sabato 9 febbraio 2019

Piccolo mondo perfetto di Kevin Wilson


Di Kevin Wilson avevo letto un unico libro diversi anni fa – non lo possiamo certo definire prolifico, dal 2009 ha scritto soltanto due raccolte di racconti e due romanzi – e grazie a quello mi è rimasto impresso in maniera indelebile. Si tratta di La famiglia Fang, da cui è stato recentemente tratto l'omonimo film con Nicole Kidman. Narra di una famiglia in cui i genitori sono artisti di quelli che non creano opere concrete, ma happening, situazioni, imprevedibili bolle di follia. Per dire, magari vanno a cena in un ristorante e iniziano a lanciare condimenti sui tavoli vicini. Si facevano accompagnare dai due figli, Bambina A e Bambino B, e va da sé che i due crescendo si ritrovano pieni di falle e insicurezze e questioni irrisolte. La famiglia Fang mi era piaciuto moltissimo per tutte le sue implicazioni sui legami famigliari e sull'arte, ed è una lettura che consiglio spasmodicamente.
Ovviamente quando Fazi mi ha proposto la lettura di Piccolo mondo perfetto, secondo romanzo di Wilson, mi è scaturito un entusiasmo difficilmente riferibile, quindi eccomi qui che ne chiacchiero a lettura ultimata.
Il Progetto Famiglia Infinita, finanziato da una tizia ricca ricchissima – le ragioni sono ininfluenti – si ripromette di dimostrare una nuova via per il progresso sociale. Nuclei famigliari allargati, una base di supporto ampia che nasce dall'unire insieme diverse coppie di genitori e i loro figli. I promotori vogliono farlo funzionare nel piccolo, con un progetto della durata di dieci anni che potrà in futuro essere proposto come modello sociale e abitativo a livello globale. Più grandi sono le famiglie, più stretti sono i rapporti tra i loro membri, migliore sarà la vita dei singoli individui.
Tutto avviene in un meraviglioso complesso con palestra, piscina, spazi verdi etc. Nove coppie e Izzy, la protagonista, diciannovenne incinta il cui compagno si suicida prima della nascita del bambino, soffocato dalla pressione e dalle proprie debolezze. L'ideatore è il famoso psicologo Preston Grind, figlio di una coppia di psicologi che ha trasformato la sua infanzia in un traumatico caso studio, per attestare la funzionalità del metodo della frizione continua. In soldoni, fare della vita del piccolo Preston una continua lotta senza punti fermi, una serie ininterrotta di scomodità, sofferenze e difficoltà volte a prepararlo a qualsiasi orrore il futuro possa riservargli.
Questo romanzo parla di famiglie, di legami, dei rapporti tra persone che si piacciono e non si piacciono, o non sanno come avvicinarsi le une alle altre. Di quello che significa avere figli, scegliere una carriera, darsi da fare, arrendersi. Izzy è una donna forte, indipendente, orfana di una madre che le ha impresso chiaramente l'aspettativa di un futuro radioso che non si riflette minimamente nella sua vita col padre distante e alcolizzato e nel suo faticoso lavoro in una rosticceria. Se devo essere sincera, forse Izzy è anche troppo forte. Come fa a sapere dove andare, a fare scelte così complicate in quasi totale solitudine? Mi è capitato di lamentarmi dell'idealizzazione dei personaggi femminili da parte di autori uomini dagli intenti senza dubbio condivisibili. Potrebbe essere uno di quei casi, o forse l'errore sta nella mia incapacità di accettare come pienamente plausibile una simile forza di carattere, considerata la mia spina dorsale composta all'80% di marshmallow e orsetti gommosi, – il restante 20% sono rugginose paranoie e insicurezze. Non che Izzy non faccia errori, anzi, e si fa anche un sacco di domande, ma è come se nel contempo avesse una sorta di scheletro di titanio che le impedirà sempre e comunque di crollare.
In sostanza, è un romanzo che mi è piaciuto moltissimo e che consiglio sinceramente; ha delle pecche, – trovo che la questione dell'autolesionismo sia un po' semplificata, e che alcune situazioni si risolvano con un'ingenuità che la vita reale non concede – e se ci si vuole approcciare a Kevin Wilson continuo a pensare che La famiglia Fang sia imbattuto. Ma è comunque un'ottima lettura, e il tema in sé è veramente interessante. Sono davvero curiosa di vedere che altro Wilson estrarrà dal suo cappello magico da narratore.

