sabato 27 luglio 2019

Ad Astra - Fantasia dell'avvenire di Antonio de' Bersa


Ad Astra – fantasia dell'avvenire è un romanzo di protofantascienza con una bizzarra storia editoriale alle spalle. L'autore è Antonio de' Bersa, nato in Dalmazia nel 1827, giornalista e direttore del quotidiano asburgico L'osservatore triestino dal 1876 fino a pochi mesi prima della sua morte, avvenuta nel 1905. Sulle pagine del quotidiano trovavano spazio questioni di cronaca e di costume, nonché notizie sulle scoperte scientifiche e tecnologiche più recenti. Nel 1883 pubblicò un articolo intitolato Sulla possibilità di navigare gli spazii celesti. Studio basato sulla scoperta dell'oscillante, mezzo fisico per volare nel vacuo a firma di Francesco de Grisogono, che sollevò aspre critiche. De' Bersa se la prese a male, e difese lo studio. L'anno seguente diede inaspettatamente alle stampe la prima versione del presente romanzo, più volte rivisto e rieditato in seguito. Se noi oggi possiamo leggerlo, è stato grazie al ritrovamento di una copia nella biblioteca civica di Trieste da parte di Jacopo Berti, curatore dell'edizione.



Cos'ha di speciale Ad Astra? Tanto per cominciare, rigetta al mittente la falsa credenza secondo cui in Italia è priva di una tradizione letteraria di fantascienza e fantastico precedente a Buzzati, Calvino e Landolfi, - che peraltro di rado vengono associati a qualsivoglia genere, nossignore, qui è tutta letteratura alta, circolare gente, circolare – e lo fa seguendo una logica meccanica che forse oggi ci pare ingenua per l'assenza di motori e carburante, ma che tuttavia ha in sé del genio. De' Bersa ha fatto molto con la tecnologia che aveva, e ha dimostrato che bastano un obiettivo e un adeguato piglio fantasioso per raggiungere vette altissime anzitempo.

Secondariamente, c'è la questione dello stile. Trattasi Ad Astra della narrazione in terza persona del processo che ha portato l'uomo a calcare la superficie lunare, a distanza di poco più di cent'anni dal fatto. Lo stile, dicevo, è bello, bello in tanti sensi. È colloquiale, simpatico, eppure raffinato. Come uno zio vecchiotto che visiti dopo tanto tempo presagendo un immenso tedio, e invece appena ti vede tira fuori la fiaschetta speciale e si mette a raccontarti fatti allegri ed esilaranti, con un tono che quasi ma soltanto quasi li sveste di importanza. De' Bersa è scherzoso in modo arguto, butta una battuta paradossale e lascia che la follia dirami nella trama, cambiandola; viene da pensare “No aspetta, questa cosa non ha senso, com'è possibile?”, eppure è tutto possibilissimo, perché il paradosso non è meccanico ma politico e sociale, e siamo tuttora immersi in un mondo regolato non da logica e coerenza ma a botte di autodistruzione e bestemmie, quindi...



I personaggi. I personaggi sono pochi, ben caratterizzati e adorabili. La protagonista Giustina è allegra e simpatica e, alla bisogna, tagliente come una lama. Il suo amato ingegnere Cleanmorn è timido e impacciato, in barba al machismo di fine '800, realizzato nell'antagonista Tekhudej, piagato dai primi anni di vita trascorsi da selvaggio. Belli i comprimari, ma soprattutto meraviglioso Ovidio Cartoni, padre di Giustina, bibliotecario triestino, che ci apre le porte del romanzo in un incipit che ho sinceramente adorato.

Ma la trama, via, parliamo della trama. La trama è semplicissima: siamo intorno al 3840, sulla Terra regna la pace fin dal lontano 2700, assicurata da un'organizzazione politica mondiale, unica detentrice di un esercito internazionale. Ma iniziano a serpeggiare ansie e timori per l'avvenire: è predetto in uno studio che la popolazione del globo salirà per i prossimi anni a livelli insostenibili – da nove a diciotto miliardi di individui nel giro di diciassette anni – e non ci sarà modo di sfamare chiunque. Che fare? Le soluzioni sono chicche che non vi rovino – la mia scena preferita rimane quella – e non è nemmeno detto, dopotutto, che siano necessarie, ma l'umanità ormai vede il futuro attraverso il filtro del terrore, da qui la ricerca di disperata di speranza e salvezza, e la risposta viene per scherzo: abbiamo un satellite, usiamolo. Alla Luna!



