lunedì 25 settembre 2017

Tutto cambia di Elizabeth Jane Howard

Introdurre Tutto cambia di Elizabeth Jane Howard, ultimo volume della saga dei Cazalet, edito da Fazi nella traduzione di Manuela Francescon, non è compito facile.
Prima di tutto perché si tratta giust'appunto di una conclusione, e come specifico ogni volta, non è facile parlarne senza cadere negli spoiler. Secondariamente... beh, è la serie dei Cazalet. È un attimo che io smetta i panni – ma li ho mai indossati? - della bookblogger oggettiva e indefessa per indossare quelli della crazy fangirl e mi metta a squittire del mio amore per la saga. È un attimo, davvero.
Intanto vi indirizzo alle recensioni dei precedenti volumi:
Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa, Confusione e Allontanarsi, tutti belli in ordine di uscita. Non ringraziatemi, sono fatta così.
Seguiamo le vicende della famiglia Cazalet dal 1937, quando Polly, Clary e Louise erano bambine, l'enorme proprietà in campagna di Home Place era sempre piena di gente, lussuosa e incrollabile. Li abbiamo seguiti durante la guerra, le incertezze, i razionamenti, le perdite. Non voglio specificare quali perdite, chi abbiano toccato e come. Esiste sicuramente al mondo qualcuno che ancora non ha avuto occasione di prendere in mano Gli anni della leggerezza – primo volume della serie – e a questi folli non voglio rovinare la lettura.
Ma i Cazalet li abbiamo seguiti a lungo, per tutte le fasi della loro vita. Tutto cambia si conclude indicativamente alla fine degli anni '50, e dei personaggi abbiamo visto così tanto. Li abbiamo visti mutare, li abbiamo visti preda di dolorose ossessioni e tremende perdite. Li abbiamo visti crescere, evolvere, cambiare. C'è chi si è perso, chi è arrivato a metà, chi non c'è mai stato.
Una cosa che ho sempre amato della serie e che è stata pienamente rispettata anche in quest'ultimo volume è l'aggancio che ha con la realtà e i suoi modi di muoversi. Sputando, giustamente, su quelle regole della narrativa che impongono la presenza sulla carta soltanto a ciò che risulta utile ai fini della trama, la Howard racconta di situazioni che nascono e muoiono, di grandi scelte che sfumano, di screzi che si protraggono per anni per poi venire risanati col caso o col tempo.
La Howard, soprattutto, riempie le pagine di un triste “Le cose non vanno quasi mai come dovrebbero andare.”
E a ragione. Ci sono personaggi cui la vita ha messo in mano soltanto obblighi e rinunce, altri che saltellano sulla via della felicità come se il loro corpo non avesse peso. E se dal punto di vista del karma questo pare ingiusto, sappiamo che il mondo funziona così. Per caso e per inerzia.
Ed è anche l'inerzia a trovare posto tra le pagine della Howard. È questo che amo così tanto di lei, accanto ai personaggi vivi e veri e pieni di difetti e magagne, che devono impegnarsi attivamente essere belle persone, come tutti noi comuni mortali in carne e ossa. L'inerzia che porta avanti tutto finché una decisione non viene presa con immane fatica. L'inerzia, che è una forza molto più potente di quanto non possa sembrare, e per spezzarla ci vuole uno strattone violento.
Che altro c'è da amare? Beh, un altro richiamo al realismo con cui la Howard dipinge la vita dei suoi personaggi.
Le colpe. Le colpe che paiono ferite imperdonabili capaci di cambiare tutto, che magari in altri autori provocherebbero terremoti narrativi, sarebbero un punto di stacco violentissimo tra un “prima” e un “dopo”, mentre nei Cazalet è una questione di cicatrici e risanamenti. Il più delle volte, almeno. Diciamo che ogni questione è gestita non secondo giustizia, ma tenendo conto degli interessi emotivi e pratici che sottostanno alla situazione. Non è cosa da poco, diamine.
Dovessi fare una rimostranza, ecco, ne ho un paio, e me le sono accuratamente appuntate. Mi è dispiaciuto che in questo volume mancasse il punto di vista degli adolescenti. C'è Roland, certo, il figlio di Villy ed Edward, ma è poco presente e manca la sua personale visione del mondo che cambia. È stato interessante poter assistere al cambiamento dell'approccio con cui i ragazzi interagivano col mondo al di fuori della famiglia, nel corso dei volumi precedenti. È un aspetto di cui ho sentito un po' la mancanza in Tutto cambia, ecco.
Uno screzio con cui devo fare i conti come persona, invece, è la presenza di una mostruosità che non viene mai sanata, di una resa dei conti che non c'è mai. L'unico atto che trovo davvero imperdonabile che non viene mai affrontato, rimane nascosto e orribile e privo di conseguenze.
Ma il mio è un fastidio umano e non narrativo.
E il modo in cui Elizabeth Jane Howard ha affrontato la questione è molto più realistico e statisticamente plausibile di quanto non possa essere la risoluzione strappalacrime che avrei voluto leggere.
Devo chiudere con questo post che sa un po' di raffazzonato – ma che posso farci, se non mi è dato di parlare di quello che accade ai personaggi? - così come ho chiuso, da lettrice, la serie stessa.
Ho adorato visceralmente questa serie. I personaggi pienamente umani, le vicende che si susseguono con naturalezza, i legami che si stringono e si sciolgono. Il fatto che pure le disgrazie più dolorose non vadano a esaurire le vite dei personaggi, perché l'essere umano è più resistente di quanto le sue lacrime non facciano pensare. L'istinto di sopravvivenza, l'istinto alla felicità.
Ha senso consigliarla? Non lo so. A me pare implicito.
E mi mancherà moltissimo.

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