lunedì 22 aprile 2019

I provinciali di Jonathan Dee - Una recensione alla lontana

Dunque, vediamo. Qui la prendiamo alla lontana sul serio. Ma di brutto.
C'è questa amica di mia madre, chiamiamola Lola, con una figlia ormai maggiorenne, chiamiamola Nona, che quando ci siamo conosciute avrà avuto sì e no quattro anni. Il tempo vola come un dannato, diamine. Dunque, c'era Nona, ai tempi, che sale sulle ginocchia di un'amica di sua madre, la fissa tutta concentrata e le dice “Certo che sei proprio brutta”, senza cattiveria, constatando un semplice dato di fatto. La tizia in questione ha risposto ridendo sgangherata, con la grazia tipica di chi cresciuto sul limitare tra Liguria e Toscana – chiusi e grezzi, siamo insopportabili – e non se l'è presa. Dopotutto Nona era una bambina, e diceva quello che pensava fosse vero, probabilmente seguendo il veto collodiano sulle bugie. Ed è anche in luce di questa sua crudele onestà che quando qualche tempo dopo ci siamo ritrovate a chissà quale Festa dell'Unità e mi ha detto che “da grande sperava di diventare come me” le ho creduto e non ho pensato a una spudorata ruffianaggine. E dire che all'epoca sarò stata appena diciottenne, e mi sentivo mostricciattolo molto più di quanto non fossi; però Nona era sboccata e sincera, e quel complimento mi è rimasto impresso, perché sentivo di poterci credere.



Lo dicevo che l'avrei presa alla lontana, no? L'assunto cui tenevo ad arrivare è che da bambini ci insegnano a non mentire. Le bugie sono il male, la verità è il bene e più o meno è con quest'idea in testa che ci approcciamo al mondo. Eppure più andiamo avanti e più si impara che no, le bugie si dicono eccome. Anzi, si devono dire. Crescendo i rapporti umani diventano più complessi e sfaccettati, anche e soprattutto quelli più stretti, ci si vede costretti a mantenere un equilibrio tra detto e non detto fatto di cavoli propri, cavoli altrui, contesto, tempistiche, umori etc. I rapporti umani sono un casino e non mi capacito di come l'eremitaggio sia visto tuttora come una soluzione estrema.

I provinciali di Jonathan Dee, appena uscito per Fazi nella traduzione di Stefano Bortolussi. Consigliato da Elizabeth Strout, da George Sanders, da Richard Ford – ma io di questa terzina dorata ho letto solo la Strout, e del suo parere mi fidavo ciecamente. E mi chiedevo come mai, visto che il primo capitolo mi aveva vista arrancare, tanto più che avevo già cassato un altro libro speditomi da Fazi e mi sarebbe dispiaciuto ripetere così, senza intervallo. Il capitolo in questione, il primo, era scritto dal punto di vista di un tizio insopportabile; 'sto saputello nichilista guardone cleptomane forse pure mezzo tossico, non ricordo. Raccontava di questa sua giornata vissuta attraverso un filtro di profondo fastidio nei confronti del'universo-mondo, subito dopo l'11 settembre. New York annichilita, gli USA improvvisamente sconfitti nel morale al primo colpo. Era stato truffato, e aveva appuntamento con un avvocato e non sopportava quell'aria da martire sconvolto di chi gli stava intorno. Nello studio dell'avvocato – assente – si presenta anche un altro gonzo, Mark Firth, e il tizio pensa bene di agganciarsi a lui e di fregarlo doppiamente.
Da qui in poi, la narrazione passa a Mark e poi ad altri abitanti della sua cittadina, Howland, un angolino di Massachusets periferico, sede di svariate seconde case, di un ufficio postale appena raffazzonato e con un consiglio comunale quasi ufficioso, il classico paese piccolo in cui tutti conoscono tutti.

Ecco, la cosa strana è che pur con tutti i personaggi che trovano la loro voce in I provinciali, - e sono tanti – le uniche voci lucide, al netto del narrato, sono quella della figlia di Mark, Hailey, e dello spostato del primo capitolo.
Howland è una cittadina di dimensioni ridotte, ma è pur sempre l'America, col suo sogno americano e quella tendenza al successo che è costato al mondo intero una crisi economica che non è ancora finita, resa possibile da una predisposizione sociale all'incoscienza finanziaria. Gli USA come terra della promessa, in cui tutti possono farcela se si impegnano, basta solo essere abbastanza audaci da osare etc. Howland, anche se è piccola, non difetta in ambizione. Soprattutto quando diventa la dimora di un magnate della finanza, un certo Mr Hadi, che farà da catalizzatore delle speranze e delle possibilità ideali di Howland.



Ma siamo ancora nel 2001, all'inizio del romanzo – che termina proprio all'inizio della crisi – e nessuno ancora parla di bolla edilizia e mutui subprime. Ci sono Mark e sua moglie Karen, pignola e insoddisfatta. Non che Mark sia poi tanto meglio, l'inossidabile Mark, che il tizio del primo capitolo ci ha descritto come un “bullo ripulito”, o qualcosa del genere. C'è Gerry Firth, il fratello difficile di Mark, che scrive rabbiosamente sul suo blog anonimo; c'è la loro sorella Candace, che potrebbe essere l'altra voce lucida e cosciente del romanzo, se non fosse che sembra più assistere agli accadimenti, che prendervi una parte attiva. Ci sono i consiglieri comunali, il rissoso Barrett che lavora a chiamata per Mark. Mark ristruttura case, e gli piace quello che fa. Le rende belle, ricercando con cura la mano dei professionisti e rari pezzi d'epoca. Ma a Howland è arrivato Hadi, di una ricchezza così incurante e spropositata che possiamo definirla solo incalcolabile, e Mark gli ristruttura la casa, e stando a stretto contatto con lui decide che quello che ha non gli basta più.

