domenica 20 gennaio 2019

Come mai non pubblico stroncature


Non scrivo stroncature. Quasi mai.
Dico “quasi” perché ne ho scritte un paio ancora agli albori del blog, che ai tempi era molto più “personale” di quanto non sia adesso. Cominciavo ogni recensione chiacchierando bellamente dei fatti miei per paragrafi e paragrafi – come avevo dormito? Con cosa avevo fatto colazione? Umore? C'era il sole? – e c'è da dire che forse forse forse un po' esageravo. Ma tanto lo sto facendo anche adesso, quindi...
Anzi, vediamo di annegare come si conviene nelle vecchie e vituperate abitudini: ho dormito maluccio, ho fatto colazione con muesli e caffè latte, sono abbastanza contenta e credo che se mi decidessi ad alzare le serrande mi troverei davanti un cielo ingannevolmente azzurro, che poi per uscire devo comunque bardarmi come un crociato.
Dicevo, non scrivo stroncature.
Questo post un po' raffazzonato nasce dalla lettura di un articolo sull'Indiscreto, Addio stroncature, scritto da Federico Di Vita. Parole sante, nel loro conglomerato semantico. La critica letteraria ha perso d'importanza e spessore, la discussione si è fatta sterile ed emaciata, coloro che scelgono di affossare un'opera che se lo merita – giustamente o meno – spesso seguono le orme di un personaggio che si sono costruiti, tipo Il signor Distruggere dell'editoria, ma con basi un po' più solide di screenshot falsi.
Della critica negativa c'è bisogno, la divergenza di opinione stimola il dibattito. Se non c'è chi ammette di trovare un elemento sbagliato, cacofonico, malamente posizionato all'interno di una trama, diseducativo o che altro, come si fa a instaurare una discussione sul perché quell'elemento è sbagliato? Magari non lo è. Magari la comunità arriverà alla conclusione che l'elemento può essere scomodo ma, di fatto, innocuo. Chissà.
Ma da qualche parte bisogna cominciare, e le stroncature sono un ottimo punto di partenza.
Io però non ne scrivo. E poiché trovo che siano cosa buona e giusta, ci terrei a specificare perché. Che magari può venire fuori una chiacchierata interessante.
Chi scrive stroncature, deve leggere fino in fondo un'opera che non gli piace. Deve sacrificare tempo e diottrie per qualcosa che non gli dà nulla, magari con lo smacco di decine di volumi in attesa sul comodino. Io leggo perché amo leggere, e se qualcosa non mi piace bom, via dai miei occhi, tornatene in biblioteca e a mai più rileggerci. So che molti si impuntano a finire tutto quello che iniziano, ma io non ho mai capito cosa li spinga a farlo. Mia madre è rimasta mesi a boccheggiare su un romanzo piuttosto lungo di cui si lamentava tutte le volte che ci sentivamo, per me una simile tortura auto-imposta è inconcepibile.
Una stroncatura deve essere puntigliosamente argomentata; sappiamo bene che una critica negativa necessita di essere contestualizzata, laddove non se ne sente il bisogno per un complimento di intensità pari e contraria. Chi critica deve essere inattaccabile, visto che in un certo senso sta attaccando. E questo si traduce in uno smantellamento dell'opera crudo e spietato – e non tutti siamo a nostro agio nello smantellare gli altrui sogni.
Un'altra motivazione, effettivamente un po' paracula, è il fatto che spesso un romanzo scadente è quello che scegli a scatola chiusa, e viene da esordienti, magari pure da editori piccoli e claudicanti. Ci sono casi in cui stroncare è infierire, e il silenzio pare una risposta preferibile alla gogna pubblica.
Ma credo che la ragione più importante dietro la mia non-presa di posizione (che alla fine è più il frutto di un istintivo “non me la sento” che di una riflessione obiettiva sulla materia) sia che la stroncatura, secondo me, dovrebbe toccare temi importanti, interessanti, magari storico-sociali-economici etc. Dovrebbe valerne la pena, ecco. Magari partendo da un romanzo scadente si arriva a una concezione malata del mondo che vogliamo sbrogliare, o magari c'è uno sperimentalismo esasperato che ci pare retrogrado o inefficace. Possono esserci moltissimi motivi per cui un'opera ci risulta misera, ma per guadagnarsi una stroncatura, e dunque una sovraesposizione rispetto ai meriti letterari, dovrebbe avere qualcosa da dire. Deve esserci un buon argomento su cui arrovellarsi, sennò che senso ha? Ne ho letti, di libri brutti, e un paio di stroncature, come dicevo all'inizio, le ho pure scritte. Ma non sono molto più che una leggera e ridanciana lamentela sugli elementi che mi erano sgraditi. E in questo caso, ne vale la pena?

3 commenti:

  1. Anch'io, se un libro non mi convince, lo mollo. Lo faccio persino coi racconti.
    Per il discorso stroncature, penso anch'io che non ne valga la pena. Anni fa ho leggiucchiato una ciofeca scritta da un'esordiente, che aveva una trama assurdamente ridicola. Potrei scriverne una recensione sul mio blog, ma a che scopo? In fondo non sarebbe nemmeno così divertente, ma solo squallido.

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  2. Io no, termino sempre i libri iniziati, un po' per principio, un po' per speranza, un po' per curiosità. Scrivo poche stroncature, ma solo perché seleziono libri che penso possano piacermi, ma qualche delusione è capitata anche a me. Nel caso, stronco senza remore, ancor di più se l'autore è rinomato. In caso di scrittori emergenti, cerco di essere clemente e dispensare consigli e migliorie, piuttosto che giudizi taglienti.

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  3. Finalmente trovo un post sul tema, ed un post del quale condivido e sottoscrivo ogni parola.
    Anche io nel mio blog non scrivo mai di libri che non mi sono piaciuti, sostanzialmente per le stesse ragioni di cui parli tu.
    In primis, il fatto che il gusto è personalissimo, che il fatto che a me un libro annoi non vuol dire che debba annoiare tutti, che io stessa in momenti diversi della mia vita percepisco uno stesso libro in maniera diversa (da ragazza macinavo libri di Hesse e lo adoravo; adesso, faticherei. Eppure Hesse è sempre lo stesso.).
    Non c'è cosa che detesto più del vedere la tipica recensione in stile Amazon, per intenderci, in cui si riduce tutto a un "siccome a me non è piaciuto, è un NO". Leggo a volte stroncature di opere solo perchè non ci si prende la briga di contestualizzarle (non si può pretendere che un libro scritto cento anni fa abbia gli stessi ritmi narrativi di oggi), o per quella che sembra pura voglia di essere magari controcorrente.
    Per questo non posso che applaudire a chi si approccia alla lettura - ed a questa forma di critica letteraria "spicciola" che ci consentono i social - con tanta lucidità.
    Bravissima, Leggivendola.

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