domenica 3 febbraio 2019

La difesa di Luzin di Vladimir Nabokov


Io e Vladimir abbiamo iniziato col piede sbagliato diversi anni fa, quando sono arrivata più o meno a metà di Lolita per abbandonarlo e decidere che dentro la testa del professor Humbert Humbert proprio non ci volevo stare, mi metteva i brividi. Meno male che poi ho preso in mano Una risata nel buio e Ada o Ardore, di cui vai a sapere perché non ho mai chiacchierato su questi lidi, anche se il primo è una delle migliori letture degli ultimi anni. Qualche settimana fa è stata la volta di La difesa di Luzin, e mi è piaciuto moltissimo anche questo, e magari è la volta che scriva qualcosa su Nabokov, che sennò finisco per leggerlo tutto in silenzio e sarebbe strano, visto che ormai il nostro rapporto scrittore-lettore è intensamente avviato.
La trama di Lolita è arcinota, quindi la tralascio; Una risata nel buio racconta la rovinosa storia dell'ossessione di un uomo sposato per una giovane ambiziosa, Ada o Ardore di una relazione morbosa e incestuosa. La difesa di Luzin ha al centro un'ossessione, ma per la prima volta da quando ho iniziato a leggere Nabokov, non si tratta di un'ossessione sessuale, tutt'altro. Luzin gioca a scacchi, è malato di scacchi, se li tiene impiantati strettamente nei cromosomi. Ma andiamo con ordine.
La difesa di Luzin è una delle prime opere di Nabokov, scritto nel 1929 ed è uscito inizialmente a puntate su una rivista parigina. Scritto in terza persona, inizia raccontando di Luzin-padre, – il padre del protagonista – un uomo serio e noioso che scrive libri per ragazzi tremendamente edificanti e dimenticabili. Luzin-figlio è una delusione amata. Non interagisce, non gioca, è timido e privo di interessi. Non brilla a casa né a scuola, ha difficoltà a comunicare coi genitori e con chiunque altro. Si apre soltanto agli scacchi, il suo unico interesse, scoperto grazie a un amico di famiglia.
La vita di Luzin alla fine è questa, quella del suo talento e di dove questo lo porta. Una vita costruita attorno agli scacchi, in cui ogni scelta punta verso nuove tecniche, nuovi incontri, nuove vittorie; in cui l'ossessione a un certo punto presenta il conto, o forse è la pretesta di una normalità inadatta a corrodere. Non c'è nulla di statico in questo romanzo, e la voce di Vladimir è sempre la voce di Vladimir.
È stata un'ottima lettura, e devo decidermi a chiacchierare anche del romanzo che ho preferito di Nabokov, Una risata nel buio. C'è tanto da dirne, ma saprò io dirne?

venerdì 1 febbraio 2019

Racconto d'autunno di Tommaso Landolfi


Racconto d'autunno di Tommaso Landolfi, prima edizione Vallecchi nel 1947 e oggi ripubblicato da Adelphi – ma vogliamo ad Adelphi tutto il bene che merita, con tutti i capolavori che va a ripescare dalla storia della letteratura? Chiediamocelo.
Ci sono un po' di cose da premettere, prima di chiacchierare della – semplicissima – trama. Primo, che io a Landolfi voglio ormai parecchio bene, e del perché ho già chiacchierato dopo aver letto Il mar delle blatte e altre storie. Secondo, Landolfi ha scritto questo breve romanzo di getto dopo la fine della guerra, come a esorcizzarne l'orrore, e i riferimenti autobiografici non mancano. Terzo, la questione della casa, che diventa da rifugio a mistero di cunicoli, da nido a trappola. Vorrei leggere qualcosa di più sulla questione, magari poi per scriverne. Racconto d'autunno mi ha fatto pensare al poco che ho letto di Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello e L'incubo di Hill House, di cui è stata tratta recentemente l'omonima serie Netflix; mi ha fatto ripensare anche a Di bestia in bestia di Michele Mari, e ai pomeriggi trascorsi da sola in casa, da piccola, quando ancora potevo illudermi che dietro la realtà si celasse un mondo più strano e interessante, e mi immaginavo mostri in soffitta e passaggi segreti. Le case spaziose sono una manna per l'infanzia, non per quello che contengono ma per quello che non contengono, quello spazio vuoto che se hai abbastanza fantasia puoi riempire di... beh, di tutto.
Ma veniamo all'amico Tommaso, che merita tutta la nostra attenzione. Come dicevo, la trama è semplice. Il protagonista e narratore milita nella Resistenza ed è in fuga da giorni nei boschi. Incontra una dimora signorile che gli pare abbandonata, e vi entra con la forza dopo aver visto i suoi richiami lungamente ignorati. Dentro un vecchio con un fucile e due cani apparentemente feroci; ma il vecchio, per quanto scostante, non pare aggressivo. Lo lascia stare, lo invita ad andarsene, ma non lo caccia, consapevole che uscire nelle braccia dei soldati equivarrebbe a una condanna a morte di cui preferirebbe evitare la responsabilità.
Il protagonista vaga per la casa, incontra il dipinto di una donna e se ne crea una narrazione personale; vaga ancora, scopre cunicoli, segue il vecchio che ancora di più lo vorrebbe vedere partire. E viene un momento in cui la realtà di scolla dal romanzo, e l'atmosfera si fa gotica e inquietante, buia e ombrosa. E poi di nuovo torna brusca la realtà, ancora più cupa e tetra del mistero, e così via.
È un romanzo stranamente lineare, e tuttavia bizzarro come sa essere bizzarro Landolfi, ed è bello che sia così.

