mercoledì 27 novembre 2019

The Irishman di Charles Brandt


The Irishman, da poco uscito per Fazi, è stata una lettura stranamente scorrevole, in barba al discreto volume del tomo e al tema tutt'altro che allegro, peraltro da una prospettiva non poco disturbante. La voce narrante è quella di Frank Joseph Sheeran, detto l'Irlandese. Un vecchio ex-sindacalista ed ex-killer della mafia che a più di quarant'anni dall'omicidio di Jimmy Hoffa accetta di farsi intervistare dall'avvocato e investigatore Charles Brandt, che ha condensato le loro innumerevoli conversazioni nella forma cronologicamente e logicamente comprensibile che ho appena finito di leggere. L'ultima intervista risale a una settimana prima della morte di Frank, nel 2003. Coincidentalmente domani – scrivo la sera per rileggere al mattino – uscirà su Netflix il film di Scorsese tratto dallo stesso libro, e già lo paragonano a The Goodfellas. Le mie cine-aspettative saranno alte.




Il caso Hoffa è stato a lungo uno dei grandi misteri della storia americana, non meno dell'omicidio dei Kennedy – di cui peraltro si parla, Bobby e Hoffa si odiavano di cuore. Ne parla pure Ellroy nei suoi romanzi, difatti è grazie a lui se negli anni delle superiori sono riuscita a farmi una cultura della criminalità organizzata in America – e di rimbalzo della sua storia politica dagli anni '50 a Nixon. Grazie James. Anche degli incubi.
James Riddle Hoffa è nato a Brazil, nell'Indiana, nel 1913. Ha vissuto la grande guerra, la grande depressione, poi un'altra guerra più grande della prima. Nel ruolo di sindacalista e difensore dei lavoratori è stato famoso come un divo del cinema. Era pesantemente colluso con la mafia, e manovrava le sezioni del sindacato – i Teamsters – come fossero pedine. Non è che non gli interessasse la causa, gli interessi degli iscritti erano blindati, e Hoffa aveva iniziato dove stavano loro. Coi fondi pensione c'era da guadagnare cifre astronomiche, ma Frank Sheeran non racconta di un Hoffa avido di denaro, ma malato di potere. Viveva frugalmente, roba che lo si poteva scambiare per un normale impiegato, ma aveva bisogno del potere, del controllo. Aveva stretti rapporti con la mafia italiana, soprattutto col clan di Russell Bufalino. È così che ha conosciuto Frank Sheeran, li ha fatti incontrare lui, quando Frank ha fatto domanda per poter lavorare col sindacato. Chi bazzica reddit e pagine di meme politici internazionali, saprà che i sindacati negli USA hanno una pessima reputazione. Finalmente riesco a spiegarmi le ragioni di tanta diffidenza – che comunque nel grande schema delle cose mi sembra un pelo auto-castrante, ma non voglio divagare.




Scorsese in Taxi Driver ha raccontato quello che la guerra fa all'essere umano. Lo abitua all'orrore, lo riempie di incubi e paranoie, mette alla prova la sua morale. Dopo il Vietnam, alla narrazione autoconsolatoria della guerra eroica si è affiancato un racconto diverso, quello delle conseguenze del conflitto sull'individuo. Ci pensavo, mentre leggevo degli anni che Frank ha trascorso in Italia a combattere i nazisti. I fatti sono agghiaccianti, con tanto di ufficiali che fanno fucilare centinaia di prigionieri di guerra. Ha visto morire decine di commilitoni, e con tutto il tempo passato in prima linea, è un miracolo che non sia capitato anche a lui. Se The Irishman fosse un romanzo che con la realtà non ha niente a che fare, traccerei una linea retta tra gli anni di Frank sotto le armi e le opinabilissime scelte che ha fatto più avanti. Ma Frank è reale anche da morto, e su di lui non posso immaginare di dispiegare un'accurata parabola del personaggio con la presunzione di potermi dare ragione. Quello che gli ha fatto la guerra, rimane affare suo.

