lunedì 1 dicembre 2014

Kajal e birra calda

Temo sia ormai assodato, che coi titoli non ci so proprio fare. Né il kajal né la birra calda hanno un vero e proprio ruolo in questo racconto, ma non sapevo proprio a quale altro elemento ancorarmi. Che dovevo fare, chiamarlo 'Streghe e vampiri'? 'Congreghe deludenti e vampiri spocchiosi'?
Ad ogni modo, posso solo augurarmi che la lettura non abbia effetti collaterali.

...

È normale che le persone cambino, nel corso del tempo. O che diventino persone completamente diverse, dopo che la loro vita ha subito uno stravolgimento. Ma per quanto potesse trovarlo obiettivamente ragionevole, Amelia non riusciva ad accettarlo. Non quando quello che era stato per anni il suo migliore amico saltava fuori con l'idea di cambiare nome in maniera così ridicola.
  • Senti – sospirò, sporgendosi in avanti sul traballante tavolo di plastica. Lui era già sulla difensiva, le braccia incrociate al petto, le labbra strette – Non puoi chiedermi di non trovarlo ridicolo. Non sei neanche mai uscito dall'Italia, che mi sta a significare 'Jean-Jacques'?
  • Una volta sono stato in Francia. - borbottò Ettore 'Jean-Jacques', abbassando il viso. I precisissimi boccoli biondi gli ricaddero sulla fronte, velandogli appena lo sguardo.
  • In gita scolastica. - puntualizzò lei, lasciandosi ricadere indietro sullo schienale del divano mezzo sfondato – E comunque non è un argomento valido. Hai un accento che sembri uscito da un film di De Sica, ti pare possibile andarti a presentare come Jean-Jacques? Ti prenderanno per il culo da qui all'infinito.
  • Non è che come Ettore mi stia andando meglio. - sbuffò lui, lanciando un'occhiata alla vetrina accanto a loro. Si ravviò i capelli, prima di tornare a posare lo sguardo su Amelia, che lo fissava disgustata – Cosa?
  • Non ti rendi neanche conto di quanto ti abbia cambiato, vero?
  • Che cosa? Jean-Jacques era solo un'idea...
  • Tutto. Tutto. È da quando sei diventato un vampiro che hai iniziato a trasformati in un... un tronfio snob che passa ore ad arricciolarsi i capelli allo specchio. Dio, se solo fosse vero che non potete specchiarvi.
  • Abbassa la voce. - sibilò lui, lanciandosi occhiate dietro le spalle. Ma erano rimasti gli ultimi avventori del locale, a parte l'anziano imbacuccato a cinque tavoli di distanza da loro.
  • Ammetti che sei cambiato, abbi il coraggio di quello che sei diventato.
Ettore aprì la bocca un paio di volte, senza dire nulla. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, che ora poggiavano sul tavolo dalla vernice scrostata. Erano mesi che non tornava in quel locale con Amelia, nonostante un tempo vi passassero intere nottate, persi a chiacchierare del mondo che si era svelato ai loro occhi, o di quello che sospettavano che fosse.
No, non era vero, si corresse Ettore. Parlavano anche di altre cose. Di musica, di film, di fumetti. Quant'era che non entrava in una fumetteria? Non riusciva a ricordarselo. Da quando Vittorio l'aveva trasformato era diventato tutto così diverso, veloce, fuggevole. C'era quella brama di sangue che lo distraeva per ore, dopo il risveglio, e la sua immagine allo specchio, così perfetta, che lo incantava. E c'erano tutti i membri del loro Circolo, tutti così forti, antichi, interessanti, perfetti nei loro abiti così belli e stravaganti. Non voleva essere da meno, non voleva essere Ettore con gli occhiali dalle lenti spesse e i vestiti spiegazzati di fronte a loro. Voleva essere il raffinato Jean-Jacques, con la camicia candida e le scarpe di vernice.
  • Sono cambiato. - ammise, senza osare alzare lo sguardo – Lo so benissimo anch'io che sono cambiato. Sto cercando di... non lo so.
Si passò le mani sul viso, e si tirò indietro i capelli. Un attimo dopo si diede dell'imbecille per averlo fatto, una piega così perfetta rovinata da un momento di distrazione, ma si impose di non osservare il proprio riflesso.
  • Sto cercando di abituarmi alla mia nuova vita. Non è facile, è tutto così diverso... ma vorrei essere accettato.