venerdì 25 gennaio 2019

La storia di Henry Esmond di William M. Thackeray

William Makepeace Thackeray è nato a Calcutta nel 1811, ha studiato a Cambridge ed è morto a Londra nel 1863. Rivale letterario del contemporaneo Dickens, è famoso soprattutto per aver scritto La fiera delle vanità (1846-1848)e Le memorie di Barry Lyndon (1844), da cui Stanley Kubrick trarrà l'omonima pellicola nel 1975. In Italia purtroppo non è arrivato moltissimo dell'opera thackeriana; devo dirmi insieme delusa e stupita di tutti i titoli elencati sulla fedele pagina di wikipedia, a nessuno viene in mente di rimediare? Spero che la Fazi (che peraltro mi ha mandato il romanzo, con mia somma gioia) continuerà nell'opera di riscoperta e traduzione dei classici perduti tra le maglie della letteratura vittoriana.
La storia di Henry Esmond risale al 1852, è stato portato in Italia da Treves nel 1911 nella traduzione di Assunta Kerbaker ed è stato notevolmente incensato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l'autore del Gattopardo, che ancora devo leggere, anche se mi è stato consigliato spesso e caldamente. Purtroppo il titolo non suscita quell'interesse centennale che possono vantare i già citati Barry Lyndon e La fiera delle vanità, e cade più o meno nel dimenticatoio finché nel novembre del 2018 la Fazi non lo ripropone in edizione integrale, tradotto da Marinella Magrì.
La trama del romanzo è complessa, ingarbugliata intorno alla storia d'Inghilterra, alle vicissitudini di una corona dibattuta e di intrighi nascosti. Raccontata in terza persona dallo stesso Henry, che talvolta passa alla prima in considerazioni postume, in forma di memoir, si incastra tra la fine del '600 e l'inizio del '700, durante il regno della Regina Anna e il passaggio della corona dalla casata degli Stuart e quella degli Hannover. La questione politica è assai presente nel romanzo, ed è evidente la posizione di Thackeray, fortemente critica nei confronti della famiglia Esmond, i cui membri premeranno per la legittimità della pretesa al trono del fratello di Anna, Giacomo.
Henry nasce nel 1678 e non ha idea di chi siano i suoi genitori quando, a dodici anni, viene accolto dal Visconte di Esmond, Francis, e da sua moglie Rachel. I due hanno due figli, la piccola Beatrix e l'ancor più piccolo Frank. Henry rimane immediatamente incantato in una fascinazione indissolubile per Rachel, cui decide di dedicarsi come servo e cavaliere, chiamandola da allora innanzi la mia Signora. Parlerà della relazione difficile tra il Visconte e la moglie, dell'educazione cattolica del precettore, della posizione della famiglia. Andrà a studiare a Cambridge, diventerà un ragazzo, e la sua vita subirà una piega estrema quando rimarrà invischiato in un duello che vedrà la morte del Visconte. Tornerà in seno alla famiglia Esmond soltanto anni dopo, per scoprire che Beatrix è cresciuta e si è trasformata in una splendida ragazza di cui rimarrà a lungo invaghito.
E così via, sullo sfondo dell'Inghilterra dell'epoca e della Londra letteraria – dopo aver prestato servizio militare, Henry tenterà la strada delle lettere – con riferimenti ad autori realmente esistiti, come Richard Steele e Joseph Addison. Il fatto storico in questo romanzo è preminente, talvolta fino all'eccesso. E tuttavia l'elemento più interessante è piuttosto la prospettiva di Thackeray sui propri personaggi e sull'umanità in generale. Come avevo già notato in La fiera delle vanità, a Thackeray piace creare personaggi complessi, piagati da imperfezioni di anima e di carattere che danneggiano loro stessi e quelli che hanno attorno. Esmond compie numerosi passi falsi, accecato dalle proprie passioni, il Visconte cedeva debolmente ai propri vizi senza, Beatrix è una creatura fiera, la più aspramente raccontata dall'autore, Frank è fatuo e la stessa Rachel, emblema della donna angelo, non è affatto immune dai difetti e dalle critiche. Orgogliosa, spesso al punto di trarsi in inganno, severa e spesso ingiusta, la sua figura si contrappone per buona parte della storia a quella di Beatrix, anima tormentata dall'ambizione, eppure straordinariamente onesta sulla natura dei propri intenti.
È un romanzo complesso, ricco di storie e personaggi – questa edizione riunisce i tre volumi in cui era stato pensato – e più impegnativo di La fiera delle vanità per via del contesto storico accuratamente rappresentato, – anche se non so fino a che punto la ricostruzione sia fedele. Come dicevo all'inizio, c'è ancora un po' di Thackeray da scoprire, e spero di avere la possibilità di farlo presto.

