mercoledì 28 febbraio 2018

Libri e generi di conforto


Capitano, per forza di cose, quei periodi in cui continui stress si intervallano a continui impedimenti; in cui da una sfiga si passa all'altra, e nel farlo ci si immerge in una pozzanghera fino alle ginocchia. Capita, è la vita. Sono brevi fasi in cui il karma ti mette alla prova per vedere se riesci ad augurare una buona giornata al panettiere anche se la tua è iniziata con la nuvola di Fantozzi sulla testa.
Passano, eh. Poi passano.
Ma non per questo c'è bisogno di trascorrerle senza generi di conforto; nel caso specifico, e per via del tema precipuo del suddetto blog – che gestissi una testata di cucina, consiglierei i miei biscotti con le gocce di cioccolato, – vado a elencare quei libri che hanno saputo darmi conforto in qualsiasi situazione. Certo, quello che funziona per me potrebbe non funzionare per altri. Anzi, per molti. Diciamo che più o meno un 7% di lettori potrebbe trovare utile il mio contributo, ecco.
Per diversi anni i miei libri di conforto sono stati prevalentemente di genere fantastico; J.K. Rowling, Terry Pratchett, Walter Moers, un sacco di Neil Gaiman e Diana Wynne Johnson.
Inizio da Terry, dal buon Pratchett e dal suo Mondo Disco, quell'universo bizzarro in cui ambienta (quasi) tutti i suoi romanzi, in cui una Tartaruga gigante solca lo spazio, con tre elefanti che le ruotano sul carapace e un piatto disco ne sormonta le schiene. Ecco, quel disco è la Terra. Solo che è un disco. Potrei segnalare le numerose saghe di Terry ambientate nel Mondo Disco – la sua Commedia Umana – ma mi limito alle tre più apprezzate da me (la serie delle Streghe e quella di Tiffany) e da tutti i miei amici adoratori di Pratchett (il ciclo della Guardia cittadina).
Oh, non so che farci, per me Un cappello pieno di stelle e La corona di ghiaccio (secondo e terzo libro del ciclo di Tiffany) sono dei capolavori. Ho ancora i brividi a distanza di anni all'urlo dell'Invernaio.
Segnalo anche un romanzo singolo che mi ha fatto schiantare dalle risate sulla fama e sul mondo dello spettacolo, Stelle cadenti. Un romanzo con almeno MILLE ELEFANTI!
(È una citazione. Capirete poi).
Per Moers, parto da quello che mi è piaciuto di meno, Le tredici vite e mezzo del capitano orso blu. Lo cito perché è piaciuto moltissimo a diversi lettori fidati di mia conoscenza, ma a me non aveva preso granché. Non fosse stato per l'anima meravigliosa che mi ha regalato poco dopo L'accalappiastreghe, forse non l'avrei più considerato come autore. E dopo L'accalappiastreghe, che parla del sodalizio tra un gatto e un alchimista che vuole trarne il grasso per farne un ingrediente, è stato il momento di Rumo, ramingo croccamauro avventuriero. In un mondo finzionale abitato da esseri assurdamente bizzarri, nel senso migliore che si possa concepire. E poi La città dei libri sognanti, un'immensa celebrazione all'amore per la lettura e per tutto ciò che è strano e storia. Anche lui, come Pratchett, ha creato un universo finzionale in cui ambienta una buona fetta della sua produzione, e tutti i titoli che ho citato, Zamonia.
Neil Gaiman è tuttora il mio autore preferito, ma qui mi viene da consigliare nello specifico due libri: Stardust, che ho riletto da poco dopo quasi dieci anni, e che ho riscoperto meraviglioso, e Nessun dove, un romanzo che da sempre adoro, e che sento intensamente mio. Il primo narra di una stella che si è persa sulla Terra, e del viaggio che deve compiere insieme a un ragazzo, è una favola che si macchia talvolta della crudeltà di alcuni personaggi, ma che mantiene un tono fiabesco, che mi ricorda quando da bambina scendevo in giardino a cercare le fate sotto le corolle dei fiori.
(avrò avuto quattro-cinque anni, eh).
Il secondo è di un fantastico pervaso però da una spietatezza di fondo. Un tizio che si ritrova invischiato suo malgrado in problemi troppo grandi con forza troppo grandi, a Londra di Sotto, tra divinità e becera, antichissima fattuccheria.
Arriviamo a Diana Wynne Jones, e qui rimando immediatamente alla trilogia iniziata col Castello errante di Howl (da cui è stato tratto l'omonimo film dello Studio Ghibli) e proseguita con Il castello in aria e La porta per Ogni dove. Il primo è imbattibile, certo, ma anche gli altri non scherzano. Stupenda pure la saga di Chrestomanci; maghi, streghe, bizzarri agglomerati familiari, equilibrio del mondo, qua e là contesti dittatoriali e inquietudine... cose che meritano, insomma.
Per quanto riguarda J.K Rowling, dubito sia il caso di consigliare apertamente Harry Potter. E dai.
Questo per quanto riguarda il fantastico che, come dicevo, per anni è stato il mio primario genere di conforto. Ho notato, tuttavia, che negli ultimi anni, in periodi particolarmente maligni tendo a rivolgermi ai classici inglesi. Non saprei dire per quale motivo; sarà l'ambientazione rilassante, il fatto che ormai la conosco come le mie tasche, sarà che erano tempi più quieti, sarà lo stile. Non saprei dire perché, ma quando la testa mi brucia, mi rivolgo oggi più a Jane Austen che a Terry Pratchett. Chiacchiero spesso qui di zia Jane, e cito giusto qualche vecchio post qui e qui. Il mio romanzo preferito all'interno della sestina eletta rimane Emma, ma è breve la distanza che lo separa da Orgoglio e pregiudizio e da Ragione e sentimento.
La mia sorella Bronte, Charlotte. Adoro Jane Eyre, che sto rileggendo per la prima volta – un giorno mi spiegherò meglio –, e Villette, forse il mio preferito.
Elizabeth Gaskell, soprattutto Nord e Sud – avete visto la serie BBC? - e Mogli e figlie.
George Eliot, e i meravigliosi Il mulino sulla Floss e Middlemarch.
Frances Hodgson Burnett, autrice resa celebre da Il giardino segreto, di cui ho apprezzato assai di più la produzione al di fuori della letteratura per l'infanzia. Un matrimonio inglese, L'imprevedibile destino di Emily Fox-Seton e La vita inusuale di T. Tembaron.
Il caro William Makepeace Thackeray, con il suo celeberrimo La fiera delle vanità, e di cui ancora devo leggere Le memorie di Barry Lyndon – e onestamente non vedo l'ora.
I titoli non mancano, vedete bene. È anche vero che i classici prima o poi finiscono, per forza di cose, non si tratta di una produzione aggiornabile. Ma, tralasciando quanto sia dopotutto difficile arrivare all'ultimo dei classici inglesi, è ben possibile che per allora il mio genere di conforto sia mutato di nuovo. Che come sono passata dal fantastico alla letteratura inglese, io mi rivolga tra un paio d'anni al noir americano anni '30-'40, o alla poesia russa o a chissà che altro ancora.
Tutto ciò che posso dire con questo post, decisamente troppo lungo e visibilmente raffazzonato, un agglomerato di titoli in lista svolta più emotivamente che razionalmente, è che i libri ci sono.
Ci aspettano, e qualche volta ci abbracciano.

