domenica 28 maggio 2017

La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny

Negli ultimi tempi leggo poco, per mera questione di tempo. Stamattina però mi è capitato di trovarmi con un regalo d'ore derivante da quella sveglia anticipata che viene dall'avere impegni in tarda mattinata. E poiché ultimamente ho così poco tempo, quando me ne capita tra le mani l'unica cosa che riesco a fare è sprecarlo. Oddio, non proprio sprecarlo, ma impiegarlo in quello che farei se avessi ne un sacco. Nell'inessenziale, ecco. Posto che leggere si possa definire tale.
E dunque stamattina – neanche un quarto d'ora fa, a dire il vero – ho terminato la lettura di La biblioteca di Gould di Bernard Quiriny, pubblicato da L'Orma Editore nel 2013 nella traduzione di Lorenza Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco.
È un autore consigliatomi da Collega Ganza, l'ho trovata a pasteggiare nel retro della biblioteca beatamente concentrata su Storie Assassine; e me l'ha presentato così bene che mezzora dopo avevo recuperato La biblioteca di Gould dallo scaffale, iniziandolo più o meno nell'immediato, ancora seduta al banco prestiti. Peccato per quell'utente – mi ricordo anche il cognome, è simpatica e passa spesso – che voleva prenderlo in prestito. Lo restituirò quanto prima, signora G.
Ora, vediamo di dire almeno due parole sul libro, che tra circa mezzora devo farmi trovare pronta sotto casa – e devo ancora finire di prepararmi.
Il narratore è un amico di Pierre Gould, una voce senza nome e con poca personalità, di cui spiccano però l'ammirazione per Gould, per la sua collezione di libri ed esperienze curiose, per le sue inarrivabili conoscenze, per i suoi modi. Per tutto. La narrazione è in prima persona, e si susseguono capitoli di tre diversi tipi: Una collezione molto particolare, dedicata alla biblioteca di Gould, in cui vengono esposte le categorie più bislacche con cui l'uomo ha raccolto i suoi volumi; Dieci città, in cui Gould narra di città immaginarie caratterizzate da qualità sempre più assurde; e infine La nostra epoca, in cui vengono raccontati cambiamenti estremamente bislacchi – e ovviamente impossibili – avvenuti nella popolazione.
È assurdo, improbabile, perfino surrealista. C'è tanto Calvino, c'è un sacco di Borges e – su questo devo crederci sulla fiducia, che ancora non l'ho letto – un po' di Bolano. La scrittura però è fluida, piacevole, calma. Non ti spiazza, ma ti accompagna, è una voce amichevole e complice.
E le trovate, le meravigliose trovate. Le assurdità che vengono proposte e affrontate con ragionevolezza, con la consapevolezza del nostro vivere civile. Non voglio fare esempi, non voglio anticipare nulla, rovinerei la lettura.
È da leggere. È una meraviglia.

(è da regalare alla mia coinquilina, lo adorerebbe, come non manco di farle notare. Sssh, prima o poi glielo prendo.)

martedì 23 maggio 2017

Il mio Salone-non-Salone

E dunque, è finito il Salone del Libro. Ci sono stata tutti i giorni, come gli altri anni, ma non è che abbia molto da raccontare, principalmente perché quest'anno ero lì con la biblioteca, a salvaguardare lo stand Nati per Leggere e non è che mi fosse dato tantissimo di girellare per i fatti miei tra editori e presentazioni. Oddio, qualche giro coi colleghi l'ho anche fatto, ma quando si tratta di libri sono una cacciatrice solitaria, e quando sono in compagnia tanto vale essere alla Fiera del Borlotto.
Quel poco che posso dire del Salone, è che è stato un bel Salone. Che gli amici editori con cui ne ho parlato si sono dichiarati più che soddisfatti, sia come presenza di pubblico che per le vendite. Pare che ci sia voluta la minaccia di una fiera concorrente per risvegliare un po' di affetto per il Salone di Torino; bene, no? Io trovo di sì. Spiace per tutti quelli che hanno perso soldi e tempo a Milano, che quello non si augura a nessuno. Ma.
Di incontri ne ho seguiti pochi, tralasciando quelli nelle vesti di pseudo-bibliotecaria. Giusto quello sul fantasy organizzato dalla Gainsworth il sabato mattina, tenuto tra gli altri da Aislinn, Luca Tarenzi e Ester Trasforini. È un appuntamento annuale cui tento sempre di non mancare, perché vengono fuori sempre spunti interessanti – e poi Luca sarà sempre in cosplay, anche questa è una felice certezza.


E poi? E poi ho continuato coi miei obblighi bibliotecari. Questo Salone per me è stato molto poco Salone, ma non è che me ne possa lamentare, il blocco è tutto da parte mia. Mi viene un po' da citare il finale di Fight Club, quel “You met me at a very strange time in my life”. Non è che sia un brutto periodo, anzi, di rado sono stata così felice. Ma è come se tutte le mie energie fossero risucchiate dal cambiamento – mio – e non riuscissi a concentrarmi davvero su nient'altro. Non sono riuscita nemmeno a prendere accordi per incontrare amici e conoscenti al Salone, figuriamoci per le chiacchiere con gli editori – a parte un paio che via, non passarci è un torto a me stessa.
In compenso sono stata l'acquirente della domanda antipatica, “Ma ci sono sconti se si acquistano più libri?”