Non è proprio come se Mark cambiasse, piuttosto è come se si risvegliasse qualcosa che aveva già dentro, quella strana convinzione di meritare qualcosa di più solo per il fatto di esistere, quella fame divorante che non si può saziare. Vai a capire. Ma non è solo Mark a cambiare, è tutta Howland. Sono le persone che gli stanno attorno, o personaggi più periferici. Il punto, in questo romanzo, è sviscerare la natura del sogno americano, di quello che fa alle persone. E insieme di puntare una luce abbagliante sulle menzogne che ci raccontiamo o che tendiamo a raccontarci. A lettura ultimata ho raggiunto la mia coinquilina in cucina e le ho detto che avevo capito un aspetto importante dell'essere adulti, che crescendo non smettiamo di raccontarci favole, sono solo molto più noiose. Lei mi ha guardato come fa sempre quando le mostro la mia Ovvietà del Giorno, perché lo sapeva già. Io imparo più lentamente, che ci devo fare.



Perché Howland è un po' un disastro annunciato. Leggi di questi personaggi che si fanno prendere dalla foga del guadagno facile, e intanto osservi le dinamiche sociali e relazionali, di come uno si dica di essere un certo tipo di persona e giustifichi le proprie azioni con una selva di eccezioni, vedi prese di posizione e subito dopo piccole vigliaccherie. E diamine, è anche così che si va avanti, raccontandosela un po'; ma è spietato, il modo in cui Jonathan Dee ce lo schiaffa in faccia.

venerdì 19 aprile 2019

Poesie per chi non ama la poesia #3

So guadare il dolore –
Laghi pieni –
ci sono abituata –
ma il minimo guizzo di gioia
mi spezza le gambe –
e barcollo – ubriaca –
Non sorridano – i ciottoli –
era il liquore nuovo –
tutto qua!

La forza è solo pena –
imbrigliata, con la disciplina,
fino a che i pesi – saranno sollevati –
Date un balsamo – ai giganti –
e languiranno, come uomini –
Dategli l'Himalaya –
e l'alzeranno!

Da Centoquattro poesie, Emily Dickinson

(non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

mercoledì 17 aprile 2019

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – di Mark Haddon, 2003, uscito in Italia per Einaudi nella traduzione di Paola Novarese – mi è stato consigliato spesso e da diverse persone, tutte con un ottimo gusto letterario; dunque è capitato come capita spesso in questi casi – come con Espiazione di McEwan o Pastorale americana di Roth – che è diventato un libro che prima o poi avrei finito per leggere di sicuro, e quel prima o poi si è allungato a dismisura fino a pochi giorni fa. Mi ci sono voluti più di dieci anni per decidermi a leggerlo, e qualcosa come mezza giornata per divorarlo.




Si riaggancia, anche se la cosa non è affatto volontaria, all'ultima recensione postata da queste parti, quella su Un ragazzo d'oro di Eli Gottlieb, per la voce narrante del protagonista. Lo saprete già, figuriamoci, non sto parlando di una pubblicazione recente di una piccola casa editrice indipendente che ha lo studio nello scantinato – non che la descrizione valga per minimum fax, intendiamoci – ma il protagonista e narratore di Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte si chiama Christopher Boone, ha quindici anni ed è un Asperger, – nel gergo aspie, ma potete pure scriverlo con l'hashtag #aspie e magari arrivare a farvi un giro sui social con #aspiepride o sguardicchiare le meravigliose pagine piene di meme presenti sull'internet, come questa o questa per farvi un'idea realistica e non necessariamente catastrofica. 



Dunque, la trama. Tutto ha inizio con Christopher nel cortile della vicina, che vorrebbe salutare il suo cane ma lo trova morto, infilzato con un forcone da parte a parte. È tramortito dalla visione, non sa come reagire, gli stimoli sono insostenibili. Viene avvistato dalla vicina mentre si stringe al petto il cane morto, e pensando che sia stato lui, quella chiama la polizia, e le forze dell'ordine non sempre sono capaci di individuare i disturbi dello spettro autistico e ad agire con la dovuta cura, quindi un rapido giro di conseguenze porta Christopher in questura.

Il padre lo raggiunge, tornano a casa, la vita va avanti secondo le rotaie della norma. Christopher ce le racconta in mezzo a qualche digressione sulle sue abitudini o sui suoi interessi o sul suo rapporto claudicante con gli altri – sapete qual è il gesto che nel linguaggio dei segni identifica l'autismo? Le due mani puntate verso la propria persona, ma è difficile spiegarlo bene per iscritto – ma è chiaro che abbia un piano in mente, scaturito dalla sua passione per i gialli, e per Sherlock Holmes nello specifico: vuole scoprire chi ha ucciso il cane.




E questo, va da sé, porta un sacco di sterzate improvvise nelle sue giornate preconfezionate, gli esplode la routine, con tutte le dovute conseguenze. Il punto cessa presto di essere il cane, le indagini di Christopher lo portano a scoperte incandescenti sulla sua vita, sulla sua famiglia etc. Il pretesto perde presto di importanza, il punto centrale è la vita di Christopher.

Ci sono due cose da dire – positive, intendiamoci – su questo romanzo. La prima è che intrattiene un sacco, la lettura fila come un treno pagina dopo pagina, manco fosse il thriller del secolo. La seconda è che io a Christopher credo; nella recensione del già citato Un ragazzo d'oro, lamentavo di non riuscire a vedere il protagonista e narratore come una persona fatta e finita, ma come il prodotto del proprio disturbo, certamente più pervasivo – la differenza tra autismo e asperger non è affatto trascurabile. Christopher invece è un ragazzo affetto da una sindrome che fa parte di lui e che influenza in modo pervasivo ogni aspetto della sua vita senza però negare la sua persona. Leggendo Lo strano caso etc, io credo a quello che leggo, credo a quell'istanza finzionale che è Christopher e mi racconta delle sue giornate, delle sue goffe indagini e che tra una cosa e l'altra mi mostra candidamente i suoi processi mentali sbiellati.





