sabato 3 ottobre 2015

Scribacchiolando #10 - Ingabbiarsi in un genere

Ieri, tra un paragrafo e l'altro della tesi, sono tornata a scribacchiolare un po'. Non che ne sia scaturito qualcosa di particolarmente buono, anzi, delle sei-sette pagine che mi sono uscite ne salvo giusto mezza, però è confortante sapere che quando vuoi sai ritrovare il ritmo perduto. Faccio questa precisazione perché il tema dell'odierno post mi girellava in testa da un po', solo che, non avendo più messo mano alla tastiera se non per chiacchierare di trame altrui, non mi sentivo granché legittimata a scrivere di scrittura. Non che l'assenza di cotanta rubrica porti i più alla disperazione, ma comunqe.
Dunque, la malattia del rinchiudersi in un genere, non perché lo si preferisca, beninteso, ma perché ci si ritrova intrappolati. Capita, credo. Almeno, a me è capitato, e magari il malessere di uno è indicativo di una moltitudine di malesseri.
Un tempo scrivevo di tutto, veramente di tutto. Dall'horror al fantastico, dalle storie di guerra a pipponi mezzo sentimentali senza capo né coda, e innumerevoli tripudi di storie sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, roba che Holden confrontato ai miei protagonisti era un allegro compagnone. Poi non so bene cosa sia successo, ma mi sono ritrovata che non c'era trama che mi passasse per la mente cui io non appiccicassi elementi magici. Da qualsiasi punto partissi, che volessi raccontare di un avvenimento drammatico o elaborare una storiella divertente, finivo sempre col rendere tutto fantastico. Tutto. Così, a caso. Per gradire. Infradiciavo le mie trame di magia in quanto, e mi ero proprio stampata in testa questa massima, “Tutto è meglio con un po' di magia”. Il che non è sempre vero né sempre sbagliato. Sicuramente sarebbe tutto un altro Holden, quello che ha la possibilità di sparare schiantesimi sulle anatre.
Penso di essermi ingabbiata nel periodo in cui sono rimasta invischiata in una storia che ancora progetto di scrivere, ma che per il momento ho accantonato, perché non sono ancora pronta a scriverla. È una storia che ho a cuore, che è piena di me e che a rivederla pure da lontano mi piace un sacco, e che per anni ho riscritto e cancellato, iniziato daccapo e cancellato di nuovo. Continua a cambiarmi sotto le dita e praticamente non mi sono dedicata ad altro fino all'anno scorso. Decidere di metterla da parte è stato duro ma necessario. Il problema è che dopo anni di assoluta devozione il mio cervello era rimasto impregnato del genere di quella storia, e non riusciva più a produrre niente che non fosse quantomeno urban-fantasy. Almeno credo che l'ingabbiamento sia iniziato così. Magari qualcosa di diverso riusciva a giungermi da una fortuita convergenza di sinapsi, solo che nel giro di pochi arrovellamenti tornava a imporsi la massima sulla magia come suprema panacea di ogni trama, e finiva per spazzare via tutto il resto.
Solo da qualche mese, finalmente, sono riuscita a fuoriuscire dalla gabbia del fantastico. Che rimane il mio genere preferito, perché che diamine, la magia non migliorerà proprio tutto, però ci si avvicina. Per dire, io un Holden che schianta le anatre l'avrei adorato. Ma sono contenta di essermi riscoperta in grado di pensare ad altro e, nonostante ogni tanto mi torni la tentazione di infilare vampiri e strigi nella storia che sto – lentameeeeeente – scrivendo, riesco a resistere senza problemi.
Ovviamente non sto dicendo che tutti coloro che restano fedeli a un unico genere siano ingabbiati, giammai. Ma a me personalmente è sempre piaciuto variare nella creazione di trame, e mi dispiacerebbe scoprirmi incapace di sviluppare una storia se non in presenza di magia, quando le uniche storie che sia riuscita a portare a termine – millenni fa, e oggettivamente pessime – non sono affatto fantastiche.
A qualcun altro è mai capitato di ritrovarsi incapace per diverso tempo di uscire da un determinato genere? E non è che magari mi sto illudendo di poter vagheggiare tra vari generi, mentre invece sono già inconsapevolmente votata al fantastico e non riuscirò mai a scrivere d'altro?
Paranoie scribacchiolanti.

