mercoledì 6 novembre 2019

Company Parade di Margaret Storm Jameson


Prima di iniziare a parlare del romanzo in sé, mi va di ripercorrere a passi svelti la strada che l'ha portato in libreria qui e oggi – in Italia, nel 2019. Credo che tutto sia iniziato quando è uscito Stoner di John Williams, nel lontano 2012; era stato appena riscoperto in America, e il successo esplosivo e inaspettato ha dato il via alla ricerca dei capolavori dimenticati nella letteratura del '900, e ha dato il nome al blog di Fazi. Ci sono stati altri autori – Dorothy Parker, Thomas Williams – e dopo qualche anno è stata la volta di Gli anni della leggerezza, il primo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. E la risposta del pubblico è stata tale da impostare una decisa linea editoriale; saghe familiari scritte da autrici donne, schiette e taglienti, e stilisticamente raffinate in modo quasi doloroso. Dopo Elizabeth Jane Howard – che io chiamo anche “luce dei miei occhi” – è stata la volta di Rebecca West e della famiglia Aubrey, e poi – finalmente ci arrivo – di Margaret Storm Jameson e del suo Company Parade.



Company Parade è il primo volume di una trilogia ambientata a Londra all'indomani della Grande Guerra, intitolata Lo specchio nel buio, tradotta in Italia da Velia Februari. E sarà stupido da dire, ma mi ha fatto venire dei brividi a metà tra l'orrore e il divertimento, perché lo sguardo dell'autrice è così chiaro nel presente – il suo presente – da riuscire a spalancarle il futuro. Scriveva all'inizio degli anni '30, eppure già vedeva una nuova guerra, e guerre più lontane combattute per il petrolio e lavoratori scalzati dalle fabbriche per via di macchinari sempre più efficienti. Margaret è nata a Whitby – ciao, Stoker – nel 1891. Ha lavorato in pubblicità, come la sua protagonista, è stata suffragetta, femminista e antinazista e, per la mia personale gioia – grazie, Margaret, a buon rendere – ha scritto un sacco.

La protagonista è Hervey Russell, una giovane donna madre di un bambino di appena due anni, appena trasferitasi dallo Yorkshire a Londra per fare fortuna. Abita in una stanzetta dimessa, costretta a fare economia. Sta per pubblicare il suo primo romanzo, spera che tutto vada bene e intanto ha accettato un lavoro in un'agenzia pubblicitaria – un lavoro che sotto sotto disprezza. Suo marito rifiuta di congedarsi dall'aviazione anche se la guerra è finita e più aspetta, meno lavori ci saranno ad aspettarlo. I personaggi del libro ruotano attorno a Hervey; sono i suoi amici – Philip, innamorato di lei da una vita, pacifista e idealista e T.S., sposato in uno strano matrimonio con una celebre critica letteraria – e il suo collega David Renn – anche lui un ex soldato, ferito a una gamba e dritto nell'anima. Il marito di Hervey, Penn, è un pallone gonfiato, e Hervey lo sa, e Penn a tratti lo comprende per poi dimenticarsene – anche Hervey, dopotutto, cerca di non pensarci, e talvolta ci riesce. Hervey cerca un riscatto a Londra, dalla ricchissima nonna che si è sempre rifiutata di dare una mano a lei e alla madre. Disegna per sé un futuro radioso e si immette in una strada che, percorsa drittamente, potrebbe scortarcela senza problemi, ma poi vede un'altra strada, un viottolo misterioso, oppure la strada si interrompe in una pozzanghera e Hervey decide di cambiare rotta, tornare indietro o virare completamente. È capace soltanto di passioni violente e immediate; la sua mente non riesce a stare ferma e a non struggersi, e questo la rende amabile e spietata insieme.



Attorno ad Hervey infuria il dopoguerra. L'Inghilterra cerca di ridipingersi eroica e smaltata di successo, e il contrappeso ideologico a questa buffonata è dato da Philip, l'amico di Hervey che fonda un giornale socialista, e da David Renn che porterà avanti la sua crociata. In Austria e in Germania la gente muore di fame, chi riesce a vedere il futuro attraverso il contemporaneo – e non viceversa – riesce a intuire il terreno che viene dissodato per quello che verrà dopo. La crudeltà del presente presagisce la crudeltà del futuro. A Hervey la questione interessa, per un po', prima che passi oltre.

Lo sguardo di Margaret Storm Jameson è profondo, tagliente e spietato, la sua voce si accompagna a quella di Elizabeth Jane Howard e di Rebecca West – si sono conosciute, si sono lette a vicenda, c'è stata rivalità o si sono ammirate senza biasimo? – nel raccontare un'Inghilterra che non ha molto di cui andare fiera; le persone di cui racconta sono persone fino in fondo, i loro gusti mutano, le loro mete si deformano, li vediamo incostanti anche nel cambiamento, così presi dal racconto che fanno di se stessi e dalle rassicurazioni che si danno.
Forse non si sarà capito da come ne ho parlato finora, ma Hervey mi ha conquistata. Così fragile e così sferzante. Capace di frantumarsi e di tagliare così a fondo.
(non so come concludere, se non con un patetico “Margaret, sposami”, contestualmente un tantino postumo).
(mio padre ha adorato la saga dei Cazalet, sarà felice come una pasqua quando gli presterò Company Parade).



"È vero che se si pensa con sufficiente intensità a un evento, alla fine accadrà, non (come si potrebbe supporre) perché lo si è generato, ma perché è sempre stato nella propria natura. Ma la logica della mente ha un vizio fatale. Inizia con un desiderio. E così, nel momento in cui un evento solamente immaginato si verifica nel mondo reale, il tempo se ne impossessa e gli conferisce una piega diversa che deforma tutto. La fonte che si credeva prosciugata esonda, il terreno immaginato cede e porta tutto via con sé."

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