sabato 26 dicembre 2020

La Trilogia dell'Area X di Jeff Vandermeer - La letteratura dell'incertezza

Non ho idea di quante volte io sia passata volte di fronte alla copia di Annientamento (Jeff Vandermeer, 2015) infilata negli scaffali della biblioteca qui vicino. Non è che ne sapessi tantissimo, ma me ne tenevo istintivamente alla larga. Sapevo che Einaudi l’aveva pompato tantissimo, e questo poteva voler dire minestrone ciofeca di elementi interessanti o capolavoro. Esce Autorità, poi esce Annientamento, la trilogia dell’Area X è conclusa e Einaudi l’ha riunita in un unico, comodo malloppone. Mi arrivano pareri molto discordanti sulla saga: c’è chi l’ha adorata e chi l’ha trovata lenta, ripetitiva, banale. La vita è troppo breve per leggere romanzi mediocri, mi scrollo di dosso il dubbio e lascio stare.



Poi lo prendo, a caso, a poche settimane dall’inizio del secondo lockdown. Lo inizio, lo metto giù, tentenno, riprovo. L’esitazione dura più o meno fino a pagina 40. Poi la lettura si fa svelta, le pagine si girano da sole, sono presa al punto da mettere gli impegni in secondo piano. Finito Annientamento, ordino il resto della trilogia in biblioteca e mi appunto mentalmente che affidarsi troppo alle altrui impressioni di lettura può sembrare un atteggiamento saggio, ma rischia di farti perdere delle perle, quindi è il caso di rivedere il metodo di Scelta Letture – che dà il meglio di sé quando è settato su “vai a caso di brutto”.

A molti lettori la trilogia di Vandermeer non è piaciuta; c’è chi l’ha trovata lenta, chi non ha gradito le variazioni di prospettiva da un libro all’altro, chi avrebbe preferito qualcosa di più risolutivo. Tutto lecito, ci mancherebbe. Però per me la trilogia dell’Area X è un’opera completa, perfetta non in senso assoluto, ma perché credo che risulti esattamente quello che vuole essere, che l’autore sia riuscito a scrivere la storia che aveva in testa così come la voleva scrivere.

L’Area X non è da leggere se si vuole un terreno sicuro sotto i piedi, se si vogliono risposte precise e accurate, o tenere sotto controllo il principio di causalità che lega un evento all’altro. Non è da leggere se si vogliono personaggi che agiscono secondo le proprie precise volontà e i loro espliciti interessi, se si vuole un finale davvero risolutivo, se non si è pronti a lasciare indietro qualcosa delle proprie certezze.



L’impressione che ho avuto è che Jeff Vandermeer si sia detto – magari non dall’inizio, magari soltanto da un certo punto in avanti per poi tornare indietro a correggere le piaggerie, chissà – che non era suo interesse andare incontro alle aspettative del lettore, che abbia fatto della sua storia quello che voleva dall’inizio alla fine. Che abbia gestito consapevolmente i punti lenti e le lungaggini di Autorità e i momenti stralunati di Accettazione scegliendo di fregarsene di quello che i lettori si aspettavano dall’opera. Rispondeva all’Area X e a nient’altro. Almeno, questa è la mia impressione.

Della trama dirò pochissimo, perché del quadro generale si sa pochissimo nel corso del primo libro, qualcosa di più nel secondo e finalmente ci si fa un’idea più chiara nel terzo – chiara, ma non cristallina. Esiste un’Area X, una regione in cui è successo qualcosa che ha tolto di mezzo tutta la popolazione che ci abitava. Nelle vicinanze, una base governativa la studia da decenni, mandando spedizioni oltre il confine. La protagonista di Annientamento, la biologa – i membri delle spedizioni si identificano con la loro funzione – fa parte dell’ultima di queste spedizioni.

Il secondo romanzo è incentrato su un altro personaggio, molto diverso dalla biologa, ma anche simile. In un certo senso sembrano della stessa specie; non in senso genetico-evoluzionistico, ma per il modo in cui esperienziano il mondo, il modo in cui lo tengono alla larga.

È interessante il fatto che leggendo il secondo romanzo, si rilegga anche il primo in una nuova ottica, e leggendo il terzo si stravolge il secondo e si comprende meglio il primo. Vandermeer non finge che esista una realtà solida ed empirica, universale e condivisibile. Esiste una realtà per ognuno di noi, e dunque per ognuno dei personaggi che vertono sull’Area X. La volontà umana, diretta e decisa, non è niente confrontata alle contingenze del caso, all’azione immediata che segue uno stimolo. Vandermeer lo sa.