Viene istituita una commissione di esperti provenienti da tutto il mondo per vagliare le proposte degli scienziati, perché qualcuno possa guidare l'umanità alla conquista degli astri. Ma la buona idea tarda a venire, finché Giustina, consacrata all'astronomia, non trova un antico manoscritto che descrive un certo movimento oscillante etc. E dico etc perché, va da sé, la trama della conquista si dispiega così, e non ha senso dire altro.

Ad Astra è un romanzo allegro, scanzonato, fantasioso e straordinariamente scorrevole. Mi era passato inosservato, quando Zona 42 l'ha ripubblicato un paio d'anni fa, ma quest'anno al Salone del Libro Giorgio ha visto bene di parlarmene per esteso – e me ne ha omaggiato una copia, che avevo speso i miei ultimi denari in quel del loro allegro stand. Sono sinceramente contenta della resurrezione editoriale di Ad Astra. Se Jacopo Berti non ne avesse ritrovata una copia e non ne avesse reso partecipi gli abitanti della Zona, Ad Astra sarebbe ancora sepolto in un oblio più profondo del fuori catalogo.
E sarebbe stato un tale peccato.

giovedì 18 luglio 2019

Il convalescente di Jessica Anthony

Pidgin Edizioni, lo ammetto, non la conoscevo. Ma al Salone del Libro, nel bel mezzo del Salone dell'Oca, Mr. Racconti Edizioni mi ha mandato da Pidgin, consigliandomi Problems, e io giustamente ci sono andata. Mr. Pidgin allora mi ha raccontato brevemente Il convalescente di Jessica Anthony, parlandomi della storia del protagonista – nano, muto, zoppo etc – che si inframezzava con la storia della sua stirpe maledetta, quella dei Pfliegman, condannati dalla genetica e dal fato a sbagliare, sbagliare, sbagliare senza imparare mai; il protagonista, infatti, è l'ultimo Pfliegman ancora in vita. Ora, essendo una lettrice parecchio umorale, Il convalescente mi era rimasto parecchio piantato in testa, dunque l'ultimo giorno di Salone, onde approfittare dello sconto disperato delle ultime ore, sono andata a recuperarlo. Afflizioni genetiche, impenitenza, condanne divine a me, grazie.




So già che non riuscirò a parlare di questo libro come fosse un'entità a se stante, perché dopotutto non è così che l'ho letto. Leggevo degli Pfliegman e mi pareva di poter sostituire quel nome con “i liguri”. Da quando mi sono trasferita a Torino, ho iniziato ad apprezzare le differenze tra la mia gente e i foresti. La rozzezza, la volgarità, la maleducata cocciutaggine. Scendere a casa a trovare parenti e amici e sentirsi addosso una strana pressione, perché lì il mondo non cambia, sei tu che ti devi adattarti, - probabilmente è una tendenza provinciale, comune a qualsivoglia paesino, ma a me piace raccontarmi che dipenda dal sale nel sangue, dalla sabbia negli occhi. Quindi sappiate che questo libro lo racconterò come se fosse cosa mia, - e da lettrice, un po' la è.


Rovar Àkos Pfliegman ha un po' più di trent'anni e vive in religiosa solitudine in un vecchio scuolabus scarsamente abitabile, dal quale vende carne. La macella lui, le sue bestie pascolano nei terreni dietro lo scuolabus. Commercia al dettaglio e rifornisce un supermercato nelle vicinanze, il cui proprietario l'ha preso in simpatia. Rovar non parla, non interagisce. Non fa granché delle sue giornate. Si desquama, si acciacca, mangia tra il male e il malissimo. Ogni settimana va a farsi visitare da una pediatra che l'ha preso in cura per compassione, è innamorato cotto. Nel frattempo, il terreno sul quale staziona è preda delle grinfie di chi vuole farne qualcosa di redditizio – e mi rendo conto del fatto che sia una questione centrale e preminente, forse quella che rischia di influenzare maggiormente la sorte di Rovar, ma se non interessa a lui – e davvero non gli interessa – come può interessare a me?, quindi non ne parlerò più.




