sabato 13 febbraio 2016

Il processo di Franz Kafka

Beh, Kafka. Franz Kafka. Il processo. Nella traduzione, edita da Einaudi, di Primo Levi. Pubblicato per la prima volta nel lontano 1925, soltanto grazie a Max Brod, l'amico fedifrago del buon Franz, il quale l'aveva pregato di distruggere tutte le sue opere dopo la sua morte. Grazie Max. A buon rendere.
È difficile parlare di un titolo del genere; sarebbe un po' come recensire la Divina Commedia o Il fu Mattia Pascal. Cosa si può dire di nuovo, che non si possa leggere ovunque? Peraltro tenendo conto dell'immane possibilità di dire una cavolata, e di essere sbugiardati per la propria faciloneria letteraria.
Questa non è una recensione. Non che io sia solita scrivere vere e proprie recensioni, è soltanto un termine usato nel suo senso più ampio e smarmellato. Capiamoci. Ma questa è ancora meno recensione delle altre “recensioni”.
Intanto Il processo è una lettura inaspettatamente leggera. Semplice, fruibile, che scorre da pagina a pagina senza intoppi. È paradossale, e a tratti angoscioso. Eppure l'angoscia a un certo punto mi ha abbandonata, nonostante il salire della pressione su Joseph K. e la pervicacia con cui quest'ultimo riesce ad impantanarsi capitolo dopo capitolo. È un libro che ti picchietta sulla spalla per porti una serie di domande che sono l'unica distrazione durante la lettura.
Chi è Joseph K.? Con chi è che il lettore dovrebbe identificarsi? Kafka ci vuole compartecipi, indifferenti o giudici? Cos'è il tribunale? Da che parte sta Kafka?
E così via.
Joseph K. è un personaggio antipatico, ma questo si scopre proseguendo con la lettura, poco a poco. Inizialmente siamo dalla sua parte, del tutto. Poi lo vediamo fare pressioni sulla signorina Burstner, compiacersi di se stesso e della propria dialettica nel tribunale, rifiutare gli aiuti che gli vengono offerti, trattare con sgarbo e presunzione i più deboli. Joseph K. è un tronfio dirigente di una banca importante, ha trent'anni e si sente il mondo in tasca. La realtà di un processo di cui non gli viene svelata l'accusa gli piomba addosso una mattina, all'improvviso, senza che lui riesca a trovare alcunché da rimproverarsi. Ed è un tribunale strano quello che lo ha preso di mira. Un tribunale i cui uffici sono sparsi per tutta la città, nascosti tra i muri degli appartamenti, che fustiga i propri emissari se compiono un passo falso, che ostacola gli avvocati, le cui giurie si comportano stranamente. E la stranezza sta nel tribunale e nel modo in cui Joseph K. accetta e non accetta la situazione, si barcamena come può, deciso a mantenere il controllo di una realtà che non conosce.
Joseph K. è un personaggio antipatico che sta subendo un'ingiustizia; il destino – o lui stesso? - l'ha lanciato in mezzo a un mondo paradossale in cui le regole continuano a spostarsi, in cui la resa parrebbe l'unica risposta. E non è chiaro se Kafka prenda di mira questa o l'orgoglio del suo protagonista, così come non (mi) è del tutto chiaro se da lettrice dovrei prendere la parti di Joseph K. o diventare parte della giuria io stessa. Assistendo al comportamento di Joseph, non lo sto giudicando? Non sono anch'io uno di quegli uffici sparsi per tutta la narrazione, che seguono gli imputati e tengono conto delle loro azioni?
Eppure è un libro che ho sentito meno paradossale di quanto avrei pensato. C'è un tribunale assurdo in un mondo vero. E questo rende il mondo doppiamente strano.
È strano consigliare Kafka. Mi è piaciuto moltissimo, e pur essendo così pregno non lo si può definire una lettura pesante, anzi, è sorprendentemente scorrevole. È da leggere, punto. Ma che io mi metta a specificare che “consiglio” Il processo, come se ce ne fosse bisogno, ecco, è troppo paradossale anche per questo post.

10 commenti:

  1. Di recente ho riletto e rivalutato La metamorfosi, eppure la raccolta dei racconti di Kafka è ancora là che mi guarda minacciosa: "Ma come, osi privarti della possibilità di approfondire la conoscenza di questo autore?". Quindi, un po'alla volta, recupererò. Anche perché questo gioco delle prospettive plurime e della difficoltà di esprimere un giudizio univoco è sicuramente uno degli aspetti della narrativa della prima metà del Novecento che più mi affascinano (vedi il già citato Pirandello).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh, ma ci sono degli autori che viene spontaneo leggere poco a poco. Ieri ho riportato Il processo in biblioteca con l'intenzione di prendere Il castello, poi ho cambiato idea. Kafka va centellinato, secondo me.

      Elimina
  2. Mi associo al consiglio di lettura.
    L'ambiguità del testo è una caratteristica tipica di Kafka, che si evidenzia anche nei racconti brevi.
    Ne ho copiato uno (amanuense 2.0 :-)) sul mio blog:

    http://puronanovergine.blogspot.it/2014/07/eccitazione-4.html

    RispondiElimina
  3. Romanzo allucinante. Ricordo di averlo letto all'ultimo anno di liceo e di esserne rimasto spiazzato (ed avevo già letto i racconti di Kafka, poi). Va sicuramente letto. Anche solo per il monologo assurdo dell'avvocato (quanto durava? 20 pagine?) o per il capitolo del fustigatore! :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il capitolo del fustigatore è forse il più "che cristo sta succedendo?" di tutto il libro, però forse ho preferito quello del pittore. Il monologo dell'avvocato a un certo punto mi ha un po' stancata, però ho gradito un sacco la chiacchierata col sacerdote.

      Elimina
  4. Notevole anche la versione cinematografica di Welles (con Anthony Perkins protagonista):

    https://www.youtube.com/watch?v=CCe98XTl-qw

    RispondiElimina
  5. Anch'io ero rimasto stupito dalla sua scorrevolezza. Salvo poi finire in una discussione inconcludente con un tizio sul fatto che il signor K. fosse effettivamente colpevole oppure no.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La mancata specificazione di norma mi avrebbe infastidita un sacco; in questo caso, non so perché, non mi disturba poi molto. Come dire, sento che il punto non è quello.
      Cosa è stato concluso nel corso della discussione inconcludente?

      Elimina
    2. Ah, proprio quello che dici tu! Lui/lei dava per scontato che K. fosse innocente, mentre io gli facevo notare che non era per nulla ovvio e che si reggevano entrambe le interpretazioni (o qualcosa di simile, avevo letto un bell'articolo a suo tempo). E comunque sì, non è quello il punto, concordo!

      Elimina