  • Posso essere del tutto sincera?
  • Come se potessi impedirtelo.
  • Cheppalle, Ettore.
  • Ma...
  • Quando mai hai avuto bisogno di essere accettato dal gruppo? Giravi con dei maglioni che parevano un rave di tarme, ti pestavano un giorno sì e l'altro pure, e adesso non riesci manco a tenerti il tuo vero nome per fare colpo su un branco di redivivi con la puzza sotto il naso? Dio, è così squallido.
Ettore strinse le labbra e distolse lo sguardo. Erano amici da tanto, troppo tempo perché potessero litigare per motivi tanto futili. Era stato stranamente facile dire addio a tutti i suoi vecchi amici – non che fossero molti – ed era ormai chiaro che per la sua famiglia era morto. Forse era per questo che ci teneva così tanto, al suo legame con Amelia. Aveva bisogno di qualcosa che lo tenesse ancorato al mondo dei viventi, degli umani. O delle 'bestiole', come li chiamava Eloisa, di tanto in tanto, per farlo irritare.
  • È un gruppo di cui dovrò far parte per molto, molto tempo. - sospirò il vampiro, tamburellando piano sul tavolo – Non penso che tu possa capire.
  • Ah, certo. Figuriamoci. L'eternità che si dispiega innanzi agli Iniziati del Sangue. Che posso capirne, io, nella mia umile carne mortale. - bofonchiò lei, portandosi il boccale di birra alle labbra. Fece una smorfia trovandola calda.
  • Beh, sì, è così. - ammise lui, alzando lo sguardo – Mi spiace dirtelo, ma è così.
Amelia sospirò con forza. Si passò una mano sulla fronte e posò piano la birra sul tavolo. Faceva schifo. Ora che Ettore aveva ammesso di essere cambiato, la sua irritazione si era dissolta, così come la sua voglia di punzecchiarlo sui non-morti e le loro bizzarrie. Sperava in una reazione diversa. Non riusciva più a fare imbestialire Ettore come quando erano entrambi umani, quando bastava un commento sarcastico per farlo saltare come un grillo con le zampe in fiamme. Forse Ettore non riusciva più a rispondere alle sue prese in giro con altre prese in giro perché la vedeva già morta, di lì a pochi decenni, quando lui sarebbe stato ancora giovane e indistruttibile. Forse per lui era già morta, in quanto mortale.
  • Non voglio litigare. - sospirò infine, allungando la mano sul tavolo. Ettore la raggiunse prontamente, stringendola. Amelia fece del suo meglio per non rabbrividire a quel contatto gelido.
  • Neanch'io. Sono secoli che non ci vediamo, non mi hai ancora detto niente della Congrega.
Amelia storse le labbra e tergiversò, arrivando a buttare giù un sorso di quella birra disgustosa.
  • Beh. Vorrei poter dire che il problema non sono loro, sono io. Ma sticazzi, sono proprio loro. Sono noiosissime. La Congrega dei Mille Fottutissimi Segreti.
  • Tipo?
Amelia si aggiustò meglio sul sedile, facendolo scricchiolare. Si guardò intorno, controllò che il barista fosse lontano e che stesse pensando ad altro, che l'anziano avventore stesse ancora dormendo dall'altro lato del locale, poi si sporse in avanti sul tavolo e iniziò a lamentarsi.
  • Tipo – sussurrò – Il fatto che non ci viene spiegato praticamente nulla. Devi studiare con precisione assoluta come un certo rituale vada eseguito, ma non ti dicono perché. Perché, ho chiesto l'altro giorno, la ciotola d'acqua dev'essere ruotata in questo modo? Perché deve essere di legno e non di rame? Ti credi che mi abbiano risposto? Col cavolo, mi hanno guardata come se avessi chiesto se potevo partecipare al rito con le mutande di Superman. E le altre adepte! Come se fossi la scema della classe. Fottutissime hippie.
In un altro momento, Ettore avrebbe fatto notare ad Amelia che non aveva mai avuto nulla contro gli hippie, ma decise di astenersi, limitandosi a darle delle piccole pacche sulle mani artigliate al tavolo.