domenica 20 gennaio 2019

Come mai non pubblico stroncature


Non scrivo stroncature. Quasi mai.
Dico “quasi” perché ne ho scritte un paio ancora agli albori del blog, che ai tempi era molto più “personale” di quanto non sia adesso. Cominciavo ogni recensione chiacchierando bellamente dei fatti miei per paragrafi e paragrafi – come avevo dormito? Con cosa avevo fatto colazione? Umore? C'era il sole? – e c'è da dire che forse forse forse un po' esageravo. Ma tanto lo sto facendo anche adesso, quindi...
Anzi, vediamo di annegare come si conviene nelle vecchie e vituperate abitudini: ho dormito maluccio, ho fatto colazione con muesli e caffè latte, sono abbastanza contenta e credo che se mi decidessi ad alzare le serrande mi troverei davanti un cielo ingannevolmente azzurro, che poi per uscire devo comunque bardarmi come un crociato.
Dicevo, non scrivo stroncature.
Questo post un po' raffazzonato nasce dalla lettura di un articolo sull'Indiscreto, Addio stroncature, scritto da Federico Di Vita. Parole sante, nel loro conglomerato semantico. La critica letteraria ha perso d'importanza e spessore, la discussione si è fatta sterile ed emaciata, coloro che scelgono di affossare un'opera che se lo merita – giustamente o meno – spesso seguono le orme di un personaggio che si sono costruiti, tipo Il signor Distruggere dell'editoria, ma con basi un po' più solide di screenshot falsi.
Della critica negativa c'è bisogno, la divergenza di opinione stimola il dibattito. Se non c'è chi ammette di trovare un elemento sbagliato, cacofonico, malamente posizionato all'interno di una trama, diseducativo o che altro, come si fa a instaurare una discussione sul perché quell'elemento è sbagliato? Magari non lo è. Magari la comunità arriverà alla conclusione che l'elemento può essere scomodo ma, di fatto, innocuo. Chissà.
Ma da qualche parte bisogna cominciare, e le stroncature sono un ottimo punto di partenza.
Io però non ne scrivo. E poiché trovo che siano cosa buona e giusta, ci terrei a specificare perché. Che magari può venire fuori una chiacchierata interessante.
Chi scrive stroncature, deve leggere fino in fondo un'opera che non gli piace. Deve sacrificare tempo e diottrie per qualcosa che non gli dà nulla, magari con lo smacco di decine di volumi in attesa sul comodino. Io leggo perché amo leggere, e se qualcosa non mi piace bom, via dai miei occhi, tornatene in biblioteca e a mai più rileggerci. So che molti si impuntano a finire tutto quello che iniziano, ma io non ho mai capito cosa li spinga a farlo. Mia madre è rimasta mesi a boccheggiare su un romanzo piuttosto lungo di cui si lamentava tutte le volte che ci sentivamo, per me una simile tortura auto-imposta è inconcepibile.
Una stroncatura deve essere puntigliosamente argomentata; sappiamo bene che una critica negativa necessita di essere contestualizzata, laddove non se ne sente il bisogno per un complimento di intensità pari e contraria. Chi critica deve essere inattaccabile, visto che in un certo senso sta attaccando. E questo si traduce in uno smantellamento dell'opera crudo e spietato – e non tutti siamo a nostro agio nello smantellare gli altrui sogni.
Un'altra motivazione, effettivamente un po' paracula, è il fatto che spesso un romanzo scadente è quello che scegli a scatola chiusa, e viene da esordienti, magari pure da editori piccoli e claudicanti. Ci sono casi in cui stroncare è infierire, e il silenzio pare una risposta preferibile alla gogna pubblica.
Ma credo che la ragione più importante dietro la mia non-presa di posizione (che alla fine è più il frutto di un istintivo “non me la sento” che di una riflessione obiettiva sulla materia) sia che la stroncatura, secondo me, dovrebbe toccare temi importanti, interessanti, magari storico-sociali-economici etc. Dovrebbe valerne la pena, ecco. Magari partendo da un romanzo scadente si arriva a una concezione malata del mondo che vogliamo sbrogliare, o magari c'è uno sperimentalismo esasperato che ci pare retrogrado o inefficace. Possono esserci moltissimi motivi per cui un'opera ci risulta misera, ma per guadagnarsi una stroncatura, e dunque una sovraesposizione rispetto ai meriti letterari, dovrebbe avere qualcosa da dire. Deve esserci un buon argomento su cui arrovellarsi, sennò che senso ha? Ne ho letti, di libri brutti, e un paio di stroncature, come dicevo all'inizio, le ho pure scritte. Ma non sono molto più che una leggera e ridanciana lamentela sugli elementi che mi erano sgraditi. E in questo caso, ne vale la pena?

