lunedì 11 agosto 2014

Del criticare, del recensire, ma fino a dove?

Sono molto indecisa sul tema di questo post. In realtà perfino adesso mi si dibattono dentro la bellezza di due argomenti. Primo fra tutti, i libri che ho letto, un paio di recensioni brevi che attendono da settimane. Sarebbero su Wienna di Christian Mascheroni e La casa della gioia di Edith Wharton. Oppure Miss Julia dice la sua di Ann B. Ross, o ancora Stabat Mater di Tiziano Scarpa, che ho finito ieri sera. Ne ho, di libri di cui chiacchierare.
Però c'è anche quell'altro tema, quello che non ho nemmeno il tempo di sviluppare decentemente perché nel giro di mezzora dovrebbero giungere a trovarmi degli amici da nordiche lande, e non è proprio carinissimo stare a ticchettare al computer quando ci sono ospiti. Tra l'altro la loro presenza – e la loro esistenza, e il loro essere e tutto ciò che sono stati e che sono ancora – deporrebbe a favore di una bella discussione sull'amicizia, e quindi su Wienna di Mascheroni.
Ma visto che i miei neuroni sono ostinati e irritanti, mi arrendo all'altro tema.
Alla critica.
A quanto si può criticare, come, perché, chi, fino a che punto.
Perché posto che uno scrittore debba scrivere come ama scrivere, un lettore deve pur gradire quello che legge.
Mesi fa ho letto Il soccombente di Thomas Bernhard, ne ho pure chiacchierato qui. Ecco, non è stata proprio una lettura entusiasmante. È un bel libro, è scritto bene, e ben congegnato, questo nessuno può toglierglielo. Eppure mi ha infilzato in testa un dubbio. Ovvero, fino a che punto si può parlare di scelte stilistiche e dove inizia la pesantezza intesa come difetto? Dov'è che, a prescindere da quello che vorrebbe effettivamente trasmettere l'autore, la mancanza di scorrevolezza – o l'eccessiva semplificazione – diventano i 'malus' di un libro?
Sto leggendo Shadow Hunters, il celeberrimo Shadow Hunters. Se ne è parlato tanto, e la ragazza – simpaticissima – che viene a dare una mano in libreria lo adora. Me l'ha prestato senza remore, come io le ho passato L'età sottile di Dimitri (che ha finito e adorato, con mia somma soddisfazione). Però... non so. Per quanto io possa comprendere il bene che fa la velocità a un urban fantasy per ragazzi, non riesco a sopportarne la mancanza di dettagli, o quelle piccole pecche risolvibili in pochi minuti. Come un personaggio che resta svenuto per giorni e che non si vede offrire nessun rifocillamento al proprio risveglio, e che tuttavia non accusa particolare debolezza. Reazioni poco comprensibili di alcuni personaggi rispetto agli accadimenti, questo genere di cose che mi fa storcere il naso, e che tuttavia al target della serie pare andare benissimo.
E giusto ieri chiacchieravo di Battle Royale, insieme ad alcuni degli amici che sto attendendo trepidante. Se c'è una cosa che non ho sopportato di Battle Royale è la presentazione stereotipica all'estremo e orrendamente schematica dei personaggi. Un capitolo d'azione dei protagonisti, un capitolo dedicato a uno studente, alternati con una certa regolarità. E gli studenti sono tutti i classici tipi che si trovano negli shonen manga, quelli che basta il ruolo per definirli. Per me, non c'è niente da fare, è un difetto. A uno può piacere, non dico di no. Ma a prescindere da quello che voleva l'autore, è indice di una struttura troppo semplice e poco curata. Non è così che si presentano i personaggi, ma coi gesti, con le azioni, con quello che pensano. Non con dei 'X è fatto così, gli piace questo e quindi vuole questo'.
Accarezzo il sogno di diventare editor, un giorno. E altre cose, tutte legate ai libri. Per questo mi domando spesso fino a che punto sia lecito intervenire su un testo. Genericamente, penso che il compito dell'editor sia aiutare lo scrittore a scrivere esattamente quello che vuole, a non farsi fraintendere dal lettore.
Ma se lo scrittore, putiamo caso, intende scrivere tutto un libro con toni colloquiali e volgarotti da chiacchierata al bar, rendendolo poco comprensibile e stancante? Certo, è quello che voleva l'autore, che magari è in grado di scrivere ben altro. Eppure quel libro potrebbe risultare pesantissimo.
Esistono libri sgradevoli, e lo sono che l'autore lo voglia o meno. È giusto criticarli, ma fino a che punto? E cos'è maggiormente criticabile, che uno scrittore si renda volontariamente pesante e poco chiaro, o che inciampi in involontari errori di giudizio?
Tra l'altro, e so che sono in netta minoranza ma non posso farci nulla, sono convinta che ci siano criteri oggettivi e verificabili perché si possa distinguere la qualità formale di un libro, a prescindere dalla sua gradevolezza. Ne ho parlato qui, diversi mesi fa. Quindi... beh.
Tra poco arriveranno i miei amici, e io sto ancora qui bloccata a farmi di queste domande. Spero di essermi spiegata al meglio, ma non avendo che pochi minuti per correggere i refusi più evidenti, non mi è dato di esserne certa.
Mi farebbe piacere poter aggiungere altrui pareri alle mie opinioni confuse, che cambiano di ora in ora. Troppi se, troppi ma, decisamente troppe variabili. E punti di vista.
Quindi, beh... passate una buona giornata. Io lo farò di sicuro.
(Tra l'altro consiglierei di dare un'occhiata anche a questo post di Start from Scratch. Non nascondo che molto probabilmente il titolo di questo è influenzato dal suo. Sfortunatamente non me ne vengono in mente altri, quindi lo lascerò così almeno per adesso.)

