mercoledì 5 giugno 2019

Madre Nostra di Stefano Paparozzi

Da brava conoscitrice dei miei polli – intesi come editori che cercano di ridurre l'invenduto per questioni sia economiche che logistiche – attendo ogni anno l'ultimo giorno del Salone del Libro per fare i miei acquisti. D'altronde anche gli editori conoscono i loro polli – dicasi i lettori con problemi di gestione delle finanze – e lanciano ghiotte esche promozionali; 3x2, 50% sul prezzo di copertina, sconto calcolato sulla simpatia o sul “presto che dobbiamo chiudere gli scatoloni”.
Quest'anno ho trascorso le ultime ore del Salone del Libro a dilapidare un patrimonio e a infastidire Giorgio e Marco di Zona 42, che ho intervistato dopo la chiusura della fiera insieme a Andrea di Edizioni Hypnos. È anche l'ultimo stand cui ho fatto acquisti – con una scontistica imbarazzante e un volume regalato, ero rimasta così a secco che Giorgio si è offerto di offrirmi il biglietto della metro, mannaggia a me e a quando mi è partito l'acquisto compulsivo, mi sono fatta due settimane a pasta e scatolame.
Dicevo che gli ultimi acquisti li ho fatti alla Zona; Cenere di Elisa Emiliani, Ad Astra di Antonio de'Bersa (il graditissimo omaggio) e Madre Nostra di Stefano Paparozzi, che sarebbe poi il romanzo di cui chiacchiererei oggi.



Per un certo periodo se ne è parlato parecchio; vedevo spuntare qua e là la copertina, titoli entusiastici di recensioni che non leggevo per non rovinarmi la sorpresa. Avevo colto un unico punto, certamente centrale, della trama: la protagonista rimane incinta autonomamente, dal nulla. In che modo la questione venisse affrontata, non lo sapevo. Da quale angolazione, prospettiva, con quale linguaggio. Non ho letto neanche la quarta di copertina, mi sono buttata su Madre Nostra senza avere una vera e propria idea di quanto vi avrei trovato.

Il romanzo coincide perlopiù con il diario della protagonista Miriam, quello che la psicologa le ha consigliato di tenere per sfogarsi e analizzare a mente fredda la sua situazione. Brevi e rari intermezzi del biografo di Miriam, detta la Madre delle Moltitudini, forniscono una chiave di lettura e una contestualizzazione più precisa. Fin dall'inizio, grazie al biografo, sappiamo che Miriam acquisterà una fama controversa, che si ritrarrà dalla chiesa che fonderanno in suo nome. Che il suo diario era inizialmente su carta e poi è passato a un file word, che la stessa Miriam ha rivisto più volte.
Alla prima gravidanza, Miriam ha appena dodici anni e la reazione della famiglia è esattamente quella che ci si aspetterebbe: prove e controprove in ospedale e poi via in questura a cercare di fare chiarezza. Straziante la parte in cui Miriam si rende conto dei sospetti che ricadono sul fratello maggiore, e delle ripercussioni che questi sospetti hanno su di lui, un ragazzino di quindici anni. Miriam porta avanti la gravidanza, partorisce Gloria e intanto va avanti con la sua vita. Ha un'amica del cuore, Vanessa, si iscrive con lei al liceo, si innamora di un amico del fratello. E poi resta di nuovo incinta, sempre di una bambina. Questa volta il caso approda alle grinfie della stampa e Miriam diventa suo malgrado una celebrità. Un istituto privato si offre di studiare il suo problema, in cerca di una soluzione per lei e di un rimedio contro la sterilità. La figura della psicologa diventa per lei centrale, e col tempo si aggiungono altre figure che la guideranno poco a poco nell'accettazione di un culto a suo nome.



Sia chiaro, non ci sono enormi complotti sotterranei, enigmi e fughe precipitose. Miriam è una ragazza normale, la sua famiglia è normalissima e il modo in cui sono condotte le ricerche sul suo caso non ha nulla di improbabilmente sospetto; Paparozzi non ha voluto raccontare una storia su un complesso impianto di intrighi sorretti dall'inconsueta capacità di Miriam. Paparozzi ha preso un'incongruenza biologica che nella nostra cultura è investita di un significato religioso immediatamente riconoscibile, e l'ha impiantata nella vita di una ragazzina che non ha nulla di inconsueto. Miriam è una normalissima adolescente, e poi una normale donna che si deve confrontare con una situazione inedita che influenza in modo pervasivo la sua vita, e lo fa con l'aiuto di un diario personale che è il romanzo che andiamo a leggere.

Mi chiedo se Paparozzi non avrebbe dovuto o potuto osare di più, scrivendo Madre Nostra, per quanto riguarda le grandi e piccole cose umane che acquistano un'importanza mai vista per chi le vive. Quello che Miriam racconta sul diario è spesso collegato alle sue gravidanze, il che ha senso, perché condizionano irrimediabilmente le sue giornate; eppure non riesco a fare a meno di chiedermi se la gravidanza non abbia fagocitato parte di quello che sarebbe stato il vissuto quotidiano di Miriam, quello spicciolo di fattarelli, ipotesi, simpatie e antipatie.

Non che Madre Nostra sia spoglio di tutto tranne che delle gravidanze di Miriam, anzi. È fatto di Miriam e del suo rapporto coi genitori, col fratello, la psicologa, i fondatori del suo culto – la Madre delle Moltitudini. Forse mi scoccia soltanto che Miriam non abbia avuto una vita normale.

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