sabato 24 febbraio 2018

La fattoria dei gelsomini di Elizabeth von Arnim

A pensarci bene, mi trovo nel contesto più giusto per leggere La fattoria dei gelsomini di Elizabeth Von Arnim. Va bene, magari non ci sono proprio i gelsomini, ma mi trovo in visita a casa di mia madre, dove ho a mia disposizione un piccolo terrazzo con qualche piantina, diversi gatti da importunare tra una pagina e l'altra e, gentile concessione della giornata, un po' di sole. Peccato che La fattoria dei gelsomini, edito da Fazi nella traduzione di Sabina Terziani, io l'abbia iniziato e finito settimane fa, sotto un cielo lugubre – non che mi dispiaccia quest'ultimo sprazzo di inverno – nel bel mezzo della sessione degli esami. Peccato davvero.
Dunque, vediamo. Ci troviamo nella campagna inglese, intorno agli anni '20. Lady Daisy è solita organizzare fine settimana nella sua meravigliosa tenuta con invitati scelti con cura per le loro doti sociali e per la fermezza della loro morale. E questo, in soldoni, è il punto dal quale la trama prende il via.
C'è da dire che questo libro inizia lentamente, con un groviglio di nomi impossibili da associare ai personaggi; la lista troppo lunga degli invitati di Lady Daisy, una splendida vedova cinquantenne devota alla propria morale e alla propria figlia. È un fine settimana diverso dal solito, in cui la conversazione stenta a ingranare, il caldo è insopportabile, gli invitati si detestano a vicenda, il cibo è così così e Lady Daisy sembra non rendersene nemmeno conto.
Tra i presenti figurano il fidato amico e contabile Andrew con la giovane e fatua moglie Rosie e pochi altri sciagurati, dei cui moti interiori veniamo di volta in volta edotti: persone semplici, un po' meschine, convinte ognuna di essere l'unica persona degna di conversazione in mezzo a un gruppetto sciapo. E il weekend scorre lento e pedante fino al mattino in cui due paia di orecchie ascoltano per caso un frammento di conversazione che parrebbe dar voce a uno scandalo assolutamente imprevedibile.
Va da sé che le orecchie ree dell'ascolto non appartengono a una persona che sappia tenere chiusa la bocca, e il sospetto si fa confidenza, dalla confidenza si passa al pettegolezzo e così via.
Le persone coinvolte sono la figlia di Lady Daisy, Terry, il già citato Andrew e la moglie Rosie; la questione non manca di complicarsi ulteriormente quando entra in scena la madre di Rosie, l'esuberante Mrs de Lacy, intenzionata a mettere in mezzo la stessa Lady Daisy e a trarre vantaggio, per quanto possibile, dalla situazione che è venuta a crearsi.
La von Arnim offre spazio sulle pagine a diversi personaggi, ognuno col suo carico emotivo, il proprio vissuto, aspirazioni, rimpianti. La stringente visione del mondo di Lady Daisy che cozza con l'ingenua spudoratezza di Mrs de Lacy, la leggerezza annoiata di Rosie che contrasta il turbamento di Andrew – che, ammetto, è il personaggio che mi ispira meno empatia in assoluto.
È stato bello conoscere così un'autrice di cui ho sentito parlare moltissimo ma delle quale ancora non avevo letto nulla. L'argomento di La fattoria dei gelsomini poteva essere trattato in una moltitudine di punti di vista e toni differenti; poteva essere un Beautiful come un Jane Eyre. Il tono è stato invece quasi normalizzante, a fronte di una situazione che di normale ha ben poco.
Almeno credo. Gli umani sono strane creature, abilissime nell'incasinarsi, facili al piangersi addosso. Capaci, tutto sommato, di riprendersi e risalire.

