caro vecchio 'che ddddiavolo aspettate, babbei?'. Mi zittisco.

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    2. Dunque. Sono d'accordo più o meno con quanto dice PattyOnTheRollercoaster poco più giù. Le grandi CE non è vero che non rischiano o meglio, lo fanno anche se in minima parte (escludiamo da questo discorso Garzanti e Newton Compton che pubblicano ormai solo illustrissime sconosciute). Per tornare a Einaudi (secondo me è per questo che le CE non mi mandano nemmeno la newslettere con le novità, perché le tratto male). Dicevamo, per tornare a Einaudi, rischia pubblicando novità – di illustri sconosciuti in questo caso – nella collana Stile Libero (vedi L'oltraggio di Sara Bilotti la serie erotica di cui si parlava qualche giorno fa, o la Strazzulla di cui parlavo io etc etc) e, in contemporanea, si accaparra Fante che è un introito sicuro. Non si tratta di puntare alle novità perché non ci si accolla il rischio per mancanza di coraggio, si tratta di fare due conti con le proprie tasche. Prendere Fante a un prezzo stracciato, con una fetta di pubblico già "informata sui fatti" costa poco e rende assai. Pubblicare Pinco Pallo costa di più e non è detto che renda. Ma non si tratta di coraggio, è solo questione di soldi.
      Di contro le piccole CE devono per forza sperimentare, non hanno dalla loro un nome importante da pubblicare e, anche se volessero pubblicare un nome grosso, non avrebbero i soldi per poterne comprare i diritti. Purtroppo è sempre e solo questione di soldi, solo che le piccole CE spesso hanno un catalogo più interessante perché, semplicemente, devono rendere "belli i loro difetti", nel senso che pubblicano magari illustri sconosciuti e, nel farlo, scelgono quelli più bravi così, almeno, nel caso in cui si sparga la voce fanno qualche soldino pure loro. Tutto qui.
      Se non mi senti più... Sappi che Einaudi m'ha picchiata e lasciata esangue davanti al portone di casa mia xD

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  3. Io credo che tu abbia ragione nella tua analisi, ma che, appunto, funzioni così. E, a quanto ne so, funziona così in qualunque ambito d'impresa. Pensa alle start up, ad esempio, o ad aziende innovative come Whatsapp: il piccolo - se non addirittura il singolo - si sobbarca i rischi d'impresa, investe tutto quello che può, ci crede... Poi, quando il successo inizia a farsi vedere, arriva la grande azienda (Facebook nel caso di Whatsapp, ma gli esempi credo si sprechino) che stacca un assegno più che corposo e si accaparra il tutto. Nel caso degli autori, credo che per loro sia indubbiamente un successo "venir comprati" dalle grosse case editrici, mentre a rimetterci possono essere le piccole editrici indipendenti, come giustamente tu evidenzi. Ma... si tratta d'impresa.

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    1. Beh, per l'autore è sicuramente un'ottima cosa, e mi pare giusto che 'passi oltre', quando si vede offrire un contratto più vantaggioso. Però mi pare molto strano che le cose funzionino così, anche se da che mondo è mondo, il grande cerca di mangiare degli sforzi del piccolo.
      Mi fa strano, però, un editore con grandi risorse che attende in panciolle i risultati di editori più piccoli. Mi pare anzi che l'editoria italiana si stia facendo sempre più prudente quando si tratta di investire su un autore, pure se si tratta del rilancio di uno già affermato. Non 'creano' la domanda come fanno i piccoli editori, nonostante abbiano mille volte le possibilità di farlo. Davvero, non riesco a capirli. Non è una questione di 'ah, questi manigoldi!', è proprio un sincero 'wtf'.

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  4. Forse sembrerò cinica, ma secondo me è solo questione di danari u_u
    Le grandi case editrici possono permettersi di fallire, ma perché dovrebbero rischiare di perdere del denaro? Rimangono quindi indietro su alcune pubblicazioni e, quando si rendono conto che la rendita sarà assicurata, allora cominciano ad investire su un determinato autore o progetto.
    I piccoli editori, paradossalmente, non possono permettersi di fallire ma rischiano di farlo perché sono ancora animati da passione. La loro non è tanto un'azienda quanto un progetto, forse, e quando scovano qualcosa di interessante anche se rischioso lo pubblicano perché credono nell'opera.
    Non dico che le piccole case editrici non siano interessate al guadagno (dovranno pur magna' anche loro), ma penso che pubblichino libri in cui credono, mentre le grandi case editrici possono tranquillamente pubblicare quella che ritengono una ciofeca, purché venda.

