martedì 6 settembre 2011

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - dicesi anche 'Giammai si vide un autore più sadico nei confronti dei suoi stessi personaggi'


Sarò sincera, non ero del tutto sicura di voler affrontare questo argomento finché non mi sono seduta davanti al monitor e mi sono detta 'Massì, male non può fare'. La mia esitazione non dipende dal poco amore, anzi, amo questa serie con tutta la mia ossessiva forza, al punto che quest'anno, al Lucca Comics, mi travestirò come uno dei suoi personaggi – il mio preferito, Tyrion. Il fatto è che ultimamente vedo fioccare da ogni parte recensioni che ne parlano in toni entusiastici e nell'ultimo mese una percentuale sempre più alta di amici e conoscenti sta cominciando a leggerla e a tesserne le lodi, un po' per passaparola e un po' per la serie televisiva appena uscita in America. Perciò, forse come argomento è un po' 'ruffiano', è un po' parlare di quello che tutti amano. Un po' come recensire Harry Potter. Ecco, il fatto è che non vorrei semplicemente dire 'questa saga è una figata', vorrei puntare il dito su quello che questa serie – questa ECCELSA saga – ha in comune con altre serie, in particolare con Harry Potter. E con Lost. E, checché se ne dica, in una certa misura anche con Twilight.
Vorrei parlare di A Song of Ice and Fire, in Italia 'Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco', il capolavoro di George R. R. Martin, edito da Mondadori
Uno degli aspetti più emblematici di questo prodotto e degli altri che ho elencato sopra non sta solamente nella loro lunghezza, nella loro continuità, nei loro colpi di scena o nella volontà degli autori di stupire il consumatore culturale (anche perché, se così fosse, decisamente Twilight non sarebbe nella lista). Il fatto è che tutti questi titoli non sono 'solo' prodotti culturali e mediatici ben riusciti, un miscuglio piacevole di trama e personaggi, non sono soltanto una bella storia in mezzo alle belle storie. Tutti questi titoli sono anche delle 'esperienze' abbastanza intense da essere in grado di formare delle vere e proprie comunità, virtuali e non. Forum tematici, discussioni infinite su una miriade di siti, merchandising di ogni genere, gruppi di amici e conoscenti che ne parlano approfonditamente, che si chiedono cosa intenderà fare questo o quell'altro personaggio, che si domandano incessantemente di chi sia figlio Jon e cosa ci sia davvero dietro l'affermazione 'Il drago ha tre teste'.
Ultimamente sono rimasta sconcertata vedendo quanti tra i miei amici e conoscenti avessero cominciato a leggere A Song of Ice and Fire. Davvero, quasi tutti. E non lo dico tanto per dire, sono dannatamente seria. Quasi tutti. Tolta mia sorella a cui non piace il fantasy, tolta un'altra amica che lavora – sfruttata – tutti i giorni e per il tempo rimanente disegna fanzine, tolta un'altra che non riesce ad iniziarla perché le stiamo tutti addosso e le passa la voglia, direi tutti. La mia compagna di stanza, il suo ragazzo, i miei amici dell'università, diversi altri amici che vanno da gente conosciuta su internet a conoscenze di vecchissima data. Addirittura, uno di loro l'ho conosciuto proprio grazie a questa serie, perché su Anobii, un bel giorno, mi sono ritrovata con un messaggio di uno sconosciuto che aveva voglia di discutere di A Song of Ice and Fire. È praticamente virale.
Sicuramente, il merito di tutto questo successo va alla qualità indiscussa della storia. Può non piacere lo stile, si può storcere il naso al genere, ma questa saga io la trovo, personalmente, perfetta. È difficile da attaccare e da schernire, non ci sono molti appigli per dare addosso a Martin e pretendere che il suo sia un successo immeritato, cosa che accade puntualmente quando uno scrittore raggiunge la vetta delle vendite. La cosa che più mi ha colpito della serie è l'assoluta libertà che l'autore reclama sulla trama e sui personaggi. Non ha importanza quanto un certo personaggio sia gradito ai lettori né quale scelta li farebbe più contenti. No, Martin ha davvero a cuore la sua storia e vuole che riesca bene, che tutto vada così come deve andare. Non ha pietà per i personaggi che crea, se viene il momento di farne fuori uno, fa della sua penna una spada e lo elimina senza pietà e senza infiocchettamenti. È questo che amo e che ammiro di Martin, ci vuole coraggio a rinunciare a delle creature così perfette come i personaggi che crea, così credibili, umani e per questo deboli e colpevoli. È sconcertante quanto non si possa fare a meno di capirli. Ad un certo punto, prima o poi, si arriva a comprenderli tutti e, talvolta, a voler bene a dei personaggi che all'inizio si odiavano. Non dirò quali, lo considererei uno spoiler e io odio gli spoiler. Ma sono veramente pochi quelli che rimangono detestabili e disprezzati fino alla fine e non perché Martin non ci fa vedere come sono dentro, ma perché dentro sono persone vuote, verso le quali è impossibile provare buoni sentimenti e noi possiamo riconoscerle in tutto il loro squallore.
Bene, spenderò due parole sulla trama, giusto perché altrimenti non avrebbe senso chiamarla 'recensione'. Essenzialmente, A Song of Ice and Fire è un fitto intrigo che narra le vicende di chi 'gioca' al gioco del potere, delle vittime che inevitabilmente produce e della loro vendetta, in un circolo vizioso di ferite subite e inferte. Ci sono villaggi bruciati, innocenti massacrati, sesso e battaglie, riflessioni, sensi di colpa, istinti e chi più ne ha, più ne metta. Ah, e creature fantastiche. Devo dire però che la loro presenza quasi non si nota, fino ad un certo punto abbastanza avanti nella storia. Più che un fantasy, sembra più un romanzo storico incentrato sugli intrighi di corte. L'inizio è abbastanza semplice: Re Robert Baratheon che si reca da Eddard Stark, un vecchio amico e compagno d'armi, per chiedergli di diventare la nuova 'Mano del Re', una specie di reggente e consigliere cui è delegato il potere del sovrano. È difficile andare avanti nella spiegazione senza anticipare troppo, perciò mi limiterò a consigliare a chiunque di leggerlo. Se non vi fidate e non volete spendere soldi, in biblioteca si trova e sicuramente qualche amico potrà prestarvelo. Non fatevi ingannare dal genere o dalla portata del suo successo: non è una saga di ruffianerie e dai tratti Harmony. È un vero capolavoro. Mi spiace solo di non potergli rendere giustizia adeguatamente.