Quindi sì, plaudo all'abilità di Mark Haddon. Sulla pila di libri da leggere che trema accanto al mio letto – temo che abbia superato il metro d'altezza – c'è altro Haddon, Una cosa da nulla, e mi sa che lo leggerò presto.

venerdì 12 aprile 2019

Un ragazzo d'oro di Eli Gottlieb

Come dire. Iniziamo dal titolo, Un ragazzo d'oro, e poi passiamo all'autore, Eli Gottlieb, e arriviamo a traduttrice (Assunta Martinese) e casa editrice (minimum fax). All'uscita se ne era parlicchiato abbastanza, e i pareri erano unanimamente positivi. Le citazioni che mi capitavano sotto gli occhi mi piacevano, anche se non saprei spiegare com'è che mi avevano convinta così tanto, perché a leggere il romanzo non ho poi trovato quelle due-tre righe che vanno a formare il perfetto lit-tweet. Sta di fatto che Un ragazzo d'oro l'ho iniziato ieri sera per finirlo poco fa, - ora che scrivo non è neanche mezzogiorno, quindi non mi ci è voluto neanche un giorno intero, ed è un po' che non mi capita.



Il protagonista e narratore è Todd Aaron, tra i quaranta e i cinquant'anni, autistico. Sull'autistico ci torniamo dopo, che c'è un sacco da dirne, intanto concentriamoci sul resto, sulla trama. Todd abita da decenni in una comunità che raggruppa individui con vari disturbi ed è considerato un veterano, un ottimo esempio per il fatto che segue sempre le direttive, prende sempre le sue medicine, accetta la guida degli educatori lungo le sue giornate, le sue settimane, la sua intera vita. Ha le sue crisi, i suoi volt, e le sue antipatie, le sue difficoltà. Ricorda la sua infanzia traumatica col padre violento, col fratello parimenti violento – redento, in età adulta, e benché lo sguardo dell'autore mi sembri volerla fare facile, mi viene da dire che “non è poco” – e una madre che “ci ha provato” – e qui il mio sguardo non riesce proprio a coincidere con quello dell'autore, perché il “ci ha provato” della madre raccontata come angelo salvifico fonte di ogni bene c'entra molto poco col mio più terra terra “no aspetta, 'sta tizia comunque ha fatto poco e niente per Todd, per l'altro figlio men che meno, che non è che se uno è sano allora che s'impicchi per i cavoli suoi in barba alle sue esigenze di fanciullo, e il marito necessitava di essere incaprettato molto prima della sua morte naturale”.

(La mia coinquilina è cortesemente entrata per dirmi una roba sulla bolletta dell'eni e si è beccata una preview mezza urlata del romanzo inframezzata da sentiti “ma mi è piaciuto”. Merita la vostra comprensione, santa coinquilina, - peraltro la sua libreria è la mia biblioteca, inneggiamo a lei).
Torniamo velocemente alla trama, che comunque fila abbastanza lineare; Un ragazzo d'oro è la storia di Todd nella comunità, di un paio di incontri significativi, della sua voglia di tornare nella casa in cui è nato, dell'Idea che lo ossessiona. Il suo passato, i suoi traumi, le chiavi di lettura per comprendere appieno il suo presente.
Ed è un bel libro, è ben scritto, ben strutturato, pieno di ottimi propositi. Non tace sulle brutture e sulle mancanze del sistema sanitario americano, sulla gestione delle comunità, e sono pronta ad affermare che tutto sommato, considerato quant'è difficile l'uso della prima persona quando il narratore è autistico, l'ardua prova sia stata superata.
I miei problemi con questo romanzo sono due, e sono entrambi abbastanza personali, – posso sbagliarmi? Eccome. Questa recensione mi scotta le dita. Il primo problema sta nel fatto che mi pare Gottlieb abbia tracciato una linea nettissima tra i personaggi buoni e quelli cattivi. L'educatrice preferita di Todd, per dire, è buona. Quello che gli sta antipatico fin dal primo giorno, invece, è cattivo. Suo padre e suo fratello sono cattivi, sua madre e la moglie del fratello sono buone, e così via. Tutto bianco, tutto nero, niente di grigio.
C'è da considerare certamente la possibilità che Gottlieb volesse instaurare nel lettore la consapevolezza del mondo vissuto agli estremi da Todd; non sarebbe la sua visione, ma quella di Todd, a tagliare con l'accetta gli altri personaggi. Eppure per il modo in cui i fatti vengono narrati e per il finale, qualcosa mi suggerisce che il problema non sia di Todd, ma proprio di Gottlieb.



L'altra nota stridente del romanzo, io giuro che mi è piaciuto e pure tanto, ma non posso fare a meno di puntare il dito sugli elementi che mi sono cacofonici, anche perché sennò potevo pure evitare di aprire un lit-blog – è il modo in cui Gottlieb racconta il mondo da dentro l'autismo. O meglio, il fatto che a volte racconti l'autismo e non Todd.
Sono argomenti di cui chiacchieravo recentemente; nella mia bolla di conoscenze – più che una bolla è un insieme di bolle più o meno grandi, accomunate da una voglia fortissima di prendere un argomento e sezionarlo – il tema “disturbi mentali”, “rappresentazione della neurodiversità” e analoghi vanno per la maggiore, specie ora che viviamo in uno strano periodo in cui i media sembrano ossessionati dal magico mondo delle malattie mentali. Uno dei problemi che ho riscontrato con molti dei miei interlocutori, e con varie opere di narrativa, è che a volte si finisce a parlare del disturbo anziché della persona, come se il primo inglobasse l'altra. Ma si tratta di istanze separate, anzi, di un'istanza e di una variabile, di una volontà e di un problema che si deve imparare a gestire.