Nel frattempo, tra una visita alla dottoressa e un rimando alla sua tragica infanzia, Rovar racconta dei suoi antenati, della storia del popolo Pfliegman così come la conosce. Inizia da Carlo Magno, dalle tribù ungheresi. Parte da lontano, scorre lentamente e poi di colpo si mette a correre lungo i secoli, ma prima, come dicevo, scorre lentamente. I Pfliegman, quando non si chiamavano Pfliegman, erano un ammasso di incapaci che vivevano della generosità di tribù più evolute; la leggenda – che non spoilero – narra come siano diventati abili nel maneggiare le carcasse, nello sfilettare sveltamente le carni. Macellai di sangue, di stirpe. Gente sfortunata, persone che a malapena puoi chiamare persone. E Rovar viene da lì; non può dirsene fiero, ma si riconosce nelle facce smunte, sporche, nei denti che traballano, nei capelli che non concepiscono l'idea di shampoo. È l'ultimo della sua gente.

Diciamolo, dunque, che Rovar da bravo protagonista-narratore ha una voce ironica, chiara, che sa strapparti lo strazio dalle mani che stai usando per reggere il libro. Penso sia uno dei romanzi da cui ho tratto più citazioni in assoluto, - anche se poi estrarre una o due frasi vuol dire mozzare il testo, e un testo mozzato da un intero farà sempre meno impressione. La storia di Rovar, così come quella del suo popolo, è un parossismo di tragedie, al punto da provocare uno strano effetto comico, con un tic nel sorriso e gli occhi sbarrati di orrore.

A Rovar ho voluto davvero bene.

(si chiama egocentrismo).

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sabato 13 luglio 2019

Tavolo numero sette di Darien Levani

Questo libro l'ho ricevuto direttamente dalle mani dell'ufficio stampa della casa editrice, Edizioni Spartaco, in quel del Salone del Libro, che è davvero strano da visitare come lit-blogger. Capita che qualcuno sappia chi sei, e che ti faccia un sacco di complimenti e magari ti omaggi pure di qualche libro; capita anche di incontrare editori che – per carità, liberissimi, spesso sono quelli che se lo possono permettere – della blogosfera poco ne sanno e gli interessa meno, e ti guardano con sospetto mentre stai a lumare i loro volumi, in attesa di una richiesta di libri – no, editori-standisti, non vi chiedo niente, state tranquilli.

L'ufficio stampa di Edizioni Spartaco mi accoglie ogni anno con un calore che manco mia zia; mi offre il caffè, mi racconta le ultime uscite, mi chiede cosa mi vada di leggere. Tavolo numero sette di Darien Levani era una delle novità proposte, ma l'ufficio stampa era così entusiasta dell'autore che mi ha fatto scivolare nella borsa anche un altro libro, Toringrad – che sono ragionevolmente certa mi piacerà un sacco.

Edizioni Spartaco, dicevo, è così gentile che mi mette in una condizione imbarazzante per chi bazzica nei media – un blog è, dopotutto, un media – di chi vorrebbe sottolineare e ringraziare l'altrui gentilezza ma non sa come fare perché in questo internet malato di sfiducia ogni affermazione positiva è tacciata di interessi nascosti; è uno dei casi in cui mi riduco a una cortesia spicciola per non insospettire i lettori di chissà quale accordo sottobanco.

Che stress.

(che poi tutta 'sta tiritera col romanzo non c'entra niente, mi andava giusto di dire apertamente che quelli di Edizioni Spartaco sono un sacco gentili e ci sanno fare con le persone).
(offritemi il caffè anche l'anno prossimo, mi avete salvata).



Darien Levani è nato a Fratar nel 1982, fa l'avvocato e vive a Ferrara. Come potrei definire Tavolo numero sette? È un po' un giallo, un po' un thriller, un po' noir; ma è come se avessero spostato tutti questi generi in un'ambientazione altra; riesco a spiegarlo solo con un'ardita metafora cinematografica: putiamo caso che mentre stiamo guardando in dvd Gli insoliti sospetti (Bryan Singer, 1995), su Mediaset vada in onda un cinepanettone, non importa quale. Un fulmine colpisce all'improvviso l'antenna, arriva col cavo fino al televisore e la trama tortuosa di Kaiser Soze subentra nel manifesto visivo-ideologico dei Vanzina. La trama è complessa, il caso è serio e difficile, le tematiche affrontate dolorose e pertinenti. L'ambientazione è un matrimonio i cui invitati, beh. Beh.





