venerdì 10 gennaio 2014

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #31

Lo zio Oswald di Roald Dahl – traduzione di Silvia Piraccini Longanesi, 2013

Devo ammetterlo, questo libro è stato un po' uno shock. Da Dahl, autore che ha segnato la mia infanzia, non me lo aspettavo un libro così. Spero vivamente che a nessun genitore venga in mente di regalarlo al proprio pargolo in nessuna circostanza, perché... peni. Peni e coiti. Peni ovunque. Descritti con dovizia di particolari. Davvero.
Peni a parte, la trama è piuttosto semplice e lineare, per quanto fantasiosa. Il nipote del celebre Oswald H. Cornelius intende pubblicare i diari del defunto zio, e tolto quel breve capitolo introduttivo, tutto il resto viene da quegli stessi diari. Anche se a voler essere proprio pignoli la struttura non ha nulla del diario, l'escamotage di una narrazione cronologicamente precisa nel raccontare la costruzione della propria fortuna da parte di Oswald... ecco, non convince tantissimo, però trattasi di pignoleria, si può anche fare finta di nulla.
E quindi trattasi della gioventù del libertinissimo Oswald, di come ha saputo sfruttare il racconto di un viaggiatore per intraprendere una veloce ascesa verso la ricchezza, con metodi che hanno sempre implicato una buona dose di coiti. Nella seconda parte, assai più bizzarra e divertente della prima, in questi piani per fare soldi sono tirati dentro anche personaggi famosi dell'epoca, regnanti, artisti, compositori, studiosi... magari non vi dico in che modo saranno implicati, però vederli comparire dalla penna ridanciana di Dahl è stato davvero assurdo. In senso buono.
Ammetto che il finale non mi ha entusiasmata molto, ma per ovvi motivi evito di specificarne le ragioni. Consiglio comunque la lettura, perché fa ridere un sacco e come intrattenimento è perfetto. Certo, ribadisco che spuntano peni da tutte le parti. Può dare fastidio. Vedete voi.

Mandami tanta vita di Paolo di Paolo – Feltrinelli, 2013

Ricorderete che questo libro era nella cinquina dei finalisti allo Strega, la qual cosa mi faceva supporre che mai l'avrei letto. Non per snobismo, solo che di solito i libri che vengono presentati a questo tipo di premi li trovo un po', come dire... innocui. Non so bene come spiegarmi, il succo del discorso vorrebbe essere un acritico 'non fanno per me'. Poi però ho letto la recensione super-entusiastica di Malitia e mi sono detta che, dai, per una volta potevo fare un'eccezione.
E in realtà... non lo so. Mi è piaciuto, questo sì. Mi è durato poco, sfortunatamente, in tre-quattro ore scivola via e ti lascia lì. È un bel libro, davvero. Però temo che dopotutto Paolo di Paolo non faccia per me.
Ci sono due storie parallele, quella di Moraldo, figlio di un calzolaio e studente di Lettere a Torino, e quella di Piero (Gobetti), intellettuale e editore di sinistra durante il fascismo. Moraldo è ossessionato da Gobetti, lo segue, è deciso a scrivere per la sua rivista letteraria. Piero di Moraldo non sa nulla, ne ignora completamente l'esistenza. Indebolito, braccato e rovinato dal fascismo, si trasferisce a Parigi per fondare una nuova casa editrice e poter mantenere non soltanto la moglie e il figlio appena nato, ma anche le proprie idee. Non riesce ad arrendersi alle circostanze, è fatto di orgoglio e sangue.
La vita di Moraldo è fatta di studio, di Piero – come pensiero, come virtuale punto d'arrivo – e di Carlotta, una ragazza bellissima conosciuta quasi per caso, per un banale scambio di valigie.
Considerando la storia che racconta, è un libro piuttosto breve e forse è per questo che non riesce ad andarmi giù. Troppi tagli, troppe ellissi, quando io vorrei sapere tutto. Tutto quello che passa per la testa di tutti i personaggi, tutto quello che succede e che li riguarda. Vorrei seguirli in quello spazio vuoto tra un capitolo e l'altro, vorrei riuscire a penetrare nella storia come se ne facessi parte, e non come se ne fossi una spettatrice. È questa la sensazione che mi ha dato, quella di un narratore che fluttua appena sui suoi personaggi e ne appunta qualcosa per poi scivolare in avanti nel tempo e appuntarsi qualcos'altro. Non mi sono sentita coinvolta, e mi è sembrato che anche di Paolo, a modo suo, se ne fosse tenuto distante. È la stessa sensazione che mi aveva dato Dove eravate tutti, pubblicato nel 2011 sempre da Feltrinelli. Una bella storia, dei bei personaggi, eppure tutto così distante.
Quindi... non lo so. È stata una bella lettura, ma speravo in qualcosa di diverso. Non in qualcosa 'di più', perché ribadisco che il libro è bello, sono io che cerco dell'altro. Dipende da quello che si vuole da un libro, ecco.

