giovedì 23 aprile 2020

La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante - Sulla menzogna delle buone intenzioni


La vita bugiarda degli adulti è il primo romanzo di Elena Ferrante dopo quel caso editoriale mastodontico che è stato – ed è ancora – L'amica geniale. Immagino sia stato difficile per lei scrivere qualcosa cercando di non pensare continuamente alla tetralogia, o a quello che i lettori si sarebbero aspettati – e avrebbero cercato, e cercandolo avrebbero trovato – nel nuovo libro. Mi viene in mente Il seggio vacante di J.K. Rowling, il suo primo romanzo dopo Harry Potter. Un linguaggio crudo, volgare, spietato. Era evidente che J.K. volesse emanciparsi da Harry e dalla letteratura per ragazzi. Ma quando si scrive qualcosa che diventa cult in così poco tempo, è più facile per l'opera emanciparsi dall'autore che non viceversa. J.K. sarà sempre quella che ha scritto Harry Potter, Elena Ferrante quella che ha scritto L'amica geniale. Non so se riuscirà mai a prescinderne e un po' onestamente mi spiace.



Su La vita bugiarda degli adulti mi era arrivato qualche giudizio spezzettato, che avevo raccolto senza approfondire perché i libri mi piace leggerli senza sovrapporci filtri estranei – l'amica che mi ha passato la sua copia mi ha subissato di pareri e ho dovuto stopparla perché non volevo leggerlo per forza come lei l'aveva letto. Ma se ti dicono di cercare un'interpretazione, finisci per trovarla anche se non c'è, oppure ti sforzi e cerchi di evitarla ma resta comunque una visione in astratto, in assenza, una negazione che implica un'esistenza.

Quello che voglio dire prima di tutto di La vita bugiarda degli adulti è che: sì, mi è piaciuto un sacco; mi sarebbe piaciuto a prescindere dalle aspettative lasciate dalla tetralogia; è molto diverso da L'amica geniale; perché dopotutto la storia è più piccola, è limitata a una famiglia, anzi, alla famiglia vissuta dalla narratrice e protagonista, senza tirare troppo di mezzo l'universo elitario degli intellettuali o la pervasività del potere mafioso. Giovanna non è Lenuccia e non è Lila. È una ragazzina – il romanzo si interrompe che ha appena compiuto sedici anni – acuta, ferita e coriacea che rifiuta qualsiasi influenza prescrittiva sul proprio futuro e sulla propria persona, che non accetta quello che vogliono per lei i genitori e il suo contesto e il cui rifiuto non comprende – in assenza, per contrasto – quelle stesse influenze rovesciate. Giovanna sceglie i propri maestri nei libri, sbanda con disperata ostinazione perché rifiuta i punti di riferimento – eppure quelli restano un po' con lei, perché con indesiderata onestà tiene con sé gli insegnamenti che ritiene giusti – e coltiva per sé una dolorosa indipendenza.

Partiamo dall'inizio; Giovanna è una bambina, frequenta le elementari con risultati mediocri, i genitori – professori rispettabilissimi – ne sono un po' feriti, ma tutto sommato riescono a gestire la situazione senza troppi drammi. Parlano con lei, le assicurano tutto il loro amore. Giovanna li ammira e li adora. Visti da fuori – e visti da dentro coi suoi occhi da bambina – sono i genitori delle favole, bellissimi e innamorati l'uno dell'altra quanto lo sono di lei. Capita che Giovanna colga una frase del padre che la destabilizza profondamente: Giovanna inizia a somigliare a Vittoria, la sorella detestata del padre, la zia che non ha mai visto e di cui sa soltanto che è brutta e maligna. Giovanna non si dà pace: cerca la faccia della zia nella propria, crede di trovarla, fruga tra le fotografie del padre. Vuole delle risposte, e alla fine, più per caso che per ostinazione, le ottiene.



Come essere umano – come ragazza, come studiosa – Giovanna è stranamente coerente per il fatto di essere fedele sempre e soltanto a se stessa. È spesso meschina, crudele, soprattutto quando si trova nel mezzo di una tempesta emotiva e non ha idea di dove dirigere lo sguardo. Sa che non vuole guardare verso i genitori, né verso la zia; accetta un unico punto di riferimento intorno a metà libro – spoiler non ne faccio, scialli – che visto dall'esterno sembra una guida verso la persona che vorrebbe diventare, una riconferma delle scelte che ancora non ha fatto.
Giovanna cambia idea. Quello che le appare importantissimo un giorno, potrebbe non significare niente la settimana dopo. Nel corso di uno stesso pomeriggio può provare una selva di emozioni potentissime e contrarie tra loro. Non si illude su se stessa, si vede per quello che è e anche un po' peggio. Ma sa fin da bambina che diventare cattiva è un'alternativa praticabile; che non smetterebbe di esistere solo perché si è dedicata a una vita priva di buone intenzioni. E questo la rende disperata ma libera.

La vita bugiarda degli adulti implica una mezza bugia nel titolo; contrassegna la menzogna come prerogativa degli adulti, quando fa parte dell'essere umano fin da quando impara a parlare. Da adulti si impara soltanto a perfezionare le proprie bugie, o forse a crederci – è questo che intende la Ferrante? L'adulto è quello che riesce a vivere nella propria menzogna?
È un romanzo che apre un po' di questioni; la profezia che si autoavvera, la pervasività dei rapporti famigliari e i circoli viziosi che sembrano passare di padre in figlio come patrimonio genetico; la negazione degli assoluti, degli infiniti; la vita come cambiamento costante: chi non cresce e resta fermo, ostinatamente, diventa un fantasma. C'è un sottofondo di malanimo nei confronti della classe intellettuale, dei professori borghesi che si riempiono la bocca di Marx e lotta di classe e intanto rinforzano le mura della torre d'avorio parlando difficile, brandendo la correttezza del proprio italiano contro il dialetto parlato dagli incolti.
(che schifo la borghesia intellettuale, temo di caderci ogni volta che dico a mia madre che è uscito un mio articolo su una rivista; mi va di lusso che sono troppo povera per dirmi borghese).

Giovanna è brillante e assolutamente imperfetta: non è un personaggio in cui ci si vorrebbe riconoscere, ma ci sono personaggi in cui sarebbe ancora più spaventoso entrare. Non credevo che ne avrei fatto un ritratto positivo, spesso si comporta da stronza, è guidata un opportunismo istintivo che dipende anche dalla sua solitudine – è facile provare pena per i suoi smarrimenti, a leggerla da adulta. Se la conoscessi, da un lato mi fiderei di lei e del suo punto di vista crudo, dall'altro la troverei insopportabile (“Oh ma la pianti di imporre il tuo stato d'animo a tutti i presenti? Che c'hai, l'esclusiva del pensiero lucido sofferente?”). Giovanna è tutta una contraddizione; ed è bello, perché vuol dire che è viva.

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