Se dovessi descrivere Eli Gottlieb partendo dal romanzo in questione, direi che è davvero un ragazzo d'oro. Nel senso che mi dà l'idea di essere una persona buona, che ci prova, che vuole offrire un contributo significativo a una causa che gli sta a cuore. Questo romanzo è pieno di cuore, e si vede, si sente. Ed è bello. Ma allo stesso tempo ho l'impressione che Gottlieb non abbia introiettato pienamente ciò di cui parla. Narrativamente parlando, Un ragazzo d'oro è una palla liscia, senza asperità, che scivola libera, leggibilissimo eppure profondo. Ma se penso alla voce narrante mi viene da storcere le labbra ed esalare quel “eeeeeeeh” acuto che è la risposta che dà chi non ha risposte edificanti. Se seguite Breaking Italy, sapete di cosa sto parlando. Ci tengo a sottolineare che non c'è paragone tra Todd e Sheldon Cooper, stiamo parlando di livelli che neanche si sfiorano. Todd non è una macchietta, chiariamoci, ma non è neanche una persona in pieno.
(sì, lo so che potrebbe anche essere l'intenzione dell'autore, l'ho messo in conto, non credo sia il caso. comunque alleggerirò il discorso con un ottimo meme. meno male che abbiamo i meme).


Quindi? Quindi Un ragazzo d'oro è un gran bel libro che si legge in meno di un giorno e ti infila in testa pensieri interessanti. Può dare noia ai puristi della macchina-cervello ma, ehi, vi ricordate quando Sherlock Holmes si autodefiniva sociopatico ad alto funzionamento e nonostante fosse una diagnosi che non stava in piedi manco a coprirla col mastice ce ne fregavamo fortissimo e continuavamo a guardare Sherlock BBC?
Ecco. Quello.

lunedì 8 aprile 2019

L'isola di Arturo di Elsa Morante

Elsa Morante ha un nome ingombrante in letteratura, uno di quelli che ogni lettera è maiuscola. E L S A M O R A N T E. È difficile approcciarsi a un nome così come se nulla fosse, viene da avvicinarsi in punta di piedi che non si sa mai, magari non piace, magari non si capisce, magari finisce come con Pirandello che tutte le volte che ammetto di non essere mai riuscita a leggerlo mi sembra di dovermi giustificare.



L'isola di Arturo, dunque, secondo romanzo della suddetta MORANTE, iniziato nel 1952 e pubblicato per Einaudi nel 1957, Premio Strega, giustamente. Il mio primo approccio con la MORANTE, che a leggerla è diventata Elsa Morante, forse perfino Elsa, perché L'isola di Arturo è così inaspettatamente scorrevole e approcciabile che l'autrice si toglie il mantello da Cavaliere della Letteratura Italiana e si fa scrittrice e basta, il libro torna a manifestarsi come un semplice e godibilissimo, ancorché profondo e talvolta tagliente, ricettacolo di storie e ore da passare.





Dicevo, L'isola di Arturo. L'isola di Arturo è Procida, parte della città metropolitana di Napoli – mi informa wikipedia – che conta ad oggi poco più di 10.000 anime, dalla quale ci si può spostare con due traghetti al giorno, almeno tra le due guerre mondiali, nel periodo raccontato da Arturo. Uno spazio fatto di spiagge, rocce, colline boscose che Arturo abita come se fosse suo per intero; un ragazzino selvatico, solitario in quanto solo, che si aggira per l'isola seguendo soltanto il proprio istinto, ripetendosi in testa mille sogni diversi, vivendoli con un'intensità che la realtà non può eguagliare.




Arturo racconta in prima persona, e lo fa a distanza di decenni, senza però negare la potenza delle emozioni che lo frastagliavano al tempo di Procida. Ha trascorso l'infanzia in solitudine, orfano di madre fin dalla nascita, nella cosiddetta "casa dei guaglioni" insieme al padre, che trascorre a Procida solo una piccola porzione del suo tempo, trascorso perlopiù in viaggio. Arturo da piccolo aveva a tenergli compagnia soltanto la cagna Immacolatella e un balio, Silvestro, un uomo buono e rozzo che però si fa una vita quando Arturo è ancora un bambino, lasciandolo mezzo solo sulla sua isola.

Arturo ha circa quattordici anni quando il padre torna a Procida con una sposa; Nunziatella, una ragazzina che ha appena un anno più del figliastro, cresciuta nell'assoluta devozione cattolica, che prega e cucina e non ha molti altri modi per esprimersi, anche se questo non nega la sua natura intensa e un po' selvatica, cui Arturo risuona in un modo che lui non vorrebbe. Essendo un ragazzo solo, vive con violenza quei pochi rapporti che ha; quello col padre e quello con la matrigna – ma si può definire matrigna una ragazzina, specie se il figliastro non riesce ad accettarla come tale? Nel primo vede un eroe, un esempio, la figura verso la quale protende tutto ciò che vorrebbe diventare un giorno. Sogna di partire con lui, esplorare il mondo intero, vivere mille avventure provando di giorno in giorno il proprio coraggio. Arturo, cinto dalle catene di un'isola piuttosto piccola, non vede l'ora di gettarsi nel mare e oltre il mare, e di dimostrare a suo padre che vero uomo potrebbe essere.




Allo stesso tempo c'è Nunziatella, una ragazzina ignorante che pretenderebbe di avere cura di lui, di servirlo come se fosse un figlio, e Arturo se ne sente insultato, teme di essere agli occhi di Nunziatella una propaggine del padre e poco altro. È un rapporto vissuto in modo burrascoso, perché Arturo, dopotutto, è confuso e non ha niente a guidarlo in quello che prova. Suo padre odia le donne, visceralmente; la casa dei guaglioni è un'estensione di quest'odio, avendola lui ereditata da un facoltoso amico che le donne non poteva proprio vederle.




