domenica 21 luglio 2013

Tutta la vita in un abbraccio - Luca Amitrano, Cristiano Silvi, Marco Pugliese

E dunque, miei prodi, non so se ne ho già ciacolato anche qui ma da qualche giorno ho iniziato un allegro stage in libreria. Ovviamente all'AltroLuogo. Quando sono lì mi diverto un sacco a cambiare la disposizione dei libri, scegliere quali esporre all'entrata, seguire i clienti con gli occhi senza che se ne accorgano.
Ad ogni modo direi che il diradarsi della mia presenza su Internet sta dimostrando quanto ero solita rispondere quando mi si chiedeva come facessi a leggere tanto e a tenere dietro a tante cose: non avevo altro da fare. Punto. Indi chiedo perdono, mi abituerò ad avere impegni e magari riuscirò a gestirmi decentemente.
Comunque.
L'altro giorno la ragazza dell'ufficio-stampa della Tunué mi ha mandato una cortesissima richiesta di recensione per Tutta la vita in un abbraccio, ideato da Luca Amitrano, sceneggiato da Cristiano Silvi e disegnato da Marco Pugliese. Ammetto che la storia non mi ispirava granché, perché parla di qualcosa di cui non so assolutamente nulla, ovvero la danza. Però parla soprattutto di Amira, che danza. Una ragazza cui sono state amputate le braccia per volere del marito, per punirla o per educarla quando era solo una ragazzina. Amira è turca e la famiglia l'ha venduta a un uomo che a malapena si può chiamare uomo. Ogni pagina in cui compare è intrisa di disgusto. Fortunatamente non compare spesso, ma solo nei suoi ricordi. Brevi retrospettive di un inferno.
La storia inizia con Amira che viene accolta in una missione in Turchia. Fa amicizia con don Luigi, che chiede a Italo, maresciallo dei carabinieri, di portarla in Italia, per evitare che venga rintracciata dalla famiglia del marito, che ancora dopo tanti anni continua a cercarla. E Italo la porta a Roma, a casa degli anziani genitori, dove c'è anche la figlia Caterina. E il fatto che Caterina faccia danza moderna, beh, mette in moto tutto il resto.
Mi piace il fatto che questa storia sia raccontata a stralci, con ellissi frequenti che a volte coprono un arco di tempo piuttosto lungo. Mi piace il modo in cui mostra senza spiegare troppo. Mi piacciono i nonni di Caterina. Mi piace il fatto che abbiano semplicemente deciso di usare un carattere particolare e orientaleggiante per far capire quando i personaggi stanno parlando turco, per distinguere i momenti in cui parlano italiano. Mi piace il fatto che abbiano raccontato questa storia senza sconti o carezze. E anche solo che abbiano scelto di raccontarla.
Anche se parlarne è difficile. È di una cattiveria che massacra, ma splende anche di una speranza che confonde. Ieri sera non avevo idea di come ne avrei scritto, poi mi sono lasciata rubare qualche lacrima e ho potuto iniziare a digerirla. È straziante anche per la sua bellezza.
E sinceramente non so che altro dirne. Non sono esperta né di linguaggio fumettistico né tantomeno di danza, perciò preferirei chiudere prima di lanciarmi in cavolate.


Però, ecco... questo non posso consigliarlo a 'tutti', perché non credo sia per 'tutti'. Ci ricorda che esistono cose che non 'tutti' vogliono sapere. Però lo consiglio a 'tutti gli altri', ecco.

4 commenti:

  1. Risposte
    1. Macché, non esageriamo ù_ù
      ... a meno che non sia ironia. In caso ti affibbio una virtuale gomitata amicona tra le costole ò_ò

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  2. Ma non ho capito, è una storia vera?
    Questo tipo di romanzi non mi piacciono, ma tu sei davvero brava a raccontare e ad appassionare.

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    1. A quanto ho capito è stata ispirata all'ideatore dall'amicizia con la ballerina-pittrice Simona Atzori, che come Amira non ha le braccia.
      Ti dirò, di solito questo genere di romanzi/graphic novel non fanno neanche per me... però cavolo. Merita.
      (Grazie ;_;)

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