sabato 29 dicembre 2018

Due parole su Chirù di Michela Murgia


Dunque, vediamo. Chirù di Michela Murgia, uscito per Einaudi nel 2015. Di Chirù si è parlato un sacco, ai tempi in cui è uscito. Dopo il successo di Accabadora – che ancora non ho letto, ma immagino sia il prossimo romanzo della Murgia che leggerò – Einaudi aveva puntato molto sul romanzo, e su facebook era comparso pure il profilo di Chirù, a scimmiottare un ragazzo vero.
(in un certo senso, si può dire che Chirù ricordi Pinocchio a vari livelli, in vari modi, ma solo a volerci trovare riletture e significati che l'autrice non aveva previsto né voluto).
La narratrice del romanzo si chiama Eleonora ed è un'affermata e affascinante attrice teatrale di trentotto anni. Nel corso della sua carriera ha preso sotto le sue ali pochissimi allievi, tre ragazzi eccezionalmente dotati per instradarli verso un avvenire radioso e soddisfacente. Tutti ragazzini dai quindici ai diciassette anni, e in un caso su tre è finita parecchio male.
Ma dopo una pausa lunga anni, Nora incontra Chirù, un violinista che brucia di ambizione, un diciottenne quasi imberbe pieno di fascino che la convince da accettarlo come apprendista, e a farsi formare intellettualmente e culturalmente. Nora all'inizio tentenna, ma alla fine cede e basta, nonostante un sacco di timori. E la storia va avanti e poi torna indietro, segue il rapporto tra maestra e allieva e poi torna indietro a conoscere la Nora bambina, la Nora adulta, la Nora che si affaccia alla carriera di attrice e impara come funziona il mondo.
La trama è quasi un pretesto. Non voglio dire che non sia interessante o che abbia dei buchi o che altro; il punto è che il centro del romanzo sono i rapporti tra le persone, più nel generale che copre tutto il mondo che nel caso specifico di Nora e Chirù. Nora riflette sulle relazioni umane, e ne discute senza filtri né fronzoli. Il suo sguardo è così acuto e lascia così scoperti che ho sentito il bisogno di mandare degli screen alla mia coinquilina, - la parte sui rituali, soprattutto, mi ha lasciata un po' commossa.
È un romanzo che ho sentito appena troppo breve, non perché non basti quello che c'è, ma perché avrei preferito che il contesto fosse più ricco, che i personaggi parlassero ancora tra loro, che venissero riempiti quegli interstizi tra le loro conversazioni con altre parole, altri gesti.
Mi è piaciuto e molto, e questo mi pare ovvio. Non so se sia il miglior romanzo della Murgia, ma non vi fermerei affatto se voleste iniziare da questo.

domenica 2 dicembre 2018

Figlie di una nuova era di Carmen Korn


C'è una parte di me secondo cui parlare di questo romanzo dovrebbe essere una cosa facile, svelta, semplicissima. Basterebbe lasciare correre le dita, ricontrollare ogni tanto i nomi dei personaggi che sono tanti e tedeschi, guizzi di emozione e così via. È in un certo senso un romanzo semplice, seppure intricato di relazioni. È semplice perché i personaggi sono raccontati senza troppi fronzoli o misteri, senza andare a scavare troppo a fondo. In questo si differenzia moltissimo dalla saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard a cui viene accostato, che ti infila nell'anima dei personaggi in laparoscopia e ti riporta indietro contuso.
In Figlie di una nuova era di Carmen Korn, primo volume di una trilogia appena uscito per Fazi nella traduzione di Manuela Francescon e Stefano Jorio, i personaggi sono tanti, ognuno attentamente delimitato nella propria caratterizzazione. Non sono particolarmente profondi né complessi, le loro storie si incrociano e si intrecciano con una naturalezza che ha poco del vivere umano, vittima di incertezze e intoppi. Capisco la scelta dell'autrice; il punto del romanzo, credo, è la semplicità delle vite che racconta. Vite spicciole, da gente normale, con problemi quotidiani. Ci sono Henny e Kathe, la prima di buona famiglia, una cosiddetta “brava ragazza” e Kathe, la sua migliore amica, una fervente femminista di famiglia povera; il romanzo inizia col loro primo giorno al corso da ostetriche, la grande svolta della loro vita. È il marzo 1919, e sono ancora delle ragazze. Poi ci sono Ada, la bellissima e ricca Ada col fidanzato che non ama, un banchiere verso cui la sta spingendo il padre oberato dai debiti; ci sono i loro genitori, i dottori che lavorano nella clinica di Henny e Kathe. E poi i loro fidanzati, e la sorella di uno di loro, e poi l'amica di uno e... e così via. Figlie di una nuova era è sicuramente un romanzo corale. A orchestra, perfino.
Dicevo che dovrebbe essere facile parlarne, perché racconta delle vite di persone comuni; ma ha inizio nel 1919, e la fine raggiunge il 1948; essendo ambientato ad Amburgo, possiamo immaginarci l'allegro contesto che ci si presenta, il genocidio che si compie fuori dalle case dei personaggi, nelle loro strade, sotto le loro finestre. Henny e Kathe fanno le ostetriche, la madre di Kathe per un certo periodo fa la cuoca nella cucina di Ada, c'è chi continua a frequentare la sala operatoria e chi dà lezioni ai bambini o pensa al teatro. E poi c'è tutto il resto, un resto che viene in parte dato per scontato e in parte raccontato attraverso un punto di vista che, ammettiamolo, non è poi così scontato. Siamo in Germania, e sappiamo bene cosa sia diventata la Germania negli anni del nazismo.
Ed è per questo che chiacchierare di questo romanzo è difficile; diamine, il termine stesso “chiacchierare” mi pare improprio, troppo leggero, tenue, inoffensivo. Come si fa a “chiacchierare” di un libro dietro la cui trama si cela l'Olocausto?
Ma il punto è proprio questo: dare una contestualizzazione a un crimine che facciamo ancora fatica a comprendere. A riempire i treni di persone da ammazzare non sono stati mostri, demoni, gente incapace di cogliere ciò che stava accadendo. C'era anche gente normale, lì in mezzo. Gente che a un certo punto ha deciso che di altra gente si poteva anche fare a meno, e gente che non ha saputo reagire a quello che stava accadendo, e ha lasciato inerme e spaventata che la storia scorresse.
Credo che sia questo a rendermi complicato parlare di questo libro, che pure evidentemente ho gradito, trovandolo pure importante per quello che fa e come lo fa, specie in questo periodo che mi subodora neanche troppo vagamente di cannibalismo sociale: i personaggi sono persone normali e vogliono cose normale, i loro conflitti sono semplici, spiccioli. Eppure si trovano invischiati in una delle faccende più tremende che l'umanità abbia mai fronteggiato, e non sanno che fare. E allora vanno avanti, un po' lasciandosi trasportare, e un po' andando a tentoni, magari inciampando.
Come me con questa recensione, per dire.