Ma basta parlare delle mie magagne. Ho fatto acquisti, ne sono estremamente soddisfatta. Avrei voluto farne di più, ovviamente, ma le finanze sono quelle che sono e allo stand Black Coffee avevano finito Lions, quindi niente. Ho incrociato un paio di editori che non conoscevo e che mi pare promettano assai bene, come Carta Canta, Atmosphere e appunto Black Coffee. Mi ha fatto piacere oltre ogni dire constatare quanto CasaSirio, così giovane, stia camminando salda e spumeggiante sulle proprie gambe; mi pento di non aver fatto più acquisti da LiberAriaIl rifugio delle puttane lo stavo tenendo d'occhio più o meno da quando è uscito, accidenti.

Non ho altro da aggiungere, se non per allungare inutilmente il brodo.
È stato un Salone-non-Salone per me, ma un ottimo Salone per tutti gli altri. I libri c'erano, anche se inizialmente ero troppo scorata per gli editori assenti per accorgermene.
Mi ci vorranno millenni per leggere tutto ciò che ho preso – ho ancora libri intonsi dai Saloni di due-tre anni fa, per dire.

Siate felici, oggi. Diamine.

sabato 6 maggio 2017

Allontanarsi di Elizabeth Jane Howard

Ogni volta che leggo un nuovo volume della saga dei Cazalet - di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi - mi chiedo cosa potrò mai scriverne di nuovo. Siamo al quarto, Allontanarsi, di cui ho finito la lettura stamattina, approfittando del mio orologio biologico che ha deciso di svegliarmi un paio d'ore prima della sveglia. Non che mi mancassero molte pagine; la saga dei Cazalet figura tra quelle letture che si fanno leggere pure nei periodi di non lettura. Non che questo sia un periodo di non-lettura, anzi, potendo leggerei un sacco. Ma è il “potendo” che mi sfugge, è una questione di tempo. C'è però il fatto che per i Cazalet, bene o male, il tempo si trova. Sempre. Lo crei dal nulla. Te lo porti a tavola, te lo scofani in autobus, ti svegli due ore prima nonostante il sonno. I Cazalet.
Intanto segnalo le chiacchierate fatte sui volumi precedenti di cotanta meraviglia. Qui, qui e qui. E mi rendo conto di quanto appaia poco professionale e per nulla oggettivo riferirmi a quest'opera come a “una meraviglia”. D'altronde non ho creato il blog per essere oggettiva, e poi oh, io i Cazalet li adoro. Apprezzo come personaggi pure quelli che vorrei vedere esplodere sotto una pressa – giusto un paio, in realtà.
Dunque, vediamo. Che posso dire ancora dei Cazalet, che io non abbia detto nei tre post precedenti?
Intanto il focus è sempre di più sulle tre ragazze; Polly, Louise, Clary. Certo, ci sono anche tutti gli altri membri della famiglia, da Rachel a Hugh, da Edward a Zoe. C'è Rupert, con tutto ciò che ne consegue, e c'è pure Archie, che non farà proprio parte della famiglia in senso stretto, eppure riesce a fungere da sostegno e collante insieme.
Non ho voglia di parlare di lui, però. Né di Zoe, nonostante io la adori, né del Generale o di Miss Milliment. Ho voglia di parlare delle tre ragazze che fanno da fulcro alla serie, che vivono i mutamenti del mondo di cui fanno parte, che hanno superato i vent'anni e vivono delle vite da adulte che, lo ammetto, mi hanno quasi reso difficile riconoscerle.
Il fatto è che io quelle tre le ho viste crescere. Mi ricordo Louise la drammatica, che viveva per la recitazione; e Polly che piangeva così facilmente per gli altri e si faceva forza per se stessa; e Clary che… beh, era Clary. Era selvatica. Era Jo March, la mia diletta.
Me le ricordo piene di dubbi e poi piene di sogni, che si trovavano a tremare per la guerra e poi a mostrarsene coraggiosamente infastidite – non Polly, certo.
E ora sono cresciute. La guerra è finita, c'è chi ha fatto ritorno e chi se ne va. Con tutto ciò che ne consegue. Sono adulte, che ci posso fare, mi viene da ripeterlo. Stanno ancora crescendo, che quello è un processo che credi finito solo quando non hai ancora vent'anni e pensi che a un certo punto si diventi esseri completi, ma sono adulte.
E io faccio fatica a riconoscerle, a riconoscermici, a identificarmici. Sono persone nuove, hanno cancellato parti di sé, e se ne sono raccontate altre sulla loro infanzia. Ed è un processo riportato con immensa grazia, senza sottolineature. Ma comunque spiazzante – almeno per me.
Una cosa che adoro nella scrittura di Elizabeth Jane Howard – e in questo libro in particolare – è come elementi di crisi che potrebbero fare da fulcro e motore a un romanzo intero, qui vengono vissuti e raccontati come verrebbero vissuti nella “vita vera”. Non c'è quel pathos estremo, quella tragedia consumata che si chiude con un lieto fine, a sancire la fine di una vicenda che pare coincidere con la fine della vita dei personaggi. No, accadono cose segnanti e terribili, si annega nel dolore, si cade innamorati o si subisce un lutto.
E poi ci si rialza, il dolore si attenua, si continua a vivere.
Di rado ho letto opere così delicate e piacevoli, eppure straordinariamente oneste e umane. È così che va. Cadi e ti rialzi, magari più sanguinante. Oppure più forte. E il dolore non è detto poi che te lo ricordi. O che te lo ricordi così intenso e terribile.
Ecco, il punto quando mi trovo a chiacchierare dei Cazalet è che non mi viene da spiegare la trama e gli avvenimenti. Sì, ok, belli i personaggi, più che convincente quello che succede loro. Bello trovarsi nella Londra del dopoguerra, piacevolissimo lo stile, bello lo spazio concesso anche ai personaggi secondari, e soprattutto ai personaggi spiacevoli.
Però non c'è solo quello. Non solo.
Ecco.