L’Area X è cruda, disturbante. Non solo nelle manifestazioni più atroci; è una crudezza stilistica, esperienziale, è la luce urticante che l’autore getta sui personaggi e sui loro demoni. La scrittura è un bisturi precisissimo, tagliente e affascinante, di un materiale sconosciuto che manda strani riflessi.

Non dirò nulla sulle parti in causa, sulle volontà dei singoli, sulle battaglie da disputare – su quale campo, poi? – perché rovinerei la lettura. Il senso di sbandamento, l’incertezza e la confusione, fanno parte dell’esperienza dell’Area X.

Divertitevi. Attraversate il confine e divertitevi.

martedì 15 dicembre 2020

Libri belli e grafiche di copertina - per una lettura estetica e superficiale #2

Un paio di settimane fa scrivevo due parole su Gomoria di Carlo H. De’ Medici, un classico mancato della letteratura esoterico-decadente italiana recentemente recuperato da quelli di Cliquot. Vedete bene che l’impatto visivo della cover spezza il fiato a chiunque sia un minimo sensibile al bello; nella recensione, prima di iniziare a chiacchierare del romanzo, accennavo a un mio vecchio post – Libri belli e grafiche di copertina, per una lettura estetica e superficiale – in cui, mi cito testualmente, “non facevo che sbavare copiosamente su progetti grafici meravigliosi e originali; va da sé che la prima casa editrice a venirmi in mente è Cliquot”. Pochi giorni dopo la pubblicazione della recensione, mi sono accorta con un leggero imbarazzo – che alle mie minchiate sono ormai avvezza – che non solo Cliquot non era la prima casa editrice citata nel pezzo, ma che nemmeno la nominavo.

 


Realizzazione. Gelo. Sipario. Non ho ben chiaro come sia stata possibile questa svista – vostro onore, non so spiegare – ma agli inciampi si sopravvive facendo ammenda. Mi urge dunque non di correggere a ritroso l’elenco incompleto, ma di scriverne un altro a stampella del primo.

Cliquot la incenso dunque per la pignoleria quasi patologica con cui recupera e adatta le illustrazioni originali, per gli acquerelli che sono già di per sé opere d’arte, per i rimandi al liberty e all’art decò. Aggiungo un’altra cover da far battere il cuore al grafico più minimalista, ben lontana dai toni scuri e minacciosi di Gomoria, I racconti della biblioteca fantastica.

 


Edizioni Black Coffee è una casa editrice giovane incentrata sulla narrativa nord-americana, che ha portato in Italia autori immeritatamente sconosciuti – da noi. Ma questo è un post estetico e superficiale, quindi pensiamo all’unitarietà concettuale del progetto grafico pop e colorato, alle linee morbide, al lettering dinamico, acceso, che partecipa attivamente al disegno.

 


Edicola Ediciones è per me la cover di Space Invaders di Nona Fernàndez; credo sia stato in assoluto il mio primo approccio con la casa editrice, che si prefigura l’arduo compito di fare da ponte tra la letteratura cilena e quella italiana, pubblicando i propri titoli in più lingue. È difficile scegliere quali copertine riportare a esempio del progetto grafico: gli stili cambiano, i colori variano, le costanti sono caratteri formali – il lettering, il logo spostato verso il centro dell’immagine, la tendenza a illustrazioni realistiche, dai tratti chiari.

 

 

Quello che lega insieme queste case editrici – e quelle del post precedente – non è solo la cura del progetto grafico nel suo insieme; altrimenti sarebbero qui anche Einaudi o Astoria. Il punto è che le grafiche sembrano davvero fare da eco alle storie che racchiudono; creano aspettative, impostano un tono, accennano un racconto: comunicano col lettore ancora prima che questo abbia letto la quarta di copertina.

Ovviamente c’è anche un secondo punto, non meno pregnante di quello appena spiegato, che accomuna i progetti grafici che cito: il mio personalissimo e insindacabile gusto.

A pensarci bene, dovrei inviare questo post al mio professore di grafica pubblicitaria delle superiori; credo che sarebbe contento di vedere che ricordo ancora qualcosa – e che tra le altre cose ho imparato anche la sua pignoleria.