giovedì 20 settembre 2012

Una banda di idioti - John Kennedy Toole


Come esordire dopo più di una settimana passata senza aggiornare il blog? Senza contare che gli ultimi post hanno ben poco a che vedere con la matrice vitale che mi ha portato a creare questa piccola pagina, il recensire libri. Anzi, dando una controllatina, è dal 30 Agosto che non pubblico una recensione. Che è accaduto? Beh, c'è che sono un po' stanca, prima di tutto. Non del blog, men che meno dei libri, ci mancherebbe. È la stanchezza dell'uscire da un utero serrato, dello spingere contro una porta che non vuole aprirsi, dell'affacciarsi su un mondo scuro e vischioso. Un alternarsi di ansia ed entusiasmo, qualche folata di ferrea sicurezza, necessaria per un paio di notti di sonno prima del riemergere del caos. In soldoni, questo sabato mi trasferisco dalla mia amica in Emilia e da lunedì, finalmente, cominciano le lezioni. Ricominciare quasi dal nulla dopo essere stata ad un passo – idealmente – dalla laurea è... è in un certo senso atroce. Ma se mi volto indietro non riesco a vedere neanche il fantasma della strada che ho percorso, quindi...

Ma veniamo alla recensione di oggi, la prima dopo tanto tempo. Una banda di idioti di John Kennedy Toole, pubblicato dopo il suicidio dell'autore per volere della madre (la pubblicazione, non il suicidio, che qui la sintassi italiana potrebbe far sorgere dubbi delittuosi) nel lontano 1980, vincitore del Premio Pulitzer nel 1981 e infine edito in Italia per la Marcos y Marcos nel 1998. Mi frulla già in mente un altro post dedicato alle case editrici indipendenti che negli ultimi anni crescono e fioriscono, nutrici e nutrite dei migliaia di lettori orfani delle Big, ma... beh, un'altra volta. Per adesso bisogna parlare dell'opera di Toole e del suo protagonista, Ignatius Reilly.
Ignatius è un patetico e pedante scassapalle. Viziato, egoista, scontroso, aulico, insistente. Baldanzoso e vigliacco, codardo quanto irruento. La voce del genio e della frustrazione, il grido dell'intelletto rifiutato e incompreso che diventa un rigurgito lamentoso pieno di rabbia e spocchia. È lui il fulcro di un romanzo corale, un trentenne grasso e volutamente nullafacente incatenato al ventre materno come non potesse fare a meno del cordone ombelicale che lo lega ad una madre umile e paziente quanto ignorante che egli non fa che disprezzare. È forse la sua ansia nell'accontentare il figlio a castrarlo continuamente, a impedirgli di crescere e confrontarsi col mondo. Il comodo riparo di una salute cagionevole usata come scudo per rifugiarsi in un mondo di fantasie egocentriche e gloriose, un ventre gonfio d'invidia e ribrezzo.
Non ci viene narrato soltanto di Igniatius. Ci sono anche l'agente Mancuso, Santa Battaglia, le Manifatture Levy, Jones il semi-schiavo nero che è l'unico a rendersi conto della capacità di Ignatius di capitombolare nella vita di gente che non ha mai visto e rivoltarla come un calzino. È come un terremoto, Ignatius. Devasta ogni cosa che tocca, stupisce e spaventa, diverte e sconvolge. Su Anobii, tanto per cambiare, ho letto recensioni negative motivate con l'antipatia del personaggio. Ma amico mio lettore, Toole vuole che tu odi il suo Ignatius. Ignatius è un enorme ammasso di complessi e lamentele, uno spocchioso arrogante misogino moralista maschilista presuntuoso bastardo. Certo che lo devi odiare. È qui parte della bellezza del libro, nel tuo ghigno compiaciuto.
Eppure devo dire che una parte di me ha compreso Ignatius, forse più del necessario. Quest'anno appena passato, che ho trascorso fuori corso in casa di mia madre... beh, devo dire che mi ha svalvolata. È stato un anno castrante, debilitante, stancante eppure orrendamente statico. Troppo tempo per pensare, per recriminare, per domande superflue e riflessioni senza capo né coda. E se a me è bastato un anno, quanto ci è voluto a Ignatius per ridursi com'è?
Ma vi dicevo dell'opera di Toole. Divago sempre, c'è poco da fare.
Scritto in terza persona, scorrevole e vivace, presenta non soltanto le vicende del già citato protagonista, ma anche quanto accade alle persone che egli, volente o nolente, si trova a sfiorare. Un cerchio di gente legata soltanto da Ignatius, un puzzle con pezzi sfasati e che pure finisce per ricomporsi in una figura un po' bizzarra e con troppi colori. C'è tanta ironia, in queste pagine, abbastanza per tirare giù un critico devoto. Personaggi e situazioni vengono esasperati nei loro tratti caratteristici, a voler rappresentare le brutture e le ingenuità, l'ottusità e le meraviglie di un'umanità che, sicuramente, Toole conosceva bene.
Faccio anche notare che la traduttrice Luciana Bianciardi ha vinto il Premio Monselice nel 1983 con questa traduzione. Meritatissimo, visto che è una delle trasposizioni migliori che io abbia mai letto.
Superfluo dire che lo consiglio, più che con l'anima, con stomaco e viscere.