12 commenti:

  1. La tua è una riflessione interessante.
    Quello che io noto, scrivendo prevalentemente gialli, con qualche incursione nel fantastico è che più ci si addentra in un genere e più si fatica a uscirne. Prima bisogna obbligare la mente a pensare in un certo modo ed è faticoso, poi, però, diventa automatico e diventa difficile pensare in un altro. Mi sembra qualcosa di analogo allo sport, più ci si allena in una disciplina e più i muscoli si formano per quella e diventa difficile passare a qualcosa di molto diverso. Io che per anni ho fatto corsa di resistenza ho perso quasi del tutto l'elasticità e la flessibilità dei ginnasti, a vare certe cose anche banali mi romperei.
    Entrambi i racconti fantastici di prossima uscita, gli ultimi che ho scritto, hanno elementi giallo/noir e a ben vedere pochissima magia.
    È un bene? È un male? Non lo so, ma entro certi limiti, come per lo sport, forse è inevitabile.

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    1. >>più ci si addentra in un genere e più si fatica a uscirne.

      Mi dà un bel po' di sollievo sapere di non essere l'unica xD
      Mi chiedo poi se non si tratti di una naturale inclinazione che stiamo combattendo a forza di ostinazione.
      Mah. Perplessità scrittevoli >_>

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  2. Ciao!
    Da non scrittrice (se non nei miei sogni) capisco comunque molto bene il tuo ragionamento e penso sia un discorso che molti affrontano prima o poi. Ad alcuni autori penso stia bene restare nei comodi confini di un genere predefinito e sentirsene parte, ma il mondo è così grande, perchè autolimitarsi?
    Forse invece a volte uscire da un genere e sudare per un po' in un genere diverso aiuta poi a rientrare nel genere di partenza, portandosi dietro qualcosa di nuovo, di diverso, che rinfresca un po' il settore. Da lettrice amo moltissimo i libri che non si fanno etichettare, che nella mia libreria di Goodreads non so assolutamente in che scaffale mettere, e sento invece quando un libro sa di 'stantio', di già visto, perchè intrappolato in schemi preconfezionati da genere.
    Ma penso anche una cosa, che la scrittura, visto che per te non è un mestiere, dovrebbe essere un piacere, quindi scrivi quello che ti piace, anche se stai sempre in un genere solo, prima o poi forse avrai voglia di cambiare... :)
    Sono curiosa, che storia è quella che ti frulla per la testa?

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    1. >>Forse invece a volte uscire da un genere e sudare per un po' in un genere diverso aiuta poi a rientrare nel genere di partenza, portandosi dietro qualcosa di nuovo, di diverso, che rinfresca un po' il settore.

      Saggezza potente.
      Anche io ho una preferenza per i libri che sanno mescolare insieme più generi, peccato non sia poi tanto brava a scovarli.
      Ah beh, ma la scrittura è piacere, non è che mi stia costringendo a scrivere di storie che non mi piacciono, o di trame "ripulite" dal fantastico. Ora sono ben lieta di essere tornata a scribacchiolare con gioia anche di altro, ecco, questo è un post "postumo" al problema dell'ingabbiamento.
      Non parlo mai delle storie che scribacchiolo per scaramanzia xD Chiedo venia.

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  3. Io, sia come lettrice che scribacchina, non amo le storie in cui la realtà è nuda e cruda. Ho bisogno di un tocco se non di magia, di soprannaturale, o di un punto di vista che vada oltre al reale (penso a molti racconti di Daphne du Maurier in cui domina un elemento inspiegabile).
    Credo ci siano scrittori versatili che risultano credibili in qualunque genere si cimentino (penso alla Rowling, ma lei, si sa, è la Regina U_U e non è solo credibile, è geniale). Altri invece sono per natura "ingabbiati" in un genere perché in loro è dominante, e tenderà sempre ad emergere (con risultati che talvolta possono essere davvero interessanti).

