sabato 20 agosto 2016

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

Mi accingo a iniziare questa recensione con un misto di senso di colpa e di inadeguatezza, che ormai la sensazione delle dita sulla tastiera mi risulta quasi estranea. Era dagli albori del blog che non mi prendevo una vacanza così lunga da questa pagina, e credo sia la prima volta che mi prendo la cosiddetta “pausa estiva” che accomuna tanti blogger. Non che l'avessi deciso – altrimenti, probabilmente, avrei almeno avvertito – più che altro mi sono trovata immersa in routine non del tutto mie, e col tempo che mi rimaneva non sapevo che farne. O forse lo sapevo fin troppo, sono una frana a spiegare quanto a capire, mi viene da affastellare insieme tutte le motivazioni plausibili senza poi riuscire a riconoscere quella vera. Spero di non essere l'unica.
Dunque, vediamo, L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon, edito da Einaudi nella traduzione di Maurizia Balmelli. Dello stesso autore avevo adorato mesi fa Il libro delle mie vite, ivi recensito con evidente gradimento.
Di che parla codesto libro? Di un aspirante sceneggiatore che vive la propria vita come se l'assenza di una trama precisa lo confondesse. Uno di quei personaggi lì, deboli e inconcludenti, le fedeli banderuole del destino che spesso mi irritano e talvolta mi affascinano. La differenza, per me, la fa la profondità del personaggio, del suo eventuale tormento, che può renderlo un eroe tragico, un eroe di vetro. In assenza, di norma si tratta di un emerito piagnone. Ed è un po' questo il caso. Dicevo, il protagonista è Joshua Levin, trenta-qualcosa anni, ebreo, un lavoro come insegnante di inglese in una scuola per ebrei emigrati in America. Sta con una donna che definisce perfetta, che lo irretisce, lo affascina e... non lo so. Si chiama Kimiko, è una psicologa per l'infanzia e pare fungergli da donna angelo in versione porno. Non è che il personaggio di Kimiko sia privo di spessore; è Joshua che non riesce a vederla, e a noi arriva soltanto la sua versione – anche se in terza persona.
Il libro inizia in un momento che pare piuttosto normale nella vita di Joshua; ha Kimiko, ha un lavoro, ha la sua incrollabile ambizione di diventare uno sceneggiatore, ha un appartamento in affitto. Poco a poco le sue giornate si riempiono di problemi, problemi diversi e apparentemente facilmente risolvibili, che si fanno più grandi col passare del tempo. Problemi normali e meno normali, uno dei quali è un personaggio che per me vale quanto tutto il libro, ovvero il padrone di casa di Joshua, un ex-marine folle ossessionato da lui che se non ci fosse stato non so quanto avrei gradito la lettura.
Fino a metà la lettura si mantiene placida, ritmata. Un romanzo il cui centro è un tipo tutto sommato normale, con una vita normale, le sue imperfezioni – tante – e poco più. È più o meno da metà in poi che il romanzo si fa dannatamente appassionante, quando le magagne di cui Joshua ha continuato a rimandare la risoluzione gli piombano addosso come un uragano di sterco. E da lì in poi è una corsa, un mezzo pulp con attimi di Tarantino, con scene che ho veramente adorato.
Ci sono alcuni aspetti che ho gradito molto di questo libro che finora ho taciuto: il primo è la sceneggiatura di Joshua che dà il nome al libro, palesemente dedicata all'insorgenza di un virus zombi, di cui alcune scene alterneranno i capitoli dedicati alle vicissitudini del protagonista. Geniale la trovata dell'ultimo capitolo, di cui ovviamente non dico nulla. Un altro aspetto sono gli abbozzi di sceneggiatura, le idee abbandonate di Joshua, che ogni tanto vengono riportate sulla pagina. Onestamente? Certe mi piacerebbe leggerle in forma di romanzo o vederle in forma di film. Insomma, certe sono fantastiche e vorrei vederle sviluppate in qualche modo. Spero che Hemon ne tenga da parte qualcuna, che diamine. L'ultimo aspetto cui sento di dovere almeno una menzione sono i dialoghi. Va bene che stiamo parlando di Hemon, non di uno sbarbatello dell'editoria, però si tratta di quel tipo di dialoghi che davvero convincono e funzionano. Cosa che non è poi così scontata, purtroppo.

Che altro? Potrei tirare un lungo pippone sulla possibile volontà dell'autore di parlarci dell'assenza di controllo che abbiamo sulla nostra vita, sul fatto che forse siamo tutti dei potenziali Joshua Levin, che le nostre esistenze non hanno una vera e propria struttura, siamo noi a inventarcene una perché il nulla ci fa paura. Ma magari evito, che fare le pulci alle intenzioni degli autori non è proprio roba per me.

2 commenti:

  1. Bella recensione! Ora ho voglia di leggere questo libro al più tardi ieri. C'è qualcosa, non so bene cosa, che mi ha ricordato Stoner di John Williams.

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