7 commenti:

  1. Post molto interessante, mi piace il modo in cui sei riuscita a inquadrare la saga senza ricadere nel tautologico. Di sicuro il successo di Martin non è immeritato: diciamo che pur avendo mollato a metà il terzo tomo ne riconosco e ammetto i numerosi pregi. E prima o poi riprenderò la saga là dove l'avevo lasciata :)

    Ciao!

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  2. grazie xD con calma, con calma... mai leggere sotto pressione, si massacra la lettura!

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  3. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  4. Mi hanno parlato benissimo dei romanzi, di certo la serie è una delle proposte migliori passate sul piccolo schermo degli ultimi dieci anni.
    Stupenda.
    Grande Tyrion.
    Ma anche Snow, il vecchio Stark e Daeneris sanno il fatto loro.

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  5. "Non fatevi ingannare dal genere o dalla portata del suo successo: non è una saga di ruffianerie e dai tratti Harmony. È un vero capolavoro. " QUOTO IN PIENO :D

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  6. Non so se leggerai questo commento ma volevo fare un appunto alla tua analisi peraltro molto accurata
    Dici:
    "Sicuramente, il merito di tutto questo successo va alla qualità indiscussa della storia"; ma se fosse veramente così sarebbe stato un successo da quando è uscito la prima volta in Italia, cioè nel 2001;
    e poi un altro passo che mi lasci un po perplesso è quando parli del successo di Martin che non è assolutamente immeritato ma raggiunge la vetta delle vendite in concomitanza con alcuni fattori, prima fra tutti la trasformazione, ottima niente da dire, da romanzo a serial TV. Della serie se non ne fanno un film non vale la pena di leggerlo, perché non era uno scrittore famoso di quelli da 15 libri all'anno e non è uno scrittore avvolto in un alone di mistero come può essere un Dick od un Bukowski. Visto che ci sono lancio uno spunto di riflessione: perché la chiesa non ha proferito verbo per il libro "Il codice da Vinci" mentre al momento dell'uscita nelle sale è stato uno scandalo? Secondo me perché la chiesa conosce la massa e sapeva benissimo che uscito il film la gente avrebbe comprato il libro e si sarebbe informata. Perchè non è successo lo stesso con "Lo specchio di Dio" che trovo alquanto più inquietante anche se so benissimo che non è reale ma la presenza della "Congregazione per la dottrina della fede" (dopo che ho scoperto cosa fosse) mi ha fatto accapponare la pelle. Questo lungo post per dire che se non passa in TV non ne vale la pena, sopratutto per alcuni generi.

    Simone

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    1. Beh, certo che leggo... però ammetto che non ho ben chiaro quello che vuoi dire ò_ò
      Il successo di GOT non è una cosa nuova legata alla serie, anzi, erano anni che io e una valanga di amici la seguivamo con foga. Figuriamoci, ero ancora alle superiori... sarà stato ancora il 2006/2007 quando ho iniziato a leggerla, e il fenomeno era già partito da un po'.
      Per il resto... guarda, sarò torda io, ma giuro che non riesco a capire la tua posizione ^^'

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