L'isola di Arturo, in un certo senso, è tutta qui. Sono le estreme passioni di un uomo che ripesca la sua gioventù, e la racconta con un'onestà spietata. Lo possiamo chiamare “romanzo di formazione”, possiamo bearci della prosa e di tutte quelle volute inesattezze che lo rendono musicalmente ineguagliabile. C'è anche il fatto che si tratta di un'opera profondamente innocente, perché è con innocenza che Arturo ha vissuto quegli anni, con una crudele inconsapevolezza, barcamenandosi tra il bene che voleva e il male che faceva e il compiacimento che riusciva dopotutto a trarne.

Non mi è facile trovare la chiusa per questa recensione, se proprio di recensione vogliamo parlare. L'opera in esame è stranamente circoscritta – pochi personaggi, pochi scenari, un unico punto di vista – eppure è piena, ribollente, strabordante. È un'esperienza, e io personalmente consiglio di farla.

domenica 7 aprile 2019

Poesie per chi non ama la poesia #2

Il tuo silenzio

dici

è pieno di me


Così so

come si sentono i morti

pensati dai vivi

da Cento poesie d'amore a Ladyhawke, Michele Mari
(e mica le divide per titolo, il Michele qui, lascia i versi anonomi e sparsi, così vallo a dire a chicchessia quale leggere, astuto d'un Michele).

(non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

giovedì 4 aprile 2019

Più donne che uomini di Ivy Compton Burnett, dramma e dissimulazione

Più donne che uomini di Ivy Compton Burnett, tradotto da Stefano Tummolini, appena uscito per Fazi che cordialmente me ne omaggia una copia, – che io poi mi porto in viaggio e infilo nella stessa borsa di una focaccia che, orgogliosamente ligure, mi impantana tutto d'olio. Accidenti.

Sarò onesta – anche perché sennò che lo tengo a fare, un lit-blog? – nell'ammettere che il primo impatto con questo romanzo è stato a dir poco stridente, e mi ci è voluto un po' a capire perché. Voglio dire, mi era chiaro fin da subito come fosse fatto, la superficie composta da presentazioni brevi ed esplicite di personaggi che mi parevano un po' tagliati con l'accetta, le scarnissime descrizioni delle scenografie e dei costumi, i dialoghi continui che coprono almeno 2/3 se non 3/4 – o più – del romanzo, tutti sfoggio di sagacia e mezze verità e verità dissimulate. C'è voluto quasi metà libro perché comprendessi cosa stava scrivendo la Compton Burnett, e perché. A quel punto mi sono venuti i brividi, le pagine hanno iniziato a girarsi da sole e io ho sentito quella puntura di quando un romanzo ti cambia da dentro, ti mette in guardia contro te stessa o, nel caso specifico, ti sputa in faccia.




Non è stata una lettura indolore, tantomeno innocente. Leggera la è stata solo fino a un certo punto, solo in superficie, perché la narrazione scorre in una quasi totale assenza di arrovellamenti e descrizioni. Dapprima, poiché i miei gusti vanno in tutt'altra direzione – voglio sapere dell'infanzia dei personaggi, dei loro traumi più reconditi, cosa li ha resi quello che sono, e poi di che colore è la carta da parati, la luce entra dalle finestre o è ostacolata dalla polvere? – questo aspetto mi disturbava, e mi chiedevo cosa avesse avuto Virginia Woolf da ammirare tanto in Ivy Compton Burnett, – che poi a me la Woolf non sta per niente simpatica, un po' mi si stava avvelenando il dente. Poi ho compreso quello che quest'ultima voleva fare di questa trama e di questo libro e il mio interesse letterario è schizzato alle stelle.




Il mondo finzionale di Più donne che uomini – un gruppuscolo di personaggi che girano attorno alla direttrice di una scuola femminile, Josephine Napier, nella campagna inglese all'inizio del '900 – è raccontato proprio attraverso i dialoghi; ma i dialoghi sono esplicitamente fatti di cortesia e dissimulazione, sono battaglie combattute dietro una trincea di reputazione tenuta su col cemento armato e finzione. Un teatrino con attori inconsapevoli e non sempre scafati, un'unica regista – Josephine, appunto – e qualche regista mancato, marionette e comparse, relazioni che vengono ridotte a funzioni e altre che assurgono a finalità.

E nell'immediato non l'avevo capito, vedevo soltanto la superficie, queste tizie e questi tizi che chiacchieravano immerlettando ogni frase, come se stessero recitando una commedia – o una tragedia – di cui non avevano che un canovaccio e di cui io da lettrice ero inconsapevole, dal centro di una scena di cui non sapevo darmi un senso.

E poi il senso l'ho capito; per Ivy Compton Burnett queste personaggi che io pensavo stessero vivendo con naturalezza, stavano effettivamente recitando. Molto pirandelliano, ma con più eleganza e affabulazione.

Ma dunque, la trama, che finora ne ho detto poco e nulla.




Siamo appunto nella campagna inglese, e c'è questo collegio per signorine di buona famiglia. Siamo all'inizio dell'anno scolastico, e la direttrice – Josephine Napier – sta dando il benvenuto, il bentornato, alle sue insegnanti. Vengono presentate tutte in fila, che entrano ed escono dal suo studio dopo un breve scambio di facezie. I loro caratteri vengono spiegati in poche righe, insieme al loro aspetto e al loro lavoro. Un'introduzione che più introduzione di così non poteva dirsi.

La vita di Josephine tuttavia non è limitata alla scuola; ha un fratello, Jonathan, al quale è molto legata, che vive col suo compagno Felix, che diventerà insegnante di disegno presso il collegio di Josephine; e poi c'è il figlio di Jonathan – madre ignota – che abita insieme alla zia Josephine e al marito Simon, che se ne prendono cura come se fosse loro.