mercoledì 16 gennaio 2019

Verderame di Michele Mari

Spesso ho difficoltà ad approcciarmi alle biografie, soprattutto alle auto-biografie. Non amo che un libro sia troppo legato alla vita di una persona, che la trama resti impigliata nei fatti realmente accaduti al punto di non riuscire a prendere il volo. Vero è che ci sono vite straordinarie, e narratori che riescono a raccontare l'ordinario in modo straordinario, - e anche ottimi bugiardi.
Non amo la biografia come genere, anche se mi è capitato di leggerne e apprezzarne. L'autofiction, invece, concettualmente non mi spiace affatto. Mi piace l'idea di uno scrittore che prende se stesso e si ri-racconta esplicitamente; lo preferisco grandemente a quel brutto vizio che è cercare di risolversi la vita attraverso la salvezza dei propri personaggi.
Hanno scritto autofiction Borges, Sartre, Vargas Llosa. In Italia Dante, Genna, Scurati. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Serge Doubrovsky nel 1977, come oltre il link l'Enciclopedia Treccani. Ne continuava a parlare Carlo Mazza Galanti nel 2010 su minima et moralia, e su Repubblica è recentemente un pezzo di Paolo di Paolo (candidato allo Strega nel 2013 con Mandami tanta vita), intitolato Il boom del romanzo autobiografico: moda o verità? Non è un genere morto, questo è sicuro. C'è ancora un sacco da dirne e da leggerne.
Pochi giorni fa ho terminato la lettura di Verderame di Michele Mari, edito da Einaudi nel 2007. Premetto che ultimamente quando mi metto a parlare di Mari, poi finisco a sproloquiare spiraleggiando di argomento in argomento, allontanandomi furiosamente dal romanzo e dalla trama. Io vi avverto. Difatti ho iniziato il post con una divagazione sull'autofiction. Di Mari comunque ho chiacchierato entusiasticamente dopo aver letto Roderick Duddle, e più recentemente con Di bestia in bestia.
Ad ogni modo, Verderame è pura autofiction. L'autore racconta di un'estate passata dai nonni a Norna, nel varesotto, quando aveva tredici anni, nel 1969. Era un ragazzino pieno di energie da sfogare in fantasie e visioni distorte, che leggeva troppo e orrorificamente – cita Poe e Lovecraft con affetto – e ha come migliore amico il mezzadro della tenuta dei nonni. Lo definisce mostro per il suo aspetto turpe e per la crudeltà con cui si accanisce sulle lumache; avrà tra i cinquanta e i sessant'anni, è poderosamente ineducato e non si esprime che in dialetto, cosa che mi ha ostacolato non poco la lettura. Si chiama Felice e ha iniziato a perdere la memoria, pezzo per pezzo, e Michele quella memoria vuole recuperarla, e inizia a interrogarlo sul suo presente, sul suo passato, e cose putride tornano in superficie, cadaveri e altre schifezze si affacciano su un'estate che rischiava di trascorrere spensierata.
In Verderame Mari ambienta una storia in quell'intersezione temporale tra l'ultima infanzia e l'adolescenza, quando siamo abbastanza grandi da vedere e capire la parte brutta del mondo ma anche abbastanza piccoli da aver voglia di giocarci. Michele indaga il passato oscuro di Felice, e qui è un rimpallo tra la memoria perforata del vecchio e la fantasia sfrenata del ragazzino, a chiederci dove sia la verità della storia. La storia di Felice affonda in un passato sanguinoso, tra la guerra, i partigiani e tutto il resto.
Ma il punto non è tanto la Storia; il punto con Mari mi sembra tendere verso la distorsione della storia nella visione del narratore stesso, e sull'atto stesso della narrazione. Soprattutto in questo romanzo, in cui l'età di mezzo riveste un ruolo così importante. È una stagione oscura.

