martedì 19 luglio 2016

I capelli di Harold Roux di Thomas Williams

È un po' questo il lato negativo dell'estate; il caldo ammorbidisce il cervello, mette in pausa i neuroni e anche se leggi qualcosa di interessante su cui si potrebbe dissertare per ore, finisci per rimanere appollaiata sulla sedia pensando a cosa scrivere subito dopo il titolo. E allora ti risolvi ad attendere che i neuroni tornino a funzionare, ma il caldo torna più forte ed è un circolo del disarmo cerebrale che ti obbliga ad abbandonare il blog per giorni.
I capelli di Harold Roux di Thomas Williams, edito da Fazi nella traduzione di Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva. Un libro che mi aveva attirato un sacco fin dalla sua uscita e che sono riuscita a farmi regalare da un compiacente genitore – che così poi glielo passo – a Natale. Non so perché ci sia voluto così tanto perché mi decidessi a leggerlo, mi chiamava ogni volta che mi avvicinavo alla libreria. Eppure.
Inizio col dire che questo libro riesce ad essere meta-narrativo senza sembrarlo affatto. Parla di uno scrittore e del suo processo di scrittura, racconta di pari passo le vicende di Aaron Benham, professore universitario e scrittore che si aggira intorno alla mezza età, con una moglie e due bambini, intervallandole col libro che sta scrivendo o che dovrebbe scrivere, le peripezie universitarie e amorose di Allard, un ventenne orrendamente sicuro di sé il cui migliore amico, Harold Roux, porta il parrucchino già a ventiquattro anni. Che non è proprio una grande presentazione, ma adesso mi prendo due righe per spiegare la precedente affermazione, quella secondo cui il romanzo è meta senza sembrare meta.
Leggendo pare che a Williams non importi particolarmente delle riflessioni sulla scrittura. Non so se sarò pienamente in grado di spiegare le motivazioni di questa impressione. Forse è il fatto che l'attenzione è puntata più su Aaron e Allard come esseri umani, come persone. Non si struggono granché davanti alla scrivania implorando per avere l'ispirazione, non si crucciano sulla verità della parola scritta, su ciò che significa davvero scrivere. Il foglio bianco e la fragilità dell'intreccio, che nella meta-letteratura assumono posizioni predominanti, qui paiono messi in secondo piano rispetto all. Eppure di storie e di scrittura si parla, e molto. Si parla anche del rapporto di Aaron col pubblico, del blocco dello scrittore che ha colpito un suo amico e collega, totalmente incapace di andare avanti con una tesi con la quale è in terribile ritardo, nonostante rischi il licenziamento. Anche nel libro di Allard si parla di scrittura, anche se in maniera soffusa, poco esplicita, attraverso il romanzo dello stesso Harold Roux, una pappetta insignificante che Allard non sa bene come stroncargli senza stroncare l'amico stesso.
Ma magari cerco di mettere un po' d'ordine, anche se probabilmente ho già detto tutto quello che c'è da dire. Il protagonista, Aaron, vive nelle vicinanze del campus universitario insieme alla moglie e ai due figli, che per tutta la durata del romanzo rimangono fuori scena, dai genitori di lei. Compaiono solo retrospettivamente, o nelle riflessioni del protagonista, che si strugge per la loro assenza. Aaron è nel pieno del suo anno sabbatico, durante il quale vorrebbe scrivere la storia di Allard, promettente universitario poco più che ventenne, uno sbarbatello certo di essere un uomo, acuto e affilato, con l'indifferenza e l'egoismo di chi non vuole pensare alle conseguenze dirette e indirette delle proprie azioni. Aaron pensa al suo romanzo, fa visita all'amico George e alla moglie Helga, che rischiano di perdere la casa se George non riuscirà a finire la tesi. E nel frattempo Allard vive nel dormitorio, discute di etica con Harold Roux – un moralista puritano tutto etica – e seduce Mary, di cui Harold è follemente innamorato – anche se si tratta di uno di quei casi in cui più che innamoramento si parla di idealizzazione, ma se Harold è convinto che sia amore, contento lui.
Il romanzo di Aaron, ovvero le vicende di Allard, dovrebbero essere crude, dure. Il libro si preannuncia come “una semplice storia di seduzione, stupro, follia e omicidio”. Eppure c'è questa pacatezza di fondo che mi ha impedito di esserne disturbata anche in minima parte. Sarà un po' il punto di vista parziale e annacquato, quello di Allard, ma la gravità di ogni azione pare diluita, se a compiere l'atto è qualcuno nella cerchia di Allard. I cattivi ne stanno al di fuori.
Questo libro è stato pubblicato in America nel 1974 ed è stato insignito del National Book Award l'anno seguente. Siamo ancora nel pieno della riscoperta dei libri-che-potrebbero-diventare-classici messa in atto da Fazi. Spero davvero tanto che questo scavo nella letteratura perduta vada avanti.

Intanto questo libro lo consiglio. Molto. Tanto. 

1 commento:

  1. Ma lo sai che invece a me due persone hanno detto che è noioso? :( C'ho una paura a iniziarlo...

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