  • E le streghe più anziane devi chiamarle 'Madre'! E le altre, 'sorelle'. Ma sono insopportabili e noiose e stupide... ce n'è una che arriva in anticipo di mezzora per fare esercizi di concentrazione e neanche ti saluta quando arrivi. E c'è quella che si è fissata che vuole la bacchetta di legno di vite perché è così che ce l'ha Harry Potter, e ancora non è riuscita a fabbricarsene una!
  • La bacchetta di Harry è di agrifoglio, non di vite.
  • Allora sarà di un altro personaggio, chi se ne frega, non è quello il punto. Il punto è che sono una dannatissima Congrega di streghe e non ce n'è una che non sia totalmente rimbambita o noiosa come la morte.
Sbuffò, accaldata, e bevve un altro sorso di birra. Si gettò all'indietro contro lo schienale, rischiando di sfasciarlo, e incrociò le braccia al petto.
  • Sto pensando di mollare. Di cercami un'altra Congrega. - buttò fuori alla fine.
  • Non dire cavolate, ti ci sono voluti secoli per entrare in questa. Non ne troveresti un'altra così facilmente. E non è detto che ti piacerebbe trovartici.
Lei replicò con un'alzata di spalle, e dedicò il proprio sguardo al mondo immobile oltre la vetrina del locale. Roma era buia e ferma, a quell'ora. Erano quasi le due di notte, e il giorno dopo si sarebbe dovuta alzare presto per andare a raccogliere delle erbe 'importantissime' insieme alle streghe 'sorelle'. Dopodiché sarebbe dovuta correre a lezione, e poi a studiare per il rituale che avrebbe avuto luogo pochi giorni dopo. Rilassò le spalle in un lento sospiro.
  • Non era così che me l'immaginavo.
  • E io non mi immaginavo di farmi prendere in giro da un gruppo di redivivi con più kajal che anima perché mi chiamo Ettore. E guarda un po' – allargò le braccia, agitandole in modo che dalle maniche della giacca di pelle spuntassero i polsini ricamati – Pizzo!
  • Cristo. - fece lei, impressionata – Non credevo fossi già arrivato a questo punto.
  • Forse ho esagerato. Mi ha preso in giro perfino Vittorio.
  • Beh, ha ragione. - annuì lei, accennando agli sbuffi di pizzo – Dalle magliette dei Nirvana al conte di Fersen.
  • Già. - fece lui – Facciamo così, io tento di recuperare un minimo di me stesso in mezzo a tutti questi pizzi, e tu fai del tuo meglio per iniziare a interagire positivamente con la tua Congrega. Ci stai?
  • Beh...
  • Se non ci stai, da domani dovrai chiamarmi Jean-Jacques.
  • Allora ci sto. Ma solo per il tuo bene.
Si salutarono pochi minuti dopo, sollevati per essersi saputi ritrovare nonostante le divergenze. Ettore si era offerto di riaccompagnarla a casa, ma Amelia non sarebbe mai riuscita ad accettare che l'amico esile che aveva difeso così tante volte fosse diventato una piccola macchina da guerra in potenza. E poi le andava di passeggiare da sola, per ripensare a quanto si erano detti, per studiare in che modo avrebbe potuto presentarsi il giorno dopo all'incontro con le sorelle. Aveva un disperato bisogno di argomenti di conversazione. Vedeva le sue sorelle scambiarsi quotidianamente le foto dei loro gatti e ricette di cucina crudista. Una andava matta per Jane Austen e aveva chiamato il suo famiglio Darcy. C'era l'adoratrice di Harry Potter, con la quale avrebbe potuto tentare un approccio, se non avesse temuto di non riuscire più a scrollarsela di dosso. Un'altra, la secchiona della meditazione, sembrava disprezzarle tutte allo stesso modo, e forse era con lei che avrebbe trovato più punti in comune. Avrebbe potuto studiare con più attenzione le caratteristiche delle piante che avrebbero raccolto il giorno dopo, e buttare qualche osservazione arguta.
Tornata a casa, si infilò sotto le coperte senza neanche accendere la luce. Programmò la sveglia alle sei, e gettò i vestiti e i buoni propositi in fondo al letto. Accarezzò l'idea di non presentarsi affatto all'incontro con la Congrega, di restarsene a letto a crogiolarsi nella propria pigrizia, ma sapeva che sarebbe strisciata fuori dalle coperte al primo trillo della sveglia. Se Ettore avesse cambiato davvero il suo nome in Jean-Jacques, sarebbe stata costretta a debellarlo dalla rubrica del telefono.

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