giovedì 10 gennaio 2019

Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali


Ho finito di leggere Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali, nella neonata edizione Fazi tradotta da Barbara La Rosa Salim (e speditami dalla casa editrice, che non manco di ringraziare perché mi fa scoprire un sacco di libri belli) ieri sera, con la gatta addormentata spalmata contro un fianco, il sonno che iniziava un po' a profilarsi all'orizzonte ma non troppo. Quello stato in cui ti chiedi se sia il caso di terminare la lettura di un libro, che tanto mancano poche pagine, però ti spiace per quel bisogno tanto frequente di chiudere le palpebre e rilassare gli occhi.
Alla fine l'ho finito, e mi ha lasciato con qualche osservazione e un paio di analogie. Ma andiamo con calma.
Sabahattin Ali è stato uno scrittore, poeta, giornalista e professore turco; è nato nel 1907 in Egridere, ha studiato a Istanbul, ha vinto una borsa di studio che l'ha portato a vivere in Germania per due anni dal 1928 al 1930, prima di tornare a stabilirsi definitivamente in Turchia, dove insegnerà alle superiori. Parallelamente alla carriera letteraria e accademica, portava avanti rivendicazioni di carattere politico. Comunista e dissidente, fu incarcerato più volte – all'inizio degli anni '30 per aver pubblicato poesie contro il regime di Ataturk, e di nuovo nel 1944. Venne ucciso al confine con la Bulgaria mentre cercava di scappare.
Madonna col cappotto di pelliccia è il suo ultimo romanzo, scritto nel 1943. Ho letto pochissimi scrittori turchi, forse nessuno che abbia scritto così vicino alla metà del '900. Leggendo cercavo di farmi un'idea delle influenze letterarie di Ali: ho trovato La signora delle camelie di Dumas (figlio), Le notti bianche di Dostoevskij, nel rapporto tra Raif e Maria; mi sono chiesta se Ali avesse letto Francis Scott Fitzgerald, che Maria fa così tanto flapper girl, e se si fosse mai approcciato a Franz Kafka. Se fosse vissuto ancora un po' avrei ravvisato in Maria la Holly di Colazione da Tiffany.
Ma dunque, la trama. Abbiamo una cornice in cui un giovane entra in un'azienda, e inizia a lavorare a stretto contatto col bistrattato traduttore della compagnia. Si chiama Raif Effendi, avrà intorno ai quarant'anni e pare l'ombra di quello che dovrebbe essere una persona. Nessuno lo rispetta, né superiori né dattilografe, men che meno i colleghi; perfino in famiglia nessuno gli concede il minimo riconoscimento, né gli si concede tregua dalla fatica. Eppure è il protagonista, e diventa narratore quando il collega, che diventa suo amico, inizia a leggere un taccuino scritto di suo pugno nel quale, appena pochi mesi prima, ha stilato accuratamente la storia dei pochi anni trascorsi a Berlino in gioventù. Figlio di un ricco possidente terriero e saponificatore di Ankara, a 24 anni viene mandato in Germania per studiare, in modo da poter poi succedere al padre nella conduzione degli affari. Ma Raif non è interessato alla chimica dei saponi, e continua a vivere come ha sempre fatto, e come gli è sempre stato rinfacciato di fare; schivo e riservato, passa le sue giornate a leggere, a studiare il tedesco soltanto per potersi approcciare agli autori nella lingua d'origine, passeggia in solitudine e visita innumerevoli mostre d'arte.
Ed è qui che incontra la sua Madonna col cappotto di pelliccia, come la intitolerà un critico su una rivista. L'autoritratto dell'artista, una donna che fissa il mondo di fronte a sé con l'espressione orgogliosa della Madonna delle Arpie di Andrea del Sarto. Raif si soffermerà molto sul suo sguardo, darà la chiara impressione di essere rimasto così ossessionato dal quadro da averlo studiato nei minimi dettagli. Lo studia per carpirne l'anima, e sembra che ce la faccia.
In seguito a una serie di vicissitudini – hanno forse importanza? - arriva a fare conoscenza della pittrice, che mantiene se stessa e la madre anziana cantando in un locale notturno. Si legano in un rapporto che potrebbe essere amore, e per lui lo è da subito, ma si sviluppa con l'intima vicinanza disinteressata che intercorre tra fratelli o tra amici d'infanzia. Anzi, come gli amici che si sognavano nell'infanzia, ma che si incontrano in età adulta. Con cieca fiducia affidano l'una all'altra la propria persona, a livello puramente mentale, filosofico. Discutono e passeggiano, e per un po' è tutto ciò che fanno.
Non ha senso che vada avanti nel parlare della trama; il romanzo è tutto qui, nel rapporto tra Raif e Maria, nella reciproca interrelazione; nessun punto è più bello e convincente di quelli in cui chiacchierano, e si rimpallano le loro visioni del mondo e dell'amore, che si discostano così tanto. Il romanzo prosegue, va avanti e infine si conclude con due pagine di scarto sul taccuino di Raif; giusto il tempo di dare una chiusura alla cornice, tirare le ultime considerazioni.
Un aspetto che ho trovato particolarmente interessante è il ribaltamento nei ruoli (stereotipicamente parlando) di forza tra Raif e Maria; Raif si approccia al mondo esitante, con timidezza, e lascia esplicitamente a Maria il controllo della loro relazione. La Madonna non è una donna angelo, bensì una donna innamorata della propria libertà, sicura di sé, decisa. Viene da chiedersi se Ali non si sia ispirato alla Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch.
In sostanza è stata un'ottima lettura, un'opera piena di cui si soffre appena una distanza stilistica che si mostra giusto con un'abbondanza enfatica della punteggiatura. Forse avrei gradito se Ali avesse raccontato qualcosa di più della Berlino degli anni '30, sappiamo in retrospettiva che c'era tanto di cui parlare, e non solo dal punto di vista politico, ma pure artistico, letterario etc. Ma capisco anche che per Ali il punto non fosse quello. Gli premeva trattare di tutt'altro.