Frank è nato nel 1920 a Darby, in Pennsylvania, in una famiglia irlandese parecchio cattolica. Il padre beve, e quando Frank ha dieci anni lo fa combattere contro ragazzi più grandi per scommettere su di lui e scroccare da bere. Frank capisce in fretta che vuole togliersi di casa e scappa con un circo itinerante. Ammetto che sono riuscita a non pensare al punto centrale del libro, mentre leggevo della gioventù di Frank. C'erano un sacco di lavoro duro, balli e occasionale violenza, mi faceva pensare a Jack London. Poi c'è stata la guerra, un rincorrersi di lavori che Frank perdeva facilmente – come truffatore era parecchio abile, ma se fai la cresta sui quarti di bue prima o poi ti beccano. E poi la prima famiglia, l'inizio del rapporto con la mafia italiana, con cui ha legato tanto bene perché ha combattuto in Sicilia. Il sindacato, Hoffa, tutto il resto.



Frank Sheeran ha fatto cose terribili, e il suo schema di valori – tra i vari regolamenti di conti si accenna a negozi dati alle fiamme e a impresari gambizzati, in una scala cromatico-etica dal bianco al nero siamo sul catrame – è agghiacciante. Spaventa perché spesso Frank è una persona piacevole, sensatissima. Avrebbe avuto una vita avventurosa anche senza metterci di mezzo la malavita. Ha fatto cose tremendamente sbagliate pur essendo in grado, almeno credo, di riconoscere il giusto. Frank ha affermato che tornando indietro non rifarebbe quello che ha fatto. Eppure ci sono morti per le quali non sembra provare il minimo rimorso. Continuava a frequentare i clan mafiosi anche durante le interviste con Brandt, qualche volta lo portava con sé. Ha fatto cose terribili in nome di una lealtà impropria, un ideale condensato nella figura dell'uomo che gli ha dato tutto, Russell Bufalino. Voleva bene a Jimmy Hoffa, e il dolore si sente.
Non credo riuscirò mai a capacitarmi davvero di tutto quello che è raccontato in questo libro.


mercoledì 13 novembre 2019

La meravigliosa lampada di Paolo Lunare di Cristò


Di Cristò non ho letto tutto, ma è uno di quegli autori di cui voglio leggere tutto. Anche per rendermi conto di come il tempo gli ha cambiato la scrittura, per temi e stile, vedere da che parte sta nelle diatribe interiori dei personaggi, dove si ferma l'indulgenza dell'autore – che forse è autoindulgenza, dipende da quanto l'autore sia nel personaggio e viceversa. Che poi la bibliografia di Cristò non è una cosa così spaventevole e sterminata – per dire, Philip Roth, ho adorato Pastorale americana e Il teatro di Sabbath, ma tutte quelle decine di titoli mi annichiliscono, per mole e per probabilità di sòle – prima di La Carne – che era uscito per Intermezzi anni fa ed era stato un mezzo caso editoriale – e Restiamo così quando ve ne andate ha pubblicato giusto altre tre opere, e prima o poi me le recupero.



Che poi. Con Cristò ho notato che mi viene da chiacchierare senza ritegno a ruota libera, come se avessi passato sì del tempo a leggere, ma pure a bere una birra con un'istanza a metà tra scrittore e personaggio, prendo confidenza col libro e straparlo. Si è formata quella connessione rara che è il filo dorato che cerca il bibliofilo, e che tuttavia mi fa sorgere istinti rabbiosi, tipo urlare alla pagina “Che cazzo vuoi, Cristò, non sei mia madre” o scrivergli sul muro sotto casa quello che fa sua madre alle tre di notte in tangenziale, che è pure una cosa parecchio sessista, oltre che ostile – quando mesi fa ho letto Dal tuo terrazzo sivede casa mia, mi era venuto da fracassare la macchina di Elvis Malaj, vai a sapere che mi prende alle volte. Tant'è.

