sabato 25 febbraio 2012

Susanna Clarke e la magia inglese

Questa mattina mi sono svegliata con Pulce che mi mordeva i piedi da sopra la coperta. Non è stato un bel risveglio, ma almeno ho potuto ricominciare a dormire beatamente dopo averlo lanciato fuori dalla porta. La giornata ha cominciato a risplendere quando ho ripreso in mano 'Jonathan Strange e il Signor Norrell' di Susanna Clarke, edito da Longanesi. Avevo dovuto interromperne la lettura – cosa che detesto – diverse settimane fa, essendo totalmente presa dalla preparazione di un esame ed essendo pure scaduto il prestito in biblioteca. Odio quando gli impegni mi obbligano a mettere da parte un buon libro. Figuriamoci uno appassionante e fantasioso come questo.
Quello che intendo recensire oggi è un libro molto particolare. Tanto per cominciare, è smaccatamente inglese, dalla prima all'ultima pagina. Inoltre, nonostante sia del 2004, lo stile è classicheggiante, raffinato, elegante. Bandite volgarità e indecenza dalle pagine di quest'opera, che curiosamente sembra quasi appartenere all'epoca in cui è ambientata.
La storia inizia nel 1806. La magia è scomparsa dall'Inghilterra, rimangono solo i suoi studiosi teorici, che tuttavia si fanno chiamare 'Maghi'. All'Accademia di maghi di York si unisce il signor John Segundus che, appena ammesso, domanderà senza mezzi termini perché non è più possibile operare incantesimi. Dov'è finita la magia inglese? Le sue parole disturbano alcuni studiosi, che protestano con veemenza, ma gli procurano anche la benevolenza del signor Honeyfoot.
La domanda rimane lì, però. E la risposta non tarda ad arrivare. John Segundus e Honeyfoot decidono di mettersi in contatto col Signor Norrell, un gentiluomo dello Yorkshire che si dice riesca ad operare magie. Nonostate la riluttanza dello studioso, i due si recano da lui.
E gli ingranaggi del romanzo si mettono laboriosamente in moto.
La trama è complessa, un intreccio di personaggi squisitamente delineati, di bisogni, di storie totalmente diverse e apparentemente estranee l'una dall'altra.
C'è Gilbert Norrell, un ometto piccolo e riservato, c'è Stephen Black, il servo nero del ministro Pole, c'è Jonathan Strange, primo allievo di Norrell, c'è un essere fatato dai capelli lanuginosi e il cuore affilato. E un turbine immenso di altri personaggi, ognuno con la sua anima e ognuno col suo scopo. Alcuni non hanno nemmeno uno scopo vero e proprio e sembrano prendere parte alla storia solo per arricchirla. Meravigliose le 'note storiche' che esplicano la storia dell'Inghilterra e i suoi legami coi Regni Fatati, la storia della magia, l'antico Re Corvo...
Profezie, incantesimi, duelli, la magia inglese che fa la sua parte nella guerra con la Francia, riferimenti storici accuratissimi, dita tagliate e un corpo coperto di scritte blu...
Mi è molto difficile parlare della trama di questo libro senza anticipare più di quanto non intenda fare. Questo perché il filo che collega gli avvenimenti è sottile e aggrovigliato e se citassi un avvenimento dovrei anche spiegare che cosa lo ha generato. Ma se quanto lo ha generato fosse poi generato da qualcos'altro, dovrei rivelare anche quello e così via, finirei per rovinare una lettura superba. Più che superba.
A ben vedere, questo libro è anche la fonte primaria della mia recente antipatia per Anobii. Come fa un così immane capolavoro ad essere votato tre stelline e mezzo? Scritto con uno stile curato e attento, tradotto magistralmente, la trama senza strappi né imperfezioni, personaggi perfettamente delineati e caratterizzati in modo chiaro, un finale che punge l'anima... tre stelline e mezzo? Tua sorella, tre stelline e mezzo. Mi fermo qui, rischio di diventare davvero molto, molto, molto volgare. E le oscenità che repentine mi nascono nella mente non devono andare ad insozzare la recensione di quest'opera.
Il fatto è che non posso fare a meno di chiedermi che senso abbia leggere qualcosa che non rientra nei propri gusti. Perché negare che questo sia un ottimo libro è come confutare la legge di gravità. I gusti sono soggettivi, ma non lo è la qualità.
In sostanza, lo consiglio a chiunque adori il fantastico. A tutti coloro che amano Neil Gaiman, Diana Wynne Jones o Jonathan Stroud. Tutti inglesi, impregnati di una fantasia nebbiosa e stravagante. Forse è questa, la magia inglese.
(E se l'hai votato una stellina, che tu possa cadere nel Tamigi con cellulare in una tasca e portafoglio nell'altra.)

4 commenti:

  1. Era già nella mia lista dei desideri, ma questa tua recensione mi ha quasi convinta a comprarlo subito ;) Anche perché AMO le atmosfere inglesi :)

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  2. Ahahah, alla parte su Anobii mi hai fatto morire :D
    Non ti fare il sangue amaro, l'hai detto anche tu che esiste la soggettività e la soggettività comporta anche questo.
    Per me un libro può essere un capolavoro assoluto di stile e narrazione per un altro è robetta...è questa la soggettività! E' bello essere diversi!

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  3. @Camilla: è oltre l'inglese, leggendolo respiri nebbia e famiglia reale *__*

    @Salomon: ottima scelta ù_ù/

    @Melinda: no, la soggettività è un'altra cosa. Non è una questione di gusti, è proprio essere mentalmente limitati. Per quanto a me un libro possa non piacere, non posso definirlo una schifezza se soddisfa comunque alcuni requisiti fondamentali. E questo non solo li soddisfa, ci fa proprio surf. Ddddah, sì, mi sto facendo il sangue amarissimo, perché Anobii non è impostato in modo da poter litigare?! xD

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