sabato 4 maggio 2019

La sorella cattiva di Véronique Ovaldé

Quando leggiamo, va da sé, ricerchiamo l'empatia coi personaggi che ci vengono presentati. Per vivere a fondo il libro dobbiamo capirli, entrare in sintonia col loro sentire, provare quello che provano. È per questo che leggere Lolita di Nabokov mi è risultato intollerabile, è per questo che la lettura di Il profumo di Suskind mi ha disturbata per giorni.





Sto leggendo molto, in questo periodo – non abbastanza; c'è un abbastanza? – e sul finire del romanzo di cui mi accingo a trattare – ci arriverò con calma – mi sono resa conto di un aspetto che mi rende facilissimo scivolare in un libro con la grazia di chi indossa le pattine sulla cera appena passata. È una sensazione che ho provato leggendo Purity di Jonathan Franzen e Le risposte di Catherine Lacey, e un sacco di altri romanzi di cui non ricordo il titolo. È la prospettiva interna di una ragazza-donna che si cerca ma non si trova, che si perde nel momento stesso in cui inizia a cercarsi. Il senso del mondo sfalsato, non tanto il non capire il mondo, quanto il capire di non capire il mondo.


È la prospettiva di queste protagoniste ad agganciarmi, a prendermi per mano e trascinarmi dentro il libro, a vivere con loro e vedere con loro. Mi prende la vicinanza tra le nostre confusioni, e non posso fare a meno di immedesimarmi, e di cercare una risposta in mezzo al loro vivere. Mostratemi i vostri passi falsi, tizie confuse, così aggiusto il tiro dei miei.





La sorella cattiva di Veronique Ovaldé, dunque, edito da minimum fax nel 2015 nella traduzione di Lorenza Pieri. Un po' biografia – scritta da chi? Non si sa – e un po' meta-romanzo, visto che la protagonista è una famosa scrittrice che ha esordito con un romanzo auto-biografico intitolato proprio La sorella cattiva, punteggiato da brevi capitoli pieni di immagini, odori, impressioni sul mondo intorno. Veronique Ovaldé si prende delle libertà che contrastano le regole dell'arte affabulatoria, ma senza esagerare, senza mai sforare nell'ingestibile, nello spiacevole, nel troppo che interrompe la lettura perché grida “autore che vuole strafare” senza riguardo per il lettore che vorrebbe pure godersi la trama.



La trama, dunque. C'è Maria Cristina Vaatonen che ha tra i venti e i trent'anni, una carriera avviatissima di scrittrice e una bella vita in California; una gatta che si chiama Jean-Luc, una bottiglia di gin sempre in fresco, una governante la cui presenza a volte la fa sentire classista. Ha un passato ingombro di ostacoli, un'infanzia soffocata dalla madre ultra-religiosa in un paesino che si destreggia tra uber-cattolicesimo e la comunità dei mennoniti, un padre assente, una sorella quasi gemella con cui intrattiene un rapporto di amore e rivalità fino al fattaccio dei quattordici anni.






Il romanzo inizia con la madre di Maria Cristina che la chiama per dirle che deve tornare a casa; la sorella Meena ha avuto un bambino, Peeleete, e Maria Cristina deve venirselo a prendere e portarselo in California. Deve adottarlo, prendersene cura, e Maria Cristina non sa bene come reagire, prima sceglie la facile risposta dell'alcol, poi l'ex-amante Claramunt, poi il consiglio dell'amica Jeanne. Torna indietro a cercare le risposte, inizia il viaggio e ci arriva la sua storia, il suo passato, l'arrivo al presente, una storia raccontata per sommi capi molto importanti.


Come si legge La sorella cattiva, e come se ne parla? È la storia strana di una ragazza strana che stringe legami strani. Ma è anche una storia in mezzo a tante storie, una vita in mezzo a tante vite; credo valga un po' per tutti.

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