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    1. Oh, non sapevo scribacchiolassi!
      Madò, la Du Maurier. E' vero, in Rebecca si sente un sacco un soprannaturale che non c'è. Forse è quella la commistione di generi più efficace e ganza, lo stile di un genere frammisto alla storia di un altro.
      Ma guarda, con "ingabbiamento" non intendo l'adesione a un certo genere per tutta la propria produzione. Se non mi andasse di scrivere pure altro, mi andrebbe benissimo pure scribacchiolare sempre fantastico, ecco. Con "ingabbiamento" intendo l'impossibilità di scrivere altro pure volendolo.

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  4. In realtà ci penso adesso per la prima volta: non mi sono mai posta il problema del "genere" di ciò che scrivo. Però sì, adesso che ci penso su scrivo sempre un solo genere (che non saprei definire) e non me ne allontano mai però non lo vivo come un "problema", anzi, è una rassicurazione: quello è il "mio" genere, quello in cui riesco meglio, quello che mi viene naturale...no so, magari se provassi potrei anche scrivere, non so, un giallo? un sentimentale? Però mi sembrerebbe di costringere la mia "natura" di scrittrice (vabè, scrittrice, ci siamo capiti...ahahah) dentro una forma che non mi appartiene..

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  5. Mi piace la leggerezza con cui scrivi i tuoi post, seguo il tuo blog da un po' e anche io ho avuto il problema fantasy, il periodo in cui tutto era immerso nella magia. Adesso è passata, adesso vago tra thriller e psicologici. Aiutatemi!

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  6. Dunque, io non scrivo ma leggo e basta. Cioè, scrivo sul blog ma non è lo stesso.
    Sì, credo sia possibile rimanere ingabbiati in un genere e non riuscire a uscirne. Più o meno mi succede con i libri, leggo quasi sempre la stessa roba, perché è la mia "comfort zone". Ecco, la tua "comfort zone" è il fantastico e ti è difficile abbandonarlo, perché ci sei più affine. Non la trovo una cosa cattiva, c'è fantastico e fantastico (c'è Neil Gaiman ma c'è anche il realismo magico e poi c'è Murakami)...
    È bene, però – come dici giustamente tu –, che provi a cimentarti in altro, perché ingabbiarsi può non essere un bene (mi viene in mente la crescita personale e professionale come prime cose che possono risentirne). Prova, sperimenta. Poi, nessuno ti vieterà di tornare nella tua "comfort zone", ma non perché sei pigra o non riesci in altro. Solo perché in qualcosa bisogna eccellere, non in tutto. Chi fa le maratone, magari a calcio è una ciofeca, no? Lo stesso vale per te :)

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  7. Non ho mai avuto questo problema in particolare (per compensare ne ho molti altri!), però ultimamente anche io ho problemi con i generi letterari.
    Quando mi avvicino alla lettura di un genere in particolare (ora è quello storico, stravedo per i romanzi storici!), mi viene più facile scrivere romanzi di quel genere. Purtroppo le idee che mi frullano in testa saltabeccano da un genere all'altro, e mi sembrano tutte possibili storie, solo che quando mi ritrovo a metterlo su carta - o su pc - diventano difficili per me da gestire. Mi ritrovo quindi a metterle da parte e scrivere qualcosa di genere (toh, uno a caso eh) storico.
    Per riprendere un po' tutte le storie che ho in testa penso che potrei leggere romanzi un po' più vari, una volta un fantasy, una volta una storia romantica, un giorno avventura e dopo horror. Giusto per non perdere la connessione con quel genere!
    Per quanto riguarda l'essere ancorati in un genere particolare, non credo sia veramente un problema o un difetto. In fondo scrivere narrativa è un piacere, anche quando si tratta di un lavoro vero e proprio, e forzarci in qualcosa che non è di nostro gradimento non sarebbe bello. Penso che ne verrebbe fuori qualcosa di poco autentico, e scrivere non avrebbe più lo stesso fascino, o no?

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  8. La gabbia c'è solo quando non vedi altre possibilità, ma senti che è sbagliato perché in quel caso la scelta non spetta a te. Anch'io mi sono trovato ingabbiato nel fantasy, penso proprio per un vecchio progetto che non è mai emerso del tutto. Forse sono riuscito ad accantonarlo. :)

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  9. Probabilmente ti succede perché dopo tanto sperimentare hai finalmente trovato la tua cifra stilistica, e ti ci trovi talmente a tuo agio che non hai sufficienti stimoli per abbandonarla :-)

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