7 commenti:

  1. Criticare o recensire è roba per gente con lo stomaco forte ;) A primo acchito direi così... Tuttavia dibatterne è necessario, ma ciò poi scatenerebbe ulteriori dibattiti della serie chi ha il diritto di farlo? Chi ne è realmente competente? E dunque, io sono arrivata a una conclusione, che escludendo tutti quei soggetti che lavorano per testate e fanno i favori agli amici degli amici scrittori etc etc etc recensire è soggettivo. Non esistono libri universalmente sgradevoli o gradevoli. Esistono libri scritti bene, grammaticalmente corretti, senza orrori ortografici e ciò rappresenta un dato di fatto. Tutto quello che c'è intorno... cioè i generi, lo stile, la trama dipende a seconda dei gusti. Da un lato è anche stimolante perché scatena dibattiti e aiuta a capire meglio anche alcuni aspetti della storia stessa, dall'altro capita anche d'incaz... Quando ci s'incaz però arriviamo allo scopo per il quale un libro esiste ed è meraviglioso tutto ciò. E' giusto criticarli, ma fino a che punto? Secondo me fino al punto in cui poi non commetti l'errore di salire in cattedra e sputare sentenze. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo totalmente con Francescast.84.
      Aggiungo un caso particolare: Raymond Carver - purtroppo - incappò in un editor pieno di solerzia, che, sostanzialmente, stravolse i suoi racconti (si dice che il 50% del manoscritto fu completamente riscritto). Dopo accurata ricostruzione e lavoro filologico da parte di due studiosi, nel 2009 è uscito il volume fedele all'originale, da noi pubblicato col titolo di Principianti, Einaudi. Questo è un caso limite, ma penso possa offrire spunti di riflessione.
      Ah, consiglio di leggere Carver ovviamente! ^_^

      Elimina
  2. Io penso che essere un buon editor sia difficilissimo proprio per questo non sovrapporsi alla voce dell'autore. Anch'io a suo tempo ho accarezzato questa carriera (ho anche rifiutato una stage e a volte mi chiedo ancora se non sia stato l'errore della mia vita), ma sono arrivata alla conclusione di essere troppo "autrice" per essere una buona editor. Ci sono libri oggettivamente bellissimi che non mi piacciono, su cui non riuscirei a lavorare con passione, oltre ad autori che probabilmente manderei a quel paese in tempo zero.
    D'altro canto credo che ci sia un'oggettività possibile. Al master che ho frequentato il mio corso preferito era quello di critica cinematografica e il prof sostanzialmente diceva questo "un film è un buon film quando tutti i suoi elementi sono usati con consapevolezza per portare avanti il messaggio del regista". Questo a prescindere da quale sia il messaggio (sul quale si può non essere d'accordo). Se poi oltre alla consapevolezza, almeno un elemento è utilizzato in modo innovativo, allora abbiamo un capolavoro. Mi sembra un metro di giudizio piuttosto razionale e condivisibile. Non ho seguito un analogo corso per la letteratura, ma credo si possa fare un discorso analogo.

