domenica 16 dicembre 2012

Figlio dell'Impero Britannico - Jane Gardam


Non avevo in mente niente in particolare, quando ho preso questo libro dagli scaffali della biblioteca. Passeggiavo, estraevo titoli, una sbirciatina alle prime pagine, li rimettevo a posto e così via. È una cosa che faccio per rilassarmi, andare a curiosare in biblioteca. Ci vado anche quando non posso più prendere libri perché ho superato il limite massimo, quando le pile che ho sul letto minacciano di crollare e devo dividerle in tante pile più basse. Forse è l'odore della carta – lo so, sono una maledetta sniffapagine – o magari quel silenzio interrotto appena da educati sussurri o dalle sporadiche risate dei bambini nella sala-ragazzi.
Ad ogni modo, ero lì a passeggiare curiosando tra gli scaffali e non pensavo neanche di prendere un libro, quando mi sono imbattuta in questo. Figlio dell'Impero Britannico di Jane Gardam, eccellente traduzione di Alberto Bracci Testasecca,  pubblicato nel 2009 da E/O. Una sfogliatina veloce alle pagine, un leggero tentennamento e infine la decisione. Mio.
Ho apprezzato molto la breve spiegazione di alcuni termini e di certe usanze all'inizio del libro. Il termine Filth (Failed In London Try Hong Kong), cosa s'intendesse per 'Orfani del Raj', la differenza tra barrister e solicitor... sono quel genere di note che di solito si trovano alla fine del libro, dopo che per tutta la lettura hai continuato a chiederti 'Ma che cavolo..?'. Comodo trovarsele all'inizio, una volta tanto.
Per 'orfani del Raj' s'intendono quei figli di burocrati britannici nati nelle varie zone dell'allora Impero che vengono allontanati dalla famiglia in tenera età per essere spediti in Inghilterra e crescere come 'veri inglesi'. Finiscono spesso per dimenticarsi della famiglia d'origine e attaccarsi a quella cui vengono affidati, la quale talvolta ricambia ma spesso rifiuta. Orfani coi genitori in vita, orfani del 'Raj', termine che indica ''l'insieme di domini diretti e protettorati dell'Impero Britannico nel subcontinente indiano''.
Il protagonista di questo libro, Edward Feathers, è uno di questi bambini sfortunati. La madre morta durante il parto, il fugace amore della balia Ada, la misurata freddezza del padre, un lungo viaggio con una zia sconosciuta al raggiungimento dei quattro anni. Una pausa buia, ghiacciata, nebulosa, quella dell'affido a 'Mamma Didds', la scuola con Sir e con Pat, la famiglia Ingoldby... la storia del leggendario giudice Eddie 'Old Filth' Feathers, raccontata con calma, lentamente, senza correre, senza sbalzi. Con flemma. Il suo presente di anziano neo-vedovo, il caparbio rifiuto della fragilità, la barriera costruita per proteggersi dal passato che comincia a sgretolarsi. I suoi confusionari viaggi in macchina verso cugine dimenticate da decenni, alla ricerca di risposte o forse di domande.
E, parallelo al suo presente, il suo passato. La sua infanzia, la sua gioventù, uno scorcio di età adulta appena prima della fine, capitoli che si intervallano e riflessioni postume. Uno spaccato di un Impero Britannico che non conoscevo e delle ferite che ha saputo provocare e nascondere.
La storia è narrata in terza persona, lo stile è lento e pacato, assolutamente mai volgare o sopra le righe. Un libro avvolto nella nebbiolina londinese, una trama che si srotola senza intoppi su una tovaglia candida, punteggiata da piccole macchie di tè. Senza latte né zucchero, che i veri inglesi lo bevono così. Il personaggio di Edward è bizzarro e convenzionale al tempo stesso. La testardaggine con cui si aggrappa a certi manierismi, che già ai suoi tempi stavano decadendo, è ammirevole. L'infrangibile durezza della sua corazza contro la confusa bufera che ha dentro.
La caratterizzazione dei personaggi funziona, qualche svelto tratto di pennello qua e là che riesce a darci un'idea piuttosto chiara di chi siano e cosa facciano, anche se alla fine non hanno una propria importanza di per sé, ma soltanto in funzione del loro rapporto con Edward. Eppure certi sono davvero ben costruiti e possiamo immaginarceli con una certa chiarezza anche lontani dal protagonista, nelle loro giornate di buio – per Babs – e di luce – per Claire.
Quindi, che dire? Lo consiglio spassionaramente, il classico 'Mi è piaciuto un sacco' risulta debole e riduttivo. Segnalo brevemente che Jane Gardam è l'unica scrittrice ad aver ricevuto per due volte il Whitbread Prize per il miglior romanzo dell'anno. Per dire, non dovesse bastarvi la mia parola...

3 commenti:

  1. Interessante, me lo segno!
    Augusta

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  2. Bellissimo post. Ho già ordinato il libro, usato, in una libreria inglese. Grazie. (Bamborino)

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  3. Ribadisco il consiglio con assoluta convinzione :) Se vi piacerà la metà di quanto è piaciuto a me, l'adorerete violentemente.

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