mercoledì 18 dicembre 2019

Addio fantasmi di Nadia Terranova - Il romanzo dell'assenza


Addio fantasmi di Nadia Terranova l'ho atteso a lungo, ma non così a lungo. Ne stava parlando mezzo internet – cioè, metà della bolla bibliofila interna all'internet – e alla fine l'ho richiesto in biblioteca. Sono stata in coda un paio di mesi, nulla in confronto al tempo che mi separa da Persone normali di Sally Rooney, per dire – se va bene, lo leggerò nell'estate del prossimo anno. Quando è arrivato, l'ho iniziato quasi subito, e altrettanto presto l'ho messo da parte. Che altro stavo leggendo, in quei giorni? The Irishman, Racconti dal Mississippi, Felici i felici. Addio fantasmi l'ho accantonato per settimane, a poche pagine dall'inizio. Non ero ancora riuscita a capire la protagonista, il suo costante divagare dal qui ed ora, la distanza che metteva tra sé e ogni elemento del romanzo che non fosse il suo senso di perdita. Era come una persona che apre la bocca per confidarti un segreto e subito la richiude. Quando l'ho interrotto non è stato con fastidio, ma con una scrollata di spalle. Fai come ti senti, Addio fantasmi, apriti quando ti senti di aprirti.
Ho ricominciato a leggerlo e due giorni dopo l'avevo finito.



Addio fantasmi inizia con il ritorno di Ida nella casa della sua infanzia. È scalcagnata e malmessa e ha bisogno di riparazioni. Per una volta accorre dalla madre, a Catania, e per un periodo imprecisato torna a vestire i panni della ragazza e della figlia per ritrovarsi in quelli smessi delle aspettative materne; Ida è una mancata madre, una mancata amica, una mancata moglie. A ben vedere è anche una mancata figlia, o una figlia a metà, o una figlia in percentuale variabile. È stata figlia in pieno durante l'infanzia, quando correva sui pattini davanti al padre e si strafogava di nascosto con lui prima di tornare a casa. Poi il padre si è ammalato di una forma grave e imprecisata e di disturbo depressivo, e Ida ha smesso poco a poco di essere sua figlia. Gravata dalle richieste materne di prendersi cura del padre, ha abbandonato anche il rifugio filiale da parte di madre, ma l'abbandono supremo delle vesti di figlia avviene alla scomparsa del padre, una fuga la cui meta è soltanto suggerita dalle circostanze, ma che non prende mai una forma definitiva e necessaria. Ida si accartoccia sull'assenza del padre, è sulla sua mancanza che si avviluppa come un rampicante. La scomparsa del padre determina l'incompletezza di Ida, un'incompletezza che viene ricercata, studiata – riempita? – dalla visita di Ida nella casa di famiglia.

Ida è un fiume in piena nella sua testa, e un ruscello disseccato in superficie. Fa fatica a dire quello che pensa, le parole le mancano proprio quando dovrebbe usarle. Non riesce a porre le domande che dovrebbe, la sua mente ritorna costantemente in un posto vuoto, quello lasciato dal padre, la ragione del suo eterno non essere, la causa delle sue relazioni vissute a metà, – il marito dal quale si ritrae emotivamente, la sua migliore amica delle superiori, la madre. Non è che Ida non ne sia consapevole; non si può restare intrappolati tanto a lungo in un'ossessione senza rendersene conto e non essere pazzi. Ida non è pazza; le mancano dei pezzi, e non sa dove trovarli.

C'è bisogno di aggiungere che questo romanzo duplice, carezza e coltellata, mi è piaciuto un sacco e che lo consiglio spasmodicamente? No che non ce n'è bisogno. Ma lo sottolineo lo stesso.

martedì 10 dicembre 2019

Racconti dal Mississippi di Hamlin Garland - Miseria e bellezza del Midwest


C'è stato un tempo in cui rifuggivo i classici americani, credo di avere iniziato verso la fine delle superiori. Mia madre mi aveva convinto a leggere La valle dell'Eden di John Steinbeck, e mi era piaciuto almeno quanto mi aveva ferita. Mi lasciavano scottata non le costanti disgrazie e gli attriti tra i personaggi, quanto la loro rassegnazione, la mancanza di fiducia con cui guardavano al futuro. Mi urtava il fatto che avessero ragione a vedere il mondo come lo vedevano, perché nel Magico Mondo di Steinbeck, già ad aspettarti il peggio fai la figura dell'ottimista.
Avevo provato a leggere un po' di London e un po' di Hemingway, e in entrambi avevo ritrovato la cupa visione del mondo di Steinbeck. Nessuna rivalsa, promessa, speranza. Solo nell'ultimo anno ho ripreso in mano sia Jack che Ernest, il primo con una raccolta di racconti e il secondo con Il vecchio e il mare – e in questo secondo libro, di speranza ce n'è a secchiate, ma credo che ad aprirmi la strada per i classici americani siano stati dopotutto Francis Scott Fitzgerald e Truman Capote, coi loro personaggi abbaglianti.
Ad ogni modo.