7 commenti:

  1. Il che mi ricorda che un mio amico è su facebook sotto falso nome... Ignatius T. Reilly! Non so se la T. se la sia inventata, ma ci sta bene. Superfluo aggiungere che è la prima volta che sento di questo libro, ma non la prima che vedo questa copertina, anche se potrebbe anche darsi di no. Quelle della Marcos y Marcos hanno il pregio/difetto di avere lo stesso stile. Per fortuna il mio Lem ha la copertina nera, così si distingue!

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  2. Lem? ò_ò
    Ma guarda, neanch'io ne avevo sentito tanto parlare, me lo sono trovato davanti in biblio e l'ho preso. O forse prima avevo letto una recensione? Però non ricordo di chi... uhm... Comunque merita ù_ù
    Non so quanto sia un pregio e quanto sia un difetto, quello delle copertine... cioè, la MyM è sempre riconoscibile, ha uno stile suo e caratteristico e direi che è una buona cosa. Però se a uno non piace quello stile? ò_ò Io ad esempio non lo apprezzo moltissimo, però tanto so che il 'contenuto' sarà spettacolare xD
    ... oddio, sono una MyM fangirl ò_ò'

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    1. "Cyberiade" di Stanislaw Lem, uno dei due libri della MyM che posseggo ma non ho ancora letto (sono qui, comunque). Cyberiade ha la copertina nera, che è abbastanza distinguibile su un ipotetico scaffale multicolore della MyM.

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    2. A me le copertine MyM, solitamente, piacciono da morire! Inutile dire, quindi, che lo considero un pregio :)

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  3. LO lessi diversi anni fa, quando uscì. All'epoca Marcos y Marcos ci fece avere insieme alle copie del libro alcune magliette che riprendevano il disegno della copertina. Il che forse spiega perchè qualcuno la ricorda ancora pur senza collegarla al libro originale. All'epoca lo vendetti molto poco e lo lessi per capire come mai. La tua rece ha perfettamente colto il punto: il libro appariva superficialmente comico mentre si rivelava subdolamente ironico - a tratti sarcastico - semza rispetto per nulla e per nessuno. Un ottimo pregio che mi spiegò perfettamente perché non fosse stato apprezzato dalla mia clientela di gusti avanzati, progressisti e immancabilmente per bene.

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  4. L'ho letto molto tempo fa e l'ho amato molto. Mi è piaciuto proprio perché fa ridere e incazzare, insieme. Toole credo sia un genio incompreso della letteratura. Peccato abbia scritto solo due libri prima di morire. Una grande perdita.
    Le copertine della Marcos y Marcos le adoro. Mi piace tutto, anche la carta utilizzata. Sarà che sono di parte perché lego la casa editrice a Fante... chissà.

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  5. lo lessi una decina di anni fa e l'ho riletto adesso apparentemente è solo un testo comico e decisamente surreale ma nasconde e nemmeno molto una feroce critica verso la società americana e mi ricorda il sarcasmo di un bill hicks , se pensiamo che è stato scritto negli anni 60 toole ha avuto delle intuizioni anche profetiche che per quei tempi erano inimmaginabili

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