5 commenti:

  1. Uhhh il primo mi ispira un sacco! Anche se forse, effettivamente, andrebbe specificato anche in copertina che non è un libro per bambini (ne ha scritti diversi di libri per adulti Dahl... che da noi non sono ancora arrivati però).

    Il secondo è lì, sul comodino, che mi guarda. Ho letto talmente tante recensioni entusiaste che mi mette quasi in soggezione. Sarà sicuramente tra le prossime letture, ma ne ho anche un po' paura, ecco.

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  2. Credo che Di Paolo dia per scontato un mondo che ci è di fatto estraneo. Il modo in cui racconta il periodo fascista è diverso da quello che ci viene di solito propinato: dentro il libro ad esempio non ci sono azioni plateali, si accenna solo a delle figure e al fatto che Gobetti è stato picchiato, è quasi uguale al nostro tempo, ma raccontato con un sapore più antico. Ci sono anche tanti riferimenti letterari che possono sfuggire a molti e che non rendono facile l'immedesimazione. Secondo me il punto sta tutto qui. Lo stesso Gobetti non è un personaggio in cui immedesimarsi, quindi la distanza dal lettore diviene più ampia, e la debolezza di Moraldo, più umana - Piero è quasi stoico, eroico - lo rende poco simpatico. In fondo è solo un inetto. Ma Di Paolo non cerca l'immedesimazione, l'affezione del lettore - nemmeno io la apprezzo, perché mi sembra un facile escamotage. Racconta il tormento di un uomo che è stato fondamentale per la nostra cultura e da cui siamo distanti, purtroppo - con me l'empatia è scattata, per motivi diversi. Ma soprattutto lo fa con un talento che pochi narratori in Italia possiedono. Ogni parola, ogni frase, è poesia. Per questo mi è piaciuto, perché non è un libro che strizza l'occhio all'autore e perché è scritto come Cristo comanda.

    Scusami se ti ho improvvisato una recensione qui XD

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  3. Anche a me il finale de "Lo Zio Oswald" non ha entusiasmato più di tanto, mi è sembrato un po' troppo frettoloso, tirato via. In effetti una narrazione così "sconcia" da parte di chi ha scritto la maggior parte dei tuoi libri d'infanzia lascia un attimo sconvolti XD

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  4. Vorrei leggerli entrambi, per vari motivi. Dahl perché è Dahl, e voglio capire che impressione mi farà lo scrittore principale della mia infanzia che parla di coiti xD Scherzi a parte, sono curiosa di leggere qualcosa di suo e rivolto a un pubblico adulto.

    Di Paolo, che dire, anche io ho letto molte recensioni entusiasmanti (tra le quali quella di Malitia che citi) e mi hanno incuriosita. L'esame di Storia contemporanea ha fatto il resto.

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  5. A me è piaciuto molto "Mandami tanta vita" di Di Paolo, e forse a posteriori ancora di più rispetto a quando l'ho rimesso in libreria. Sento ancora l'eco delle sue parole, la leggerezza piacevole che mi ha lasciato... Mi è parsa un'ottima prova per un autore così giovane e credo meriti molto, ho apprezzato il fatto che non si sia lasciato andare a digressioni storiche che ne avrebbero inficiato la natura romanzesca.

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