venerdì 4 gennaio 2019

Il mar delle blatte e altre storie di Tommaso Landolfi


Io e i classici italiani non andiamo molto d'accordo, – una relazione che mi riprometto di risanare quest'anno – anche se parliamo di quel '900 che, sulla carta, dovrebbe piacermi. Non saprei ben spiegare perché io non abbia amato Sciascia, Pavese, Buzzati. Ne ho letti i titoli che vengono decantati come capolavori, eppure non sono riuscita ad apprezzarli se non a livello razionale; e so bene che sono io che non risuono ai loro racconti, e non i racconti ad essere afoni, ma poco posso farci. Se leggo, è per piacere.
Ci sono tuttavia eccezioni che mi suggeriscono l'esistenza defilata di un sottobosco d'autori italiani del '900 che potrei adorare. La prima eccezione è ovviamente Italo Calvino, sul quale non ha senso dilungarsi. È Calvino. Mr Se una notte d'inverno un viaggiatore, Sir Il visconte dimezzato, Lord Il barone rampante, Sua Signoria Il cavaliere inesistente, Monsignor del Castello dei destini incrociati. Di che presentazioni ha bisogno?

L'altro è Tommaso Landolfi, ho saputo della sua esistenza pochi anni fa e ho letto per la prima volta un suo libro esattamente il primo dell'anno. Un'antologia che prende il titolo dal primo racconto, Il mar delle blatte e altre storie, un'edizione piuttosto giovane, uno scattante Adelphi di neanche duecento pagine corredato da interessanti note in fondo al volume.
Landolfi volevo provarlo da un po'; la mia coinquilina ne ha letto molto e ne ha detto benissimo, e se ci sono lettori del cui giudizio mi fido più di quanto non mi fidi del mio, lei è una di questi. Non so dire cosa mi abbia fatto decidere di iniziare proprio da Il mar delle blatte. Un po' il titolo alla Michele Mari – lo stesso giorno ho preso anche Verderame, e ho una gran voglia di leggerlo, – un po' il fatto che fosse un libriccino piccolo e poco ingombrante. Non so dunque cosa me l'abbia fatto scegliere, ma è il libro con cui ho trascorso buona parte del primo dell'anno, – insieme a La storia di Henry Esmond di William M. Thackeray, che quel giorno ho letto fino a farmi bruciare gli occhi – e mi è piaciuto un sacco.
Tommaso Landolfi è nato nell'agosto nel 1908 a Frosinone, ha esordito nel 1937 con la raccolta di racconti Dialogo sui massimi sistemi, ha vinto il Premio Strega nel 1975 con A caso e muore quattro anni dopo a Ronciglione.
In Il mar delle blatte e altre storie ho trovato molti elementi che conosco e che amo: ho trovato sprazzi dello stesso Calvino, di surrealismo, un po' di Kafka, di Boris Vian, di grottesco, assurdo e meraviglioso.
Compaiono diversi racconti e non è facile decidere se qualcuno si innalzi sugli altri. Il primo, un po' metaletterario e totalmente irrealistico e improbabile, - in cui un uomo assiste alla trasformazione del figlio in un essere creatore, da cui fuoriescono oggetti e strani personaggi, e col quale si cimenterà in una traversata insieme a un'assurda ciurma nel mar delle blatte, alla ricerca di... ma lasciamo stare. Accenno alla donna amata, al verme coraggioso e innamorato, alle blatte e alla furia.
Nella raccolta ci sono pezzi di follia scientifica – e mi viene da dire che io e Landolfi c'intenderemmo perfettamente, che mal-capiamo la matematica allo stesso modo – strane feste di nozze, lupi mannari e lune, cani senzienti alla ricerca dei propri sogni, strane romanticherie da bordello, mondi strani che si aprono sotto le palpebre del lettore e... beh, c'è un sacco di roba.
E quindi vi invito caldamente ad approcciarlo, questo Landolfi. Nei racconti o nei romanzi che sia, è un mattone della letteratura italiana che non può mancare a chi ama Calvino, la corrente surrealista, la mollezza di mille mondi evanescenti.
Mi ringrazierete, davvero.
Mi ringrazierò anch'io, quando varcherò – a breve – le porte della biblioteca per trarne ancora un po'.