Al Salone del Libro di quest'anno ho riproposto a minima richiesta Il Salone dell'Oca, e mi è capitato di saltare fino alla casella di D Editore. Non li conoscevo – mea culpa – ma si sono presentati. Tra una cosa e l'altra hanno parlato di Hamlin Garland, precursore di Steinbeck e di tutta la bella gente cui ho accennato, considerato il Dante dell'America profonda, nato e cresciuto in una fattoria del Midwest nel lontano 1860. Hamlin era un contadino, e ha raccontato l'America dei contadini, senza abbellirla e senza mentire. Comprendeva appieno le dinamiche sociali interne ai paesini, e i rapporti di potere che spezzavano la schiena dei fattori e dei braccianti, condannandoli a un'esistenza di miseria e fatica. Non proponeva soluzioni, il suo scrivere non è una diretta denuncia – penso, per dire, a Il tallone di ferro, che conosco per sommi capi, o a Uomini e topi; descrive, e lo fa bene, con competenza e cognizione di causa. I suoi personaggi soffrono quasi sempre situazioni di sistematica indigenza, e parlano delle loro miserie, di cui sono perfettamente consapevoli, in barba dallo stereotipo rassicurante del povero che non capisce la propria condizione.

Nei Racconti dal Mississippi (1891), edito da D Editore nel 2018, Garland racconta la miseria del Midwest, così come la bellezza; in mezzo ai contadini che si spaccano la schiena, a ragazzini immersi fino alle caviglie nello sterco di vacca, compaiono panorami meravigliosi, boschi e montagne che commuovono lo sguardo. È una bellezza che apprezzano soprattutto quelli che ne sono stati lontani a lungo; il racconto iniziale è incentrato su un uomo che torna a casa dopo un'assenza di dieci anni, da quando è partito per fare fortuna – e c'è riuscito, ma nel frattempo della famiglia si è dimenticato, e il fratello lo colpevolizza. Un altro racconto parla di un amore interrotto bruscamente, di uno stacco lungo sette anni, frutto di un immaturo malinteso. In un altro la protagonista è una vecchina decisa a tornare a visitare la città della sua infanzia, e parte da sola, indomita e raggrinzita. Garland racconta un'America in cui il viaggio è un'impresa difficile, perché le tappe sono immensamente distanti tra loro, ed è difficile mettere da parte i soldi per potere intraprendere una qualsiasi gita. Eppure alcuni dei suoi personaggi partono, si riempiono gli occhi e tornano – di solito – arricchiti.



Il mondo di Garland non è rassegnato. Nonostante i dolori, la fatica, le facce scottate dal sole, i vestiti rattoppati e stinti dall'uso, i finali si addolciscono proprio mentre sembra che stiano per chiudersi in una valanga di pessimismo. Si tratta di storie piccole, personali. Il ritorno a casa di uno sparuto gruppo di soldati, la ricerca di una moglie in un paesino lontano, una famiglia accolta da un'altra famiglia. L'industria è lontana, la politica è lontana, ci sono solo il lavoro e la famiglia. Garland descrive una situazione iniqua, lo sfruttamento travestito da libertà – ciao, capitalismo – che mette a dura prova il sentimento di giustizia.
Se penso che fino a qualche anno fa non leggevo classici americani né raccolte di racconti. Ho rischiato di perdermi così tante meraviglie. Plaudo alla scelta di D Editore di portare in Italia un autore come Garland, – peccato per i refusi, ammetto che ce n'è qualcuno di troppo, spero che se ne siano avveduti nelle ristampe.

mercoledì 4 dicembre 2019

Libri belli e grafiche di copertina - per una lettura estetica e superficiale


Se c'è una cosa che faccio sempre più di rado – e ce ne sono un sacco – è piegarmi a quella che è l'esigenza primaria di un blog, ovvero di scrivere tre o quattro scempiaggini senza starci a pensare troppo – che dopotutto questo è un blog, una piattaforma fatta apposta perché un qualunque individuo possa smarmellare le proprie impressioni su pixel. Per come la vedo io i blog – sempre meno social, cannibalizzati dalle possibilità visive di Instagram&Simili– sono (anche) autonarrazione e chiacchierata, sublimazioni semi-letterarie tra profilo Netlog e diario segreto.
Esagero? Forse.
Ha a che fare col tema del presente post? Non molto. Dopotutto "scrivere scempiaggini” va a braccetto con la divagazione.