Capita che vengano a bussare alla porta una vecchia amicizia di Josephine insieme alla giovane figlia; e che il passato già si incrini nel ricordo di un antico tradimento che viene spiattellato apertamente, in modo che appare volgare, in mezzo a tutta quella raffinata dissimulazione. E accade pure una tragedia, che adesso non sto a esplicitare per non rovinare la sorpresa.




Il punto è che in seguito alla tragedia e all'arrivo delle due questuanti, che diventano attori nel palcoscenico di Josephine – una diventerà la sua governante, l'altra insegnerà presso la sua scuola – cambiano le carte in tavola. E il gioco cambia, si fa più scaltro e ardito, ciò che prima era un banale rubamazzo diventa un'accanita partita di poker.

Quello che contraddistingue un racconto non è la storia in sé, ma il modo in cui si sceglie di raccontarla. Il tono, i punti di vista, l'intensità etc. Mi sovviene Alan Bennet in La cerimonia del massaggio, che ha raccontato un dramma in toni allegri, ma perfino Bennet risulta più drammatico di Ivy Compton Burnett, che in Più donne che uomini ricama in 250 pagine scarse traumi e lutti e tradimenti e anime nascoste e... sinceramente non so se sono stata io tarda ad aver compreso così tardi quello che stavo effettivamente leggendo, o se la narrazione stessa fosse un'acuta dissimulazione. Mi è difficile comprenderlo perché io stessa come giocatrice sono scarsissima, magari stiamo giocando a scala quaranta e io ho già preparato le schedine della tombola. Ma è proprio per questo, dopotutto, che mi ha colpita tanto.

È stata una lettura strana e intensa, che mi sento di consigliare nonostante l'inizio traballante. Oltre gli scambi c'è di più.

domenica 31 marzo 2019

Poesie per chi non ama la poesia #1

Mi chiedo di chi sia il mio passato.

Di chi tra quanti fui? Del ginevrino

che abbozzò qualche esametro latino

dai numerosi lustri cancellato?

Del bimbo che cercava nella vasta

biblioteca del padre le precise

curve del planisfero e le ferali

forme della pantera e della tigre?

O di quell'altro che spinse una porta

oltre la quale un uomo eternamente

si spegneva e baciò nel bianco giorno

il volto che moriva e il volto morto?

Io sono loro, che non sono più. Invano

io sono nella sera quella perduta gente.

All our yesterdays da La rosa profonda, Jorge Luis Borges

(non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

giovedì 28 marzo 2019

Nel cuore della notte di Marco Rossari

Lo so che sono in netta minoranza, ma twitter rimane il mio social preferito; è netto, meno personale, facile alla discussione e al disinnesco del flame. Immediato farsi un'idea di chi seguire e non seguire, pochi minuti di scorrimento per trovare articoli interessanti, proposte letterarie che attirano, citazioni complete di autore e copertina fiammante. Pochi caratteri a disposizione, c'è da sceglierli bene.

Nel cuore della notte di Marco Rossari l'ho scoperto così; neanche con una pistola alla tempia saprei riprodurre financo la vaga impressione della frase che me l'ha presentato, né ipotizzare chi ne abbia deposto la prosa ai miei occhi. Vai a sapere. Però l'input è rimasto, flebile ma guardingo, e quando me lo sono trovato davanti in biblioteca, in bella mostra tra le novità, accaparrarmelo è stato un attimo.




Marco Rossari è nato nel '73, ha tradotto una mole ragguardevole di autori rispettabili – e mi chiedo, la traduzione l'ha guidato nella scoperta del suo stile, nell'innesco e nel disinnesco dei fattori narrativi, oppure si è trovato a dover difendere la propria firma dagli attacchi dell'altrui ispirazione? - tra cui Charles Dickens, Hunter S. Thompson, John Niven, Gertrude Stein; ha pubblicato diversi romanzi per add e e/o, e ad aprile 2018 ha fatto uscire col romanzo di cui mi accingo a chiacchierare.



Sapevo prima di iniziarlo che non mi avrebbe sottratto troppo tempo; una giornata e poche ore e l'avevo bello che finito. Lo sapevo dalla citazione, che era un libro di quelli. Ora però tocca parlarne con un senno di poi un minimo coerente. Lo stesso senno di poi del protagonista, incastonato in una cornice che gli dona rispetto e ne racconta la fine.



Il protagonista è un personaggio misterioso in cui incappano un narratore e la sua ragazza – la quale, a ben vedere, dorme per quasi tutto il tempo del racconto – durante un viaggio in una qualche zona sperduta del cosiddetto “terzo mondo”. Su un autobus che dovrebbe condurli insieme ad altri turisti ad assistere alla meraviglia di un'alba sulle pendici di un vulcano, un giovane borghese sta spendendo il suo regalo di laurea, seduto vicino a un tizio maleodorante, di mezza età, con una voglia troppo evidente sull'occhio e una tintinnante scorta di birre sotto il sedile. L'incorniciatore borghese ha l'impressione di averlo già visto, è un volto conosciuto, ma non riesce a ricollocarlo. Ci riesce, poi, aiutato dallo sconosciuto stesso, che inizia a raccontarsi.





Racconta brevemente del suo passato di adolescente arrabbiatissimo, intrappolato nella gabbia borghese della ricchezza genitoriale; racconta dell'incontro con Anna – sempre adolescenziale – e della loro crescita insieme – adolescenziale fino a un certo punto. È una storia d'amore, di poesia, che si fa ad un certo punto attuale e pertinente alla nostra realtà con un cambio di marcia improvviso, quasi fastidioso; un attimo prima il poeta ci parla del suo lavoro in libreria, di Anna, delle sue ossessioni, dei passi falsi che si rimpiangono una vita intera, e poi siamo nel mondo vero, il nostro, solo coi nomi cambiati, e sembra quasi che non sia giusto.