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    1. Triste dirlo, ma temo sia sempre questione di denari xD
      Però accanto al rischio di perdere denaro c'è anche il rischio di non guadagnarne. Sempre per riprendere l'esempio di Abercrombie, Gargoyle ha pubblicato un suo romanzo singolo e una sua trilogia, venduti a quanto pare piuttosto bene, prima che Mondadori si accorgesse della sua esistenza. Quanto avrebbe potuto guadagnare, se si fosse accaparrata per prima i suoi diritti? Oppure, La ponga edizioni - nome lollosissimo - ha appena pubblicato un libro che basta la quarta di copertina per mandare in brodo di giuggiole qualsiasi lettore di fantastico. Successo enorme all'estero, in Italia lo prende La Ponga Edizioni, che è piccolissima. Se Mondadori fosse arrivata prima, sarebbe un caso letterario incredibile. Ma no. Non è che peschino dalle vendite altrui a stupirmi, quanto il fatto che non ricerchino quanto loro.
      Il fatto è che i piccoli editori non possono permettersi di non vendere. Ma le grandi ce sì.
      Ti dirò, non sono affatto certa che le ciofeche vendano 'sì tanto. Anche perché un tempo non ce n'erano così tante tra cui scegliere, ora le librerie ne sono invase ò_ò

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  5. Manca lo spirito di avventura, c'è poco da dire: è molto comodo lanciare un autore già "caricato" dagli sforzi altrui o già noto attraverso il passaparola e non c'è dubbio che la grande editoria italiana abbia perso la voglia - che potrebbe permettersi, a differenza della piccola - di ricercare nuove soluzioni e aprire nuove strade narrative.

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    1. Ecco.
      Sono l'unica a pensare che una mancata ricerca corrisponda alla perdita del possibile guadagno? °^°

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  6. Tema interessante. Bisognerebbe però capire cosa ne pensano gli autori, altrimenti sembrerebbe che l'editoria la fanno solo le case editrici. Grandi autori, specie stranieri, cercano le case editrici più grandi perché esse garantiscono guadagni maggiori. E' difficile tenersi uno scrittore in ascesa, è chiaro che passerà a chi lo paga di più e può dargli maggior visibilità. Se si vuole vendere di più, la piccola casa editrice non fa per lo scrittore che si sta affermando. La passione non c'entra, anche una grande case editrice ha passione per i suoi autori. Piccolo è bello è solo un cliché. Sono tante le piccole case editrici che sopravvivono a malapena, e lo fanno spesso sfruttando chi ci lavora e anche in parte gli scrittori all'esordio. Bisognerebbe considerare anche questi aspetti. Tutti aspirano a farsi le ossa da qualche parte e poi puntare a crescere, questo mi sembra normale, nella logica delle cose.

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    1. Ah, ma non ho certo detto che solo la piccola editoria possa essere di qualità, ci mancherebbe. Adelphi e Neri Pozza non è che siano scartine, ma hanno un catalogo meraviglioso. Lo stesso, nonostante qualche scivolone, non si può negare di Einaudi. E anche la Mondadori ha delle belle collane. Ci sono case editrici che sfruttano, ma quelle mi rifiuto proprio di considerarle. In ogni senso. Parlo di editori seri, sia grandi che piccoli. Ce ne sono a mazzi.
      Non dubito che a uno scrittore convenga passare da una casa editrice minore a una che può garantirgli una minore visibilità, per carità. L'autore fa benissimo ad agire in modo da giovare alla propria carriera. Quello che mi pare strano è che gli editori più grandi sembrino affidare in larga parte il lavoro di ricerca di autori e talenti a case editrici più piccole. Tempo fa avevo letto un'intervista fatta a un agente letterario - mi pare - inglese, che spiegava come nel resto del mondo editoriale lo scouting sia un'attività continua, con gli editori che cercano continuamente nuovi talenti. Qui non va così. Di norma, dico.

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  7. Non penso che la questione sia chi sfrutta più dell'altro, però. Chiunque lo faccia, non ne esce bene.
    Stupisce come dice la Leggy che non ci sia volontà di cercare e investire in nuovi talenti, nuovi spesso qui da noi per altro. Stupisce la passività.

    Non è che "grandi autori-stranieri" sia per forza sinonimo di bella letteratura eh...

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    1. Ecco, 'passività' è il termine giusto. Non dico che ci sia qualcosa di disonesto nel metodo delle grandi case editrici, ma mi pare assurdo che arrivino ad autori come Abercrombie solo perché ci ha pensato prima un'altra CE.

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    2. Esattamente! Anche perché, a livello di possibilità di investire e quindi di "rischiare", le grandi CE sono messe decisamente meglio... quindi tra la quantità di ciò che è pubblicato sarebbe auspicabile vedere qualche roba di "nicchia" e/o "novità". ^_^

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  8. Qualche ora fa mi era venuto il sospetto su due giovani autori italiani...

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  9. Sospetto anch'io che lo "scouting" sia poco importante per i grandi marchi. Mi riesce più facile immaginare l'autore che ormai ha esordito, che stenta a emergere e guarda agli editori maggiori. A me spiace principalmente per le realtà minori, le sole a investire nelle novità - a rischiare, appunto. Ma alla fine è sempre la raccomandazione che vende, purtroppo. Citi nei commenti La Ponga edizioni, ma alla fine, tolto quel libro, quanta circolazione hanno gli altri loro titoli, e lo dico con un minimo senso di colpa, magari validi?

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