sabato 13 luglio 2019

Tavolo numero sette di Darien Levani

Questo libro l'ho ricevuto direttamente dalle mani dell'ufficio stampa della casa editrice, Edizioni Spartaco, in quel del Salone del Libro, che è davvero strano da visitare come lit-blogger. Capita che qualcuno sappia chi sei, e che ti faccia un sacco di complimenti e magari ti omaggi pure di qualche libro; capita anche di incontrare editori che – per carità, liberissimi, spesso sono quelli che se lo possono permettere – della blogosfera poco ne sanno e gli interessa meno, e ti guardano con sospetto mentre stai a lumare i loro volumi, in attesa di una richiesta di libri – no, editori-standisti, non vi chiedo niente, state tranquilli.

L'ufficio stampa di Edizioni Spartaco mi accoglie ogni anno con un calore che manco mia zia; mi offre il caffè, mi racconta le ultime uscite, mi chiede cosa mi vada di leggere. Tavolo numero sette di Darien Levani era una delle novità proposte, ma l'ufficio stampa era così entusiasta dell'autore che mi ha fatto scivolare nella borsa anche un altro libro, Toringrad – che sono ragionevolmente certa mi piacerà un sacco.

Edizioni Spartaco, dicevo, è così gentile che mi mette in una condizione imbarazzante per chi bazzica nei media – un blog è, dopotutto, un media – di chi vorrebbe sottolineare e ringraziare l'altrui gentilezza ma non sa come fare perché in questo internet malato di sfiducia ogni affermazione positiva è tacciata di interessi nascosti; è uno dei casi in cui mi riduco a una cortesia spicciola per non insospettire i lettori di chissà quale accordo sottobanco.

Che stress.

(che poi tutta 'sta tiritera col romanzo non c'entra niente, mi andava giusto di dire apertamente che quelli di Edizioni Spartaco sono un sacco gentili e ci sanno fare con le persone).
(offritemi il caffè anche l'anno prossimo, mi avete salvata).



Darien Levani è nato a Fratar nel 1982, fa l'avvocato e vive a Ferrara. Come potrei definire Tavolo numero sette? È un po' un giallo, un po' un thriller, un po' noir; ma è come se avessero spostato tutti questi generi in un'ambientazione altra; riesco a spiegarlo solo con un'ardita metafora cinematografica: putiamo caso che mentre stiamo guardando in dvd Gli insoliti sospetti (Bryan Singer, 1995), su Mediaset vada in onda un cinepanettone, non importa quale. Un fulmine colpisce all'improvviso l'antenna, arriva col cavo fino al televisore e la trama tortuosa di Kaiser Soze subentra nel manifesto visivo-ideologico dei Vanzina. La trama è complessa, il caso è serio e difficile, le tematiche affrontate dolorose e pertinenti. L'ambientazione è un matrimonio i cui invitati, beh. Beh.





Viviamo tutti in una bolla personale, più o meno limitata, composta dalle persone con cui accettiamo di avere a che fare e dalle ideologie che portano con sé. Nella mia bolla le discussioni sono fervide, toccano gli argomenti più svariati, la differenza è ricchezza e non si giudica senza capire, e magari non si giudica e basta perché fortunatamente la vita non è Forum. Sono contraria allo snobimo a priori, all'identificare qualcosa o qualcuno come sublimamente stupido, crudele, incapace a prescindere. Ce la metto tutta per comprendere, identificarmi, spiegarmi. Ma negare l'idiozia in toto non è segno di apertura mentale, significa non volersi prendere la responsabilità di tacciare qualcosa (o peggio, qualcuno) di errore, e secondo la mia personalissima opinione, è un approccio sbagliato quanto il suo contrario – meno dannoso e meno antipatico, ma comunque sbagliato. Questo per dire che, nonostante io viva nella mia splendida bolla in cui i complotti su gender, vaccini e allunaggio sono palesi minchiate, il mondo è abitato anche da persone credulone e/o in malafede. Gli imbecilli ci sono. Fa male, ma ci sono. Non me ne capacito ma vivono e camminano tra noi, potrei catturarne un centinaio coi giusti hashtag – 49 milioni, bacioni etc.





Dicevo. Tavolo numero sette. In Tavolo numero sette il protagonista è un guscio; è un ricettacolo con poca storia e poco carattere del caso che verrà sviscerato al matrimonio del suo collega. Al tavolo numero sette ci sono due coppie, una ragazzina, il protagonista e infine Camillo Bordin, un giudice che ha raggiunto suo malgrado una fama infida per aver scagionato dall'accusa di omicidio plurimo un uomo che, a detta dell'Italia intera, era colpevole al 100%.



Non so quale sia lo stato della tv spazzatura al momento; se fiocchino al pomeriggio trasmissioni in cui vengono sviscerati i delitti più efferati, quanto i casi di cronaca nera vengano pompati in prima serata; nei suoi ultimi anni, mia nonna si consolava parecchio con le disgrazie altrui. Le portavo riviste patinate ed economiche che andavano a scavare nei delitti più recenti e, in mancanza d'altro, in antichi casi irrisolti. Per scherzare ci auspicavamo qualche nuovo omicidio, così da darle materiale fresco con cui dilettarsi, – non pensate male di mia nonna, manigoldi, erano i suoi ultimi anni e non era più del tutto lucida, e quello che ha vissuto lei non ce l'avete negli incubi. Sta di fatto che all'interno del romanzo, quel tipo di giornalismo si getta a pesce su un ghiottissimo caso di cronaca nera. Madre e figlia trucidate nel loro appartamento, un messaggio scritto col sangue. Pure Ellroy avrebbe sbavato.





Al tavolo numero sette tutti, a parte il protagonista e dopo un po' Deborah, la sedicenne col telefono sempre in mano, prendono le parti dell'accusa e si indignano a posteriori della decisione del giudice Camillo; Camillo li lascia fare. Discute, argomenta, mantiene la calma. Non sa chi sia il colpevole, sa solo che non c'erano abbastanza prove per condannare definitivamente l'indagato, Pietro Erardi. Spiega che cos'è realmente la legge, spartisce il proprio punto di vista con gli altri invitati – perle ai porci. La trama va avanti, il mistero si infittisce. A un certo punto Levani mette lì la soluzione, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede; io, almeno, non l'avevo vista, i miei sospetti viravano altrove.



Tavolo numero sette, in chiusura. È un bel romanzo, che come thriller fa il suo dovere al punto che un po' mi sono pentita di averlo letto di notte anziché di giorno; il caso è interessante, il tema del pubblico che pretende di mettere le mani sulla legge e la spettacolarizzazione dei processi sono affrontati dolorosamente e con cognizione. L'unica pecca che muovo al romanzo è il vuoto dei personaggi; alcuni sono rimbambiti per forza di cose, perché c'è bisogno di menti molto vuote per fare da cassa di risonanza agli argomenti di Camillo; capisco la scelta dell'autore di non voler dar voce alla ragionevolezza, se non nella parte del giudice – per il protagonista e per Deborah, la faccenda è più un gioco che una questione di principio e di giustizia. All'interno del romanzo, Camillo è solo; e neanche il lettore può raggiungerlo.

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