Però è giusto, ed è giusto che il mondo della narrativa si confronti con quello che si trova all'infuori di queste parole, all'infuori della finestra che voi non vedete, ma che fa entrare un po' di luce. È giusto anche se è una sensazione strana, anche se si stava bene accoccolati tra le pagine di un libro scritto da qualcuno che reputa le lettere davvero importanti – Rossari, il corniciao-narratore, il poeta-protagonista.
Ecco, un aspetto che avrei dovuto trattare prima è la poesia; Nel cuore della notte ha un merito importantissimo, per me, e penso che per questa cosa sarò sempre un po' grata a Rossari. Il poeta mi ha riavvicinata alla poesia; ho sempre temuto di cadere nel cliché della fanciulla che parla per enigmi e che passa le serate accarezzando un po' il gatto e un po' un volume logoro dei versi di Bukowski, o ancora peggio il fantasma della mia professoressa di lettere del liceo, che spiegava gli stilnovisti con la bava alla bocca, innamorata persa di Cavalcanti che, cito testualmente “era bello, ricco e intelligente: ce le aveva tutte”.





Finito di leggere Nel cuore della notte sono andata in biblioteca, e poi a sbirciare tra gli scaffali della mia fidata coinquilina, che riesce laddove il sistema bibliotecario nazionale fallisce. E le mie ricerche hanno dato dei frutti, e intendono continuare, e farsi spazio pure qui, in quest'angolo di blog. Sapevatelo.

(dio quanto spero di non trasfigurarmi in una fanciulla misteriosa ammantata di versi ed enigmi che scruta la luna in cerca di risposte a domande banalissime di cui saprebbe recitare mille risposte).


Dunque, troviamo una chiusa; Nel cuore della notte è un romanzo che parla d'amore, di coppia, di poesia, di perdite e un po' pure del mondo esterno e attuale. Ne ho adorato l'onestà stilistica, la bellezza della prosa che non teme di manifestarsi. Leggendolo mi è venuto da pensare che un romanzo è bello quando un autore non ha paura di scrivere quello che vuole scrivere. Per me che rifletto su che tono dare a un “ciao”, si tratta di un'invidiabile forma di coraggio.

lunedì 25 marzo 2019

Proletkult - I Wu Ming tra alieni, storia e comunismo

Quando leggo qualcosa dei Wu Ming – o un romanzo storico in generale – evito sempre di andare a controllare nomi, date e accadimenti salienti. Sayonara, Wikipedia, ci rivediamo a lettura finita per dare un'occhiata alle ultime incertezze, com'è finita davvero e per chi, – anche se non è sempre la strada indolore, a volte la narrazione ti regala un lieto fine, un sopravvissuto fortunato e tu con infame pignoleria devi andare per forza a gettare nelle fiamme tanta gentilezza, a scoprire sotto la pagina morti e massacri.
Ma dunque, andiamo con ordine, – sì, come no.
Ho appena terminato la lettura di Proletkult, ultima fatica dei Wu Ming. Avevo adorato Q, Altai, L'armata dei sonnambuli, 54, L'invisibile ovunque. Non sono un collettivo particolarmente prolifico, ma qualcosa ogni pochi anni esce, e io di rado mi lascio attendere da quel qualcosa.
Proletkult sta per Proletarskaya Kultura, un'organizzazione fondata in Russia nel 1917 per promuovere la nascita di una cultura veramente operaia, fatta e pensata dai lavoratori, e non inculcata loro da una borghesia intellettuale illuminata. Tra i fondatori abbiamo Alexandr Malinovskij, meglio noto come Bogdanov, filosofo marxista e scrittore di fantascienza. Le sue teorie sul monismo empirista lo portano alla rottura con Lenin, che un tempo poteva davvero chiamare compagno, e a una complicazione nei rapporti col Partito. Nel 1906 pubblica Stella rossa, un'opera visionaria in cui un uomo visita Marte, e ne racconta le meraviglie tecnologiche e sociali. Marte è un pianeta veramente rosso, la sua società è evoluta in un tutto armonico e anti-classista. Nel romanzo di Bogdanov Marte è illuminato, operaio, comunista.
E fin qui è tutto vero, i Wu Ming non si sono inventati nulla.
Nel 1927 Bogdanov e la moglie Natal'ja gestiscono una clinica in cui vengono praticati cicli di trasfusioni sanguigne tra pazienti, in modo che ognuno possa beneficiare delle caratteristiche plasmatiche dell'altro. C'è un sottofondo di comunitarismo nella filosofia di tanta pratica, ma soprassediamo.
Denni intanto arriva alla clinica di Bogdanov. È un'orfana, a suo dire mezza aliena – non di Marte, ma di Nacuun – e sta cercando il padre, Leonid Voloch, anche lui ex-rivoluzionario. Non ha più di vent'anni, ha perso la madre che era ancora una bambina, ha la pelle diafana e troppo bianca per quella di un umano. Bogdanov la sottopone a qualche test e scopre quella che potrebbe essere una malattia del sangue latente, ma non ha mai visto prima niente del genere e, da medico, vuole studiarla. Le promette di aiutarla a cercare Leo, il padre, che pare essersi volatilizzato.
E così via.
Tra storia, sangue, alieni e comunismo.
Come sempre i Wu Ming prendono l'uomo e ce ne mostrano le falle; e sappiamo che non sono falle di tutti, ma falle di molti. O forse sono falle di tutti, solo che alcuni riescono a non cascarci dentro – ma questo cosa dice di loro? Che sono migliori o che sono troppo gonfi d'orgoglio per lasciarsi andare all'ambizione, e a quel punto cos'è meglio?
Ognuno ha la sua risposta, immagino. Io la mia me la tengo.