martedì 1 gennaio 2019

Buoni propositi letterari per il 2019

Sicuramente è una mossa ardita da parte mia scrivere questo post con la mente ancora un po' annebbiata dai festeggiamenti, più che altro dalla mancanza di sonno. Eppure mi va di scriverlo, forse proprio perché i propositi generali per questo 2019 tardano a venirmi alla mente, sono più un nugolo di ottimismi e speranze che faticano a realizzarsi in un elenco di fatti futuri precisi e delimitati.
Coi libri è tutto più facile, coi libri il pensiero scorre come un fiume. Anche se avrò dormito sei ore a voler dire tanto e il caffè non mi è bastato neanche per svegliarmi a metà, so già che tipo di lettrice spero di essere per i prossimi dodici mesi.
Dunque vediamo.




    1. Voglio soffermarmi sulla letteratura latino-americana, nuotare in un mare di Cortazar, Borges, Garcia Marquez, ma non limitarmi soltanto a quei nomi che già è tanto facile riconoscere tra la folla. Voglio guardarmi intorno e dedicarmi a quei nomi misconosciuti che sono piaciuti agli autori già citati, scrutare nelle reciproche influenze, capire come si muovono i fili che si direzionano tra gli uni e gli altri.
    2. La letteratura italiana del '900 è sempre stata un problema, per me. Non ne amo la crudezza, la nudità dello stile, il minimalismo delle emozioni. Ho letto Pavese, ho letto Buzzati e ammetto di non averli amati. Eppure ci sono nomi anche per me, come Calvino e Landolfi, tutto sta nel saper cercare.
    3. Collegandomi al punto precedente, voglio conoscere meglio il fantastico italiano, non solo quello contemporaneo – sul quale dopotutto un'infarinatura posso anche vantarla – ma soprattutto quello passato. '800, primo '900, che faceva l'Italia fantastica? Dopotutto siamo in un periodo di profonda riscoperta letteraria, ci sono case editrici che puntano tutta la loro identità su questo punto, manco a volermi rendere le cose più facili.
    4. I classici del passato che non ho mai affrontato, vuoi per mancanza di tempo o per quel troppo ottimista “massì, figuriamoci se prima o poi non mi verrà da leggere Anna Karenina”. Victor Hugo, Lev Tolstoj, aspettatemi che arrivo da voi.
    5. I classici americani che ho sempre osservato da lontano. Voglio che la mia libreria straripi di Truman Capote, di Ernest Hemingway, di Jack London. Quel poco che ho letto, l'ho anche amato.
    6. Intendo buttarmi sulla fantascienza, ripercorrerla dai suoi primordi alle ultime assurdità, e arrivare a riconoscere a naso ogni influenza, ogni sotto-genere, ogni contesto citato da chissà quale epopea dello spazio profondo.
    7. Spero di riuscire a lasciare indietro, per il momento, quello cui non riuscirò a dedicarmi. Per dire, ho delle enormi lacune nella letteratura classica – greca, latina etc – o asiatica, o africana, o nord-europea; gialli e noir degli inizi mi sono ancora oscuri, giacché non ho mai letto né Agatha Christie né Rex Stout. Ma dopo il 2019 verrà il 2020, e posso riservarlo per la scoperta di quei mondi che non rientreranno nei prossimi dodici mesi.
    8. Quest'anno, prima di tutto, voglio divertirmi un sacco, leggendo. Cioè, anche non leggendo, ma capite bene che in questo piccolo angolo di web le priorità sono di carta.
Vi auguro un ottimo anno di letture, un augurio di consapevole e assoluta vaghezza che i pronostici non valgono granché, si esauriscono nel momento in cui te li immagini. Siate felici e allegri e lasciatevi bruciare gli occhi ogni tanto perché avete letto troppo. A volte ci vuole. E a volte quel "a volte" è piuttosto spesso.