La categoria dei lettori forti è sparuta, capace di insopportabili aberrazioni elitarie e troppo variegata perché se ne possa parlare in termini di comunità. Ho smesso di definirmi una lettrice forte quando mi sono accorta che la definizione non basta a coprire il mio interesse maniacale per l'oggetto libro, la sua storia, le sue controversie. Preferisco usare il termine bibliofila per definirmi, perché mi pare più adeguato alla salivazione che mi aumenta copiosa all'ingresso di una stanza zeppa di libri.

Da bibliofila, adoro che i libri siano belli; non credo di peccare di superficialità, se immagino che l'attenzione che l'editore ha messo nella scelta dell'immagine di copertina rifletta un'uguale premura nella scelta e nella cura del testo. Mi commuovono le linee editoriali ben pensate e ben riuscite, il risuonare di una progettazione puntigliosa di una collana ad ogni uscita. La grafica di copertina, per me, riveste un'importanza vitale, e ci rimango malissimo quando un progetto grafico non si dimostra all'altezza del contenuto del libro.
Non mi va di chiacchierare qui delle cocenti delusioni, spesso made in grandi gruppi editoriali quando si mettono a ristampare classici della letteratura - Baldini&Castoldi, Giunti, io non dimentico.

 


Qui mi va piuttosto di applaudire a quegli specifici editori che fanno arte di ogni singola pubblicazione, delle cui cover mi adornerei casa.

Il sito della ABEditore è povero di informazioni sulla storia della casa editrice, e non dice granché di quando, come e perché sia stata fondata. È un peccato, ma in questa sede direi anche chissenefrega. Io l'ho scoperta giusto quest'anno al Salone del Libro e mi sono innamorata delle grafiche di copertina. I titoli mi sembrano in larga parte interessantissimi, ma ancora non mi è capitato di leggerne. In compenso scusate, ma guardate.



Del Vecchio la seguo da anni, ho una venerazione per le sue grafiche. Ogni pubblicazione è curata come parte di un tutto e come piccola meraviglia a se stante. Nessuna tracotanza barocca, nessun eccesso cromatico; i colori sono spesso tenui e pastellati – mi risalta subito alla memoria un romanzo su Giovanna d'Arco, così acceso rispetto ad altri. Sono copertine sobrie, eppure così sottilmente pensate, e con quella allegra assurdità nell'aggiungere a fine volume istruzioni per costruire cose impossibili. Quelle persone che ti sembrano normalissime ma hanno nel taschino della giacca un fazzoletto giallo accesissimo che useranno come oggetto di scena per raccontarti una storia assurda.



Le cover della SUR mi piacevano anche quando non piacevano a nessuno, prima che rivoluzionassero tutto il progetto grafico. Mi piacevano quei rettangoli duri chiassosi, coi titoli in un roboante impact. Erano simpatici, allegri e riconoscibili. Ma le nuove grafiche sono un'altra cosa, soprattutto nella collana principale, quella dedicata alla letteratura dell'America Latina. Umami di Laia Jufresa l'avevo preso solo per la copertina, e si è rivelata una delle letture più belle degli ultimi anni.



L'Orma fa cose stupende; le copertine spesse, morbide e porose, solitamente sul pastello. Immagini semplici, raffinate. L'uniformità coerente tra i titoli di uno stesso autore – che bello che siano andati a ripescare Irmgard Keun, che sennò chissà se e quando l'avrei scoperta, e Bernard Quiriny e Marcel Aymé. Le loro edizioni di E.T.A Hoffmann sono meravigliose.



Hypnos Edizioni sperimenta parecchio con le misure e le grafiche delle sue pubblicazioni. C'è una collana di novelle in misura (quasi?) A4 con cover colorate, stilizzate, simili a quelle della rivista della casa editrice. E poi le altre, quasi tutte improntate su grafiche vintage, chiassose, d'impatto e insieme veramente belle da vedere. Ce ne sono un paio che mi sono rimaste fisse in testa, Weird Science! in primis. Cioè, guardatela. Su.



Chiudo qui questo post composto principalmente di superficiale entusiasmo estetico, non sto a inventarmi una morale che non c'è tanto per dare una conclusione edificante al mio fanatismo letterario. Sappiate che non è un post motivato da un freddo interesse pecuniario/editoriale, non solo non mi è mai capitato di ricevere roba gratis dagli editori citati, L'Orma neanche mi ritwitta quando mi sdilinquisco recensendo i suoi autori, per dire. Da stoica che punta all'edonismo, voglio compiacermi di tutte le cose belle che vedo.