mercoledì 11 ottobre 2017

Otto mesi a Ghazzah Street, di Hilary Mantel

Dunque, vediamo.
Otto mesi a Ghazzah Street di Hilary Mantel, edito da Fazi Editore nella traduzione di Giuseppina Oneto. Ci sono da dire un paio di cose, prima di iniziare a parlare del romanzo in sé. Prima di tutto conoscevo la Mantel “soltanto” come scrittrice di romanzi storici; avevo già apprezzato la prima parte del suo contributo alla narrazione della Rivoluzione Francese con La storia segreta della Rivoluzione, che mi era piaciuto moltissimo e che tuttora non so spiegare perché non abbia continuato. Non ero certa di come sarebbe stato leggere un romanzo il cui contesto si situa a pochi decenni da noi, in mezzo agli '80. Dopotutto la narrazione di un contesto storico lontano implica una certa dose di descrizioni degli ambienti, delle usanze, dei modi. Ho trovato che l'autrice si sapesse destreggiare ottimamente pure in quest'ultimo romanzo, ma c'è anche da dire che, essendo il contesto assai lontano da noi per ragioni socio-culturali, il bisogno di accurate spiegazioni ha continuato a farsi sentire, presentandosi in giuste descrizioni di quando in quando.
Un'altra cosa che mi va di sottolineare è quanto faccia risorgere in me vecchi concetti studiati sui banchi della triennale, tra corsi di antropologia e sociologia. Soprattutto il caro vecchio “relativismo culturale” in cui molti rischiano di incorrere quando non vogliono rischiare di sentirsi superiori a una qualche cultura “altra”. Mi spiego meglio.
Uccidere un bambino per motivazioni religiose, putiamo caso, durante un sacrificio rituale, è un abominio, e su questo non credo sia necessario discutere. Nel momento in cui chicchessia si mette a difendere non la cultura che implica il sacrificio stesso, ma l'azione del sacrificio come parte di una cultura più ampia, quello è “relativismo culturale”. Spiegato malissimo, si intende. È quella bonarietà con cui vogliamo evitare di prendere posizioni che riteniamo scomode da indossare. Più o meno. Molto più o meno.
Ma veniamo al libro, che diamine.
Ci sono Frances e Andrew, una coppia sposata da pochi anni; hanno vissuto per lavoro in Africa per diversi anni, lei cartografa, lui architetto. Ora il loro contratto è finito e a Andrew viene offerto un lavoro a Ghazzah, in Arabia Saudita, estremamente ben pagato. Non hanno molte altre prospettive, e il lavoro offerto a Andrew si prospetta davvero entusiasmante, non solo per la paga. Dunque accettano, si trasferiscono e... beh, è l'Arabia Saudita, e la protagonista è la moglie Frances. Una “strong independent woman”, senza alcuna ironia, che si trova rinchiusa in un appartamento troppo grande e ben arredato, in una città che uccide anche solo col caldo, con una vicina che la accoglie e le spiega della cultura araba e un appartamento al piano di sopra dal quale continuano ad arrivare rumori inquietanti.
Non è un thriller come avevo ipotizzato all'inizio, né un romanzo psicologico. Non mi sono sentita rodere dall'ansia, piuttosto la lettura mi lasciava addosso una punta di frustrazione per la situazione irrisolvibile di Frances, e un po' di rabbia nei confronti di Andrew e di un qualcosa che Andrew da solo non riusciva a comprendere.
Ho passato una vita a definirmi femminista, e pure adesso, nonostante le derive improbabili che il termine ha finito per accogliere, sento che è la parola giusta per definire la mia posizione. E mi capita spesso di discutere di questioni di genere, di parità, di diritti. C'è una questione sorta negli ultimi anni, quella dei bagni unisex. Che se è vero che tendiamo tutti all'uguaglianza e ad annullare le sciocche distanze tra i sessi, non dovrebbero i bagni essere un primo passo? Verissimo, nella teoria. Nella pratica, in biblioteca, il bagno delle donne al piano terra è stato chiuso in seguito alle inquietanti prodezze di un esibizionista. La pratica, purtroppo, ha la meglio sulla teoria.
Ed è un po' quello che prova Frances, che si pone un sacco di domande e continua a porle a chiunque le stia intorno. A Andrew, ai suoi colleghi, alle loro mogli, soprattutto alla vicina di casa e quasi amica Yasmin, che sembra volerla incorporare nella sua cultura, ma con dolcezza disarmante. Frances cerca di capire e di spiegare insieme, ma incontra muri. Le mancano le parole, spesso le difettano i modi. È orgoglio e paura, ha un mondo in testa che non coincide con quello in cui si trova a vivere.
È un libro che ho gradito decisamente più di quanto mi aspettassi, e che consiglio moltissimo, soprattutto se si ha interesse a capire la vita in Arabia Saudita.

(e vedrò bene di recuperare più Hilary Mantel, ho l'impressione che stabiliremo un meraviglioso rapporto scrittrice-lettrice.)

2 commenti:

  1. Il tuo blog è davvero, davvero, interessante. Leggo tanto, tuttavia non sono brava con la critica, e senza ombra di dubbio non sono brava quanto te. Sono arrivata qui per caso, per Elizabeth Gaskell. Ora mi incuriosisce anche Hilary Mantel.

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  2. Mi hai decisamente incuriosita, tuttavia io adoro i romanzi storici e credo che mi informerò sugli altri libri dell'autrice prima di 'attaccare' questo, che pure sembra interessante.
    Per quanto riguarda il relativismo culturale (spiegato piuttosto bene, spero di aver capito cosa intendi, ma decidi tu in base alle mie prossime parole), ammetto che mal sopporto le persone che giustificano un'azione come facente parte di una cultura troppo lontana dalla nostra per poterla comprendere. Penso che oggi sia un po' di moda non criticare, anche solo fingere di avere la mente aperta, essere sempre dalla parte di chi è 'sfortunato'. In tutto il marasma di opinioni che si condividono oggi, trovo difficile scindere quelle oneste da quelle che vanno per la maggiore sui social.
    Quindi, non so, forse è un discorso da vecchi, ma una volta non ci si facevano tutti questi problemi a dire che una persona ha fatto una ca**ata...

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