Dunque, La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, Terrarossa edizioni, appena uscito. Neanche cento pagine di racconto, pochissimi personaggi, quasi tutti morti. Chi stai citando, Cristò, se stai citando qualcuno? La lampada di Aladino, Le mille e una notte, Barbablu? Magari no. Chissà.
Paolo e Petra sono sposati da quasi quindici anni, un sacco di tempo. Si sono conosciuti sui banchi di scuola e la loro relazione si è stretta con una naturalezza che sembra non aver lasciato spazio a rimpianti, strade alternative, orizzonti altri. Sono felicemente sposati, eppure sono tre anni che Paolo passa tutte le sere nel garage, da solo, con la pretesa di non avere interferenze. Sono tre anni che hanno aperto un piccolo strappo nel matrimonio, anche se Paolo passa quelle sere a lavorare al regalo per il quindicesimo anniversario di matrimonio: una lampada che riproduca la luce del sole, perché Petra è sensibile all'illuminazione, e quella che hanno in casa non è abbastanza, è una luce finta, inadeguata.



Paolo una sera, a circa un mese dal loro anniversario, accende la lampada a cui sta lavorando, e scopre che è in grado di fare una cosa prodigiosa. Non dico cosa. Non lo dico perché prima di leggerlo non ne avevo idea – che è così che voglio leggere, senza sapere una beneamata fava di quello che succede – ma è una cosa incredibile e meravigliosa, che lo porta a scoprire segreti che lo riguardano e di cui non aveva idea. E intanto Petra aspetta e si chiede cosa faccia Paolo. Le risposte che si dà non le piacciono, ma sorride, fa buon viso a cattivo gioco, intrappolata in un'antica menzogna che la terrorizza. Non sa come uscirne – che poi la risposta sarebbe “parlane”, ma siamo capaci tutti a perdonare i segreti degli altri, a vederli per quelli che sono. “L'omissione è una menzogna oppure no?”, chiede l'aletta interna della copertina – sarebbe la seconda di copertina, ma lo trovo parecchio cacofonico – e la risposta è ancora “Cristò statti zitto o finisce male”.

Cristò racconta una storia che riguarda sì Paolo e Petra in primis, ma che ci riguarda pure tutti, in un modo o nell'altro. Il rapporto col passato, quello che una nuova scoperta può comportare, quello che ci racconta di noi. Quanto di noi è giusto dare agli altri, fin dove si fermano le pretese – e sono pretese reali o immaginate? Quello che l'essere umano è in grado di farsi, che è forse peggio di quello che ci facciamo gli uni con gli altri. Poi c'è l'elemento meraviglioso che è trattato con una delicatezza tale che mi tocca cambiare tono, prenderla meno sul personale. L'atmosfera di quando è fine estate e incroci le prime e ultime lucciole della stagione. Quella.
(ecco, questo posso passarlo alla mia coinquilina senza che me lo tiri dietro, il protagonista di Restiamo così quando ve ne andate gliele ha fatte girare fortissimo e me l'ha ridato prima di raggiungere pagina 50).

mercoledì 6 novembre 2019

Company Parade di Margaret Storm Jameson


Prima di iniziare a parlare del romanzo in sé, mi va di ripercorrere a passi svelti la strada che l'ha portato in libreria qui e oggi – in Italia, nel 2019. Credo che tutto sia iniziato quando è uscito Stoner di John Williams, nel lontano 2012; era stato appena riscoperto in America, e il successo esplosivo e inaspettato ha dato il via alla ricerca dei capolavori dimenticati nella letteratura del '900, e ha dato il nome al blog di Fazi. Ci sono stati altri autori – Dorothy Parker, Thomas Williams – e dopo qualche anno è stata la volta di Gli anni della leggerezza, il primo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard. E la risposta del pubblico è stata tale da impostare una decisa linea editoriale; saghe familiari scritte da autrici donne, schiette e taglienti, e stilisticamente raffinate in modo quasi doloroso. Dopo Elizabeth Jane Howard – che io chiamo anche “luce dei miei occhi” – è stata la volta di Rebecca West e della famiglia Aubrey, e poi – finalmente ci arrivo – di Margaret Storm Jameson e del suo Company Parade.



Company Parade è il primo volume di una trilogia ambientata a Londra all'indomani della Grande Guerra, intitolata Lo specchio nel buio, tradotta in Italia da Velia Februari. E sarà stupido da dire, ma mi ha fatto venire dei brividi a metà tra l'orrore e il divertimento, perché lo sguardo dell'autrice è così chiaro nel presente – il suo presente – da riuscire a spalancarle il futuro. Scriveva all'inizio degli anni '30, eppure già vedeva una nuova guerra, e guerre più lontane combattute per il petrolio e lavoratori scalzati dalle fabbriche per via di macchinari sempre più efficienti. Margaret è nata a Whitby – ciao, Stoker – nel 1891. Ha lavorato in pubblicità, come la sua protagonista, è stata suffragetta, femminista e antinazista e, per la mia personale gioia – grazie, Margaret, a buon rendere – ha scritto un sacco.