    RispondiElimina
  3. Il lavoro dell'editor non è affatto semplice... occorre tanta sensibilità e un buon intendimento con l'autore e il suo obiettivo, quale possa essere il messaggio che vuole trasmettere, lo stile in cui vuole inviarlo al mondo... ma deve anche essere in grado di capire subito cosa può funzionare e cosa no...
    per quanto riguarda la critica, io già dissi da Maria che i blogger non sono critici professionisti e che quindi siamo meno vincolati nell'esprimere ciò che pensiamo naturalmente senza scadere nel dileggio e nell'insulto facile... "fa schifo" non è una critica né un commento... ma e una cosa non ci piace, bisogna dirlo senza troppi giri di parole...

    RispondiElimina
  4. Spesso leggo dire di alcuni autori che hanno uno stile ricercatissimo, elegantissimo e non so che altro, ma poi, effettivamente, nella lettura non vedo nulla di tutto ciò: stili normali, non particolarmente colti o raffinati, non particolarmente riconoscibili.
    Devo ancora capire cosa sia effettivamente questo stile tanto conclamato.
    A me Il soccombente è piaciuto, ma capisco il tuo discorso, mi è capitato con altri libri... Generalmente si tratta di autori che sembra vogliano ostentare a tutti i costi, sembra che scrivano per professione e non perché abbiano effettivamente qualcosa da dire. Non amo quando ci si spinge troppo nel linguaggio evocativo, quando si cerca di fare poesia a tutti i costi.
    Ma.
    Io credo che con un libro o con un autore si debba instaurare un certo feeling, che quello che pare pesante a noi non lo è per qualcun altro e quello che piace a noi sarà noiosissimo per qualcun altro.
    Alcune cose sono oggettive, certo, la grammatica, la punteggiatura (anzi, no, Saramago docet che la punteggiatura non è oggettiva)... Ma tutti gli scrittori sanno scrivere: da Fabio Volo a Joseph Roth, da Jane Austen a Agota Kristof.
    Penso che si debbano trovare le proprie "affinità elettive" e lasciar perdere il cinismo che fa tanto figo ma forse denota solo una mancanza di rispetto per il lavoro altrui.

    RispondiElimina
  5. Mi è capitato in qualche occasione di ricevere via mail manoscritti di esordienti che mi chiedevano un parere, o addirittura un editing.
    Fermo restando che non sento di avere competenze tecniche decenti, piuttosto che spennare l'incauto aspirante scrittore ho preferito un (cattivo, lo ammetto) "più che un editor, qui servirebbe un esorcista".

    La critica non ha mai ucciso nessuno. Certo, detesto quella non argomentata. Il "mi fa schifo" non vuol dire nulla, è una bimbominchiata da app store.

    RispondiElimina
  6. "Tra l'altro, e so che sono in netta minoranza ma non posso farci nulla, sono convinta che ci siano criteri oggettivi e verificabili perché si possa distinguere la qualità formale di un libro, a prescindere dalla sua gradevolezza."

    Per l'amordiddio non mollare che prima o poi vinciamo!

    Solo una piccola, piccolissima nota: dal momento che non stiamo parlando di fisica classica (e che è sempre bene andarci piano con 'ste cose), suggerirei di adottare criteri oggettivi in base ai quali è possibile determinare la qualità formale di un libro MA con un lievissimo margine d'errore. Questo è solo per evitare di cadere nel non voluto, non necessario, determinismo. La discussione in merito potrebbe allargarsi a dismisura - chi stabilisce questi criteri, con quale autorità li può imporre ecc - ma non è questo, direi, il luogo adatto.

    RispondiElimina