Il cuore del romanzo, ci tengo a dirlo, sono Lady Daisy e Terry; il resto, alla fine, sono solo cause ed effetti.

lunedì 19 febbraio 2018

Il castello blu di Lucy Maud Montgomery

Capita che certi libri ti piombino in mano esattamente nel momento in cui ne hai più bisogno. Manco fossero senzienti, manco avessero il potere di predire quando ti saranno più utili. L'avessi iniziato prima, forse le pagine sarebbero diventate bianche. Non lo so. So solo che questo libro è stato un conforto e un rifugio dannatamente adeguato.
Grazie, Lucy Maud Montgomery. A buon rendere.
Dunque, Il castello blu scritto dalla già citata Lucy Maud a partire dal 1924, anni dopo il ben più famoso Anna dai capelli rossi. Edito da Jo March – e chi sennò? – nel 2017 nella traduzione di Elisabetta Parri.
Il romanzo inizia col risveglio di Valancy; è il giorno del suo ventinovesimo compleanno e lei, raggomitolata a letto nella sua stanza gelida, realizza che non si è goduta un solo giorno di tutti quelli che l'hanno preceduto. La sua vita è un placido inferno scandito dalle battute e dai rimbrotti degli zii per il suo zitellaggio, dagli ordini della madre, dalla noia, dal ricamo forzato. Di suo, Valancy non ha nulla. Qualsiasi svago le è proibito, perché è il concetto stesso di svago ad essere malvisto dalla sua famiglia, il temibile clan Stirling. La sua unica gioia è il suo castello blu, un parto della sua fantasia in cui trova rifugio la notte, nei propri sogni. La sua sola gioia, saggiamente celata al resto del mondo – soprattutto alla sua famiglia.
Valancy soffre da tempo di dolori al petto, e quella mattina sono particolarmente forti. In uno scatto di ribellione – parola totalmente assente dal suo vocabolario – decide di consultare un vero medico, e non quello da cui è solito recarsi ogni membo del clan.
E scopre così di avere un anno di vita. Angina pectoris in forma molto grave.
Ed è la cosa migliore che le sia mai capitata. Non avendo mai vissuto, Valancy decide di trarre il meglio da quell'anno, di rifarsi per una vita di testa china e silenzio composto. Dice tutto quello che vuole dire, fa quello che vuole fare. Essenzialmente il romanzo prende una piega molto alla Breaking Bad; di fronte alla prospettiva di una morte improvvisa, Valancy non ha più motivo di temere il futuro e le conseguenze delle proprie azioni. È libera.
E passeggia tranquilla in mezzo alle urla disperate della famiglia, terrorizzata dallo scandalo. Con la nuova libertà fa giustamente quello che vuole. E ci mancherebbe.
Ammetto che all'inizio Valancy non mi piaceva. La Valancy-pre-angina, dico. La trovavo sciapa, debole, inconsistente, proprio come la vedeva chiunque altro. Continuavo a ripetermi che non era colpa sua, in un contesto famigliare del genere, chiunque crescerebbe silenzioso e insapore. Eppure non riusciva ad andarmi giù, diamine.
Che altro? Qualunque amante dei classici anglofoni ha da leggerlo, punto. Non c'è storia. L'unico appunto è che la traduzione qua e là risulta un po' problematica; secondo la mia modestissima opinione, in certi punti si è un po' ecceduto nel volerla mantenere troppo aderente all'opera fonte, ecco.
(rimango dell'opinione che sia una piccola meraviglia, specie se capita al momento giusto).