La protagonista è Hervey Russell, una giovane donna madre di un bambino di appena due anni, appena trasferitasi dallo Yorkshire a Londra per fare fortuna. Abita in una stanzetta dimessa, costretta a fare economia. Sta per pubblicare il suo primo romanzo, spera che tutto vada bene e intanto ha accettato un lavoro in un'agenzia pubblicitaria – un lavoro che sotto sotto disprezza. Suo marito rifiuta di congedarsi dall'aviazione anche se la guerra è finita e più aspetta, meno lavori ci saranno ad aspettarlo. I personaggi del libro ruotano attorno a Hervey; sono i suoi amici – Philip, innamorato di lei da una vita, pacifista e idealista e T.S., sposato in uno strano matrimonio con una celebre critica letteraria – e il suo collega David Renn – anche lui un ex soldato, ferito a una gamba e dritto nell'anima. Il marito di Hervey, Penn, è un pallone gonfiato, e Hervey lo sa, e Penn a tratti lo comprende per poi dimenticarsene – anche Hervey, dopotutto, cerca di non pensarci, e talvolta ci riesce. Hervey cerca un riscatto a Londra, dalla ricchissima nonna che si è sempre rifiutata di dare una mano a lei e alla madre. Disegna per sé un futuro radioso e si immette in una strada che, percorsa drittamente, potrebbe scortarcela senza problemi, ma poi vede un'altra strada, un viottolo misterioso, oppure la strada si interrompe in una pozzanghera e Hervey decide di cambiare rotta, tornare indietro o virare completamente. È capace soltanto di passioni violente e immediate; la sua mente non riesce a stare ferma e a non struggersi, e questo la rende amabile e spietata insieme.



Attorno ad Hervey infuria il dopoguerra. L'Inghilterra cerca di ridipingersi eroica e smaltata di successo, e il contrappeso ideologico a questa buffonata è dato da Philip, l'amico di Hervey che fonda un giornale socialista, e da David Renn che porterà avanti la sua crociata. In Austria e in Germania la gente muore di fame, chi riesce a vedere il futuro attraverso il contemporaneo – e non viceversa – riesce a intuire il terreno che viene dissodato per quello che verrà dopo. La crudeltà del presente presagisce la crudeltà del futuro. A Hervey la questione interessa, per un po', prima che passi oltre.

Lo sguardo di Margaret Storm Jameson è profondo, tagliente e spietato, la sua voce si accompagna a quella di Elizabeth Jane Howard e di Rebecca West – si sono conosciute, si sono lette a vicenda, c'è stata rivalità o si sono ammirate senza biasimo? – nel raccontare un'Inghilterra che non ha molto di cui andare fiera; le persone di cui racconta sono persone fino in fondo, i loro gusti mutano, le loro mete si deformano, li vediamo incostanti anche nel cambiamento, così presi dal racconto che fanno di se stessi e dalle rassicurazioni che si danno.
Forse non si sarà capito da come ne ho parlato finora, ma Hervey mi ha conquistata. Così fragile e così sferzante. Capace di frantumarsi e di tagliare così a fondo.
(non so come concludere, se non con un patetico “Margaret, sposami”, contestualmente un tantino postumo).
(mio padre ha adorato la saga dei Cazalet, sarà felice come una pasqua quando gli presterò Company Parade).



"È vero che se si pensa con sufficiente intensità a un evento, alla fine accadrà, non (come si potrebbe supporre) perché lo si è generato, ma perché è sempre stato nella propria natura. Ma la logica della mente ha un vizio fatale. Inizia con un desiderio. E così, nel momento in cui un evento solamente immaginato si verifica nel mondo reale, il tempo se ne impossessa e gli conferisce una piega diversa che deforma tutto. La fonte che si credeva prosciugata esonda, il terreno immaginato cede e porta tutto via con sé."