martedì 19 marzo 2019

Noi marziani di Philip K. Dick

Philip K. Dick è stato uno scrittore estremamente prolifico; ha scritto più di quaranta romanzi, i racconti non li conto nemmeno, la saggistica non la approccio neanche. Nato nel 1928 a Chicago, esordisce nel 1955 con Solar Lottery (Lotteria dello spazio), dichiara in un'intervista a Rolling Stone che l'intera produzione precedente al 1970 è stata scritta sotto gli effetti di anfetamine debitamente prescritte dal medico, nel '74 vive un'esperienza psicotica – la ragazza col ciondolo dorato – e da lì in poi ha inizio una lunga crisi mistica. Muore a Santa Ana nel 1982 per un attacco cardiaco, ed è difficile immaginare una perdita più grande nel panorama della fantascienza, o della letteratura in generale.
Era un personaggio complesso, questo è fuor di dubbio. Aveva un bizzarro rapporto con la figura femminile – ce lo raccontano i suoi divorzi come la sua opera – e una relazione burrascosa con anfetamine e allucinogeni. Con la realtà aveva una relazione ancora più strana, sezionata e sviscerata attraverso la sua bibliografia, e i suoi protagonisti condannati a sentirsi la terra mancare da sotto i piedi e la visione sfaldarsi in un un caleidoscopio di paure e domande, prima fra tutte “Quello che sto vivendo è reale?”.
Difficilmente si può abitare l'attuale contesto letterario senza conoscere le opere più celebri di Dick, Il cacciatore di androidi o Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è stato tratto il cult cinematografico Blade Runner (Ridley Scott, 1982), La svastica sul sole o L'uomo nell'alto castello.
Poi ci sono le altre opere, quelle non troppo conosciute, lette da una minima frazione dei lettori che si sono approcciati ai capolavori sopracitati. La produzione post-crisi mistica, che oggettivamente può risultare un po' ostica per via dei continui riferimenti teologici e filosofici. E poi quelli che personalmente definisco “capolavori secondari”, perché sono delle dannatissime meraviglie e trovo inconcepibile che non si siano ritagliate uno spazio più rumoroso, come Svegliatevi, dormienti e In senso inverso, nonché il romanzo di cui, dopo tutta 'sta pappardella, mi accingo a parlare.
Noi marziani, scritto nel 1962 e pubblicato nel 1964, è interamente ambientato su Marte e racconta la brutale colonizzazione del pianeta rosso, il cinismo dietro la speculazione edilizia, la freddezza dei rapporti umani in un ambiente desolato. Ma soprattutto, il nucleo del romanzo è la tensione tra uomo e realtà, tra individuo e interpretazione della realtà, tra il mondo sano e il mondo folle, che Dick si rifiuta di presentarci meno orribile di quello che è. Interessato alla psicopatologia e alle teorie Junghiane, è palese che Dick sappia di cosa sta parlando, che quella che sta maneggiando – la malattia mentale – è una materia che conosce a fondo e della quale, oltre ad avere esperienza diretta, si è fatto un bel po' di idee. Idee strane, bizzarre e debitamente narrativizzate, originate da una frazione di realtà che per Dick dev'essere puro terrore. È per lui che la realtà si fa incerta e incoerente, è lui che non riesce a distinguere ciò che è vero dai parti della sua mente. È stato strano e spaventevole leggere delle psicosi dei suoi personaggi in Noi marziani e sapere che a tormentarli erano gli stessi orrori che hanno trascinato Dick sull'orlo del suicidio più volte nel corso della sua vita.
Ma dunque, cerchiamo di scindere opera e autore, anche se in questo frangente è un po' difficile. Jack Bohlen è un riparatore meccanico e vive su Marte da anni con la moglie Silvia e il figlioletto David. Fin qui tutto normale, almeno in apparenza. Jack è uno schizofrenico, o almeno, ha avuto un episodio di schizofrenia parecchio violento quando era un giovane terrestre. La peggiore esperienza della sua vita, e non ha alcuna intenzione di riprovarne di simili. Mentre si sta recando a riparare un automa nella scuola del figlio, incontra nel deserto un gruppo di Bleekmen (i marziani nativi, quasi degli aborigeni) che stanno morendo di sete. Si ferma a soccorrerli, e con lui Arnie Kott, Membro Supremo del Sindacato degli Idraulici, freddo e spietato affarista. Fosse per lui, lascerebbe pure i Bleekmen a morire, ma la legge e Jack lo costringono a fornire loro assistenza. Arnie non se lo dimenticherà, il suo misero rancore per il riparatore glielo farà assumere, per tenerlo vicino e per poterlo rovinare come meglio crede.
Su Marte, a Nuova Israele, c'è un centro per i bambini con problemi mentali, ed è lì che risiede Manfred, il figlio autistico dei vicini di Jack. Uno psichiatra, il dottor Glaub, è venuto a conoscenza di una teoria secondo la quale l'autismo sarebbe un problema di gestione del tempo; gli autistici vivrebbero a velocità spaventevole rispetto a quella normale, potrebbero perfino vedere il futuro. E va da sé che la cosa ad Arnie Kott possa interessare parecchio. Ed è con la scusa di fargli costruire una macchina in grado di comunicare con Manfred, che Arnie intrappolerà Jack e il suo tempo, che inizierà a risuonare del disturbo di Manfred e...
E così via. La trama si mette in moto – o forse in moto lo era già – e la storia si fa viva, le chiavi di lettura si sprecano, la definizione di realtà si sfalda tra le pagine. Eccetera. È un romanzo a tratti straziante, a tratti dolorosamente consolatorio. A leggere come Dick conosceva la malattia mentale nel '62, mi verrebbe pure da credere che abbia fatto lui stesso un salto nel tempo, a dare un'occhiata alla storia della psicopatologia clinica in un futuro che non era solo il suo, ma sarà pure il nostro.
Potrei intitolare questa recensione “Com'è che Philip K. Dick è diventato uno dei miei scrittori preferiti”, non fosse che c'era già arrivato con In senso inverso.