Viviamo tutti in una bolla personale, più o meno limitata, composta dalle persone con cui accettiamo di avere a che fare e dalle ideologie che portano con sé. Nella mia bolla le discussioni sono fervide, toccano gli argomenti più svariati, la differenza è ricchezza e non si giudica senza capire, e magari non si giudica e basta perché fortunatamente la vita non è Forum. Sono contraria allo snobimo a priori, all'identificare qualcosa o qualcuno come sublimamente stupido, crudele, incapace a prescindere. Ce la metto tutta per comprendere, identificarmi, spiegarmi. Ma negare l'idiozia in toto non è segno di apertura mentale, significa non volersi prendere la responsabilità di tacciare qualcosa (o peggio, qualcuno) di errore, e secondo la mia personalissima opinione, è un approccio sbagliato quanto il suo contrario – meno dannoso e meno antipatico, ma comunque sbagliato. Questo per dire che, nonostante io viva nella mia splendida bolla in cui i complotti su gender, vaccini e allunaggio sono palesi minchiate, il mondo è abitato anche da persone credulone e/o in malafede. Gli imbecilli ci sono. Fa male, ma ci sono. Non me ne capacito ma vivono e camminano tra noi, potrei catturarne un centinaio coi giusti hashtag – 49 milioni, bacioni etc.





Dicevo. Tavolo numero sette. In Tavolo numero sette il protagonista è un guscio; è un ricettacolo con poca storia e poco carattere del caso che verrà sviscerato al matrimonio del suo collega. Al tavolo numero sette ci sono due coppie, una ragazzina, il protagonista e infine Camillo Bordin, un giudice che ha raggiunto suo malgrado una fama infida per aver scagionato dall'accusa di omicidio plurimo un uomo che, a detta dell'Italia intera, era colpevole al 100%.



Non so quale sia lo stato della tv spazzatura al momento; se fiocchino al pomeriggio trasmissioni in cui vengono sviscerati i delitti più efferati, quanto i casi di cronaca nera vengano pompati in prima serata; nei suoi ultimi anni, mia nonna si consolava parecchio con le disgrazie altrui. Le portavo riviste patinate ed economiche che andavano a scavare nei delitti più recenti e, in mancanza d'altro, in antichi casi irrisolti. Per scherzare ci auspicavamo qualche nuovo omicidio, così da darle materiale fresco con cui dilettarsi, – non pensate male di mia nonna, manigoldi, erano i suoi ultimi anni e non era più del tutto lucida, e quello che ha vissuto lei non ce l'avete negli incubi. Sta di fatto che all'interno del romanzo, quel tipo di giornalismo si getta a pesce su un ghiottissimo caso di cronaca nera. Madre e figlia trucidate nel loro appartamento, un messaggio scritto col sangue. Pure Ellroy avrebbe sbavato.





Al tavolo numero sette tutti, a parte il protagonista e dopo un po' Deborah, la sedicenne col telefono sempre in mano, prendono le parti dell'accusa e si indignano a posteriori della decisione del giudice Camillo; Camillo li lascia fare. Discute, argomenta, mantiene la calma. Non sa chi sia il colpevole, sa solo che non c'erano abbastanza prove per condannare definitivamente l'indagato, Pietro Erardi. Spiega che cos'è realmente la legge, spartisce il proprio punto di vista con gli altri invitati – perle ai porci. La trama va avanti, il mistero si infittisce. A un certo punto Levani mette lì la soluzione, sotto gli occhi di tutti, ma nessuno la vede; io, almeno, non l'avevo vista, i miei sospetti viravano altrove.



Tavolo numero sette, in chiusura. È un bel romanzo, che come thriller fa il suo dovere al punto che un po' mi sono pentita di averlo letto di notte anziché di giorno; il caso è interessante, il tema del pubblico che pretende di mettere le mani sulla legge e la spettacolarizzazione dei processi sono affrontati dolorosamente e con cognizione. L'unica pecca che muovo al romanzo è il vuoto dei personaggi; alcuni sono rimbambiti per forza di cose, perché c'è bisogno di menti molto vuote per fare da cassa di risonanza agli argomenti di Camillo; capisco la scelta dell'autore di non voler dar voce alla ragionevolezza, se non nella parte del giudice – per il protagonista e per Deborah, la faccenda è più un gioco che una questione di principio e di giustizia. All'interno del romanzo, Camillo è solo; e neanche il lettore può raggiungerlo.

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lunedì 8 luglio 2019

Doris, la ragazza misto seta di Irmgard Keun

Irmgard Keun l'ho conosciuta con Gilgi, una di noi, che ho adorato visceralmente, e ho proseguito con Una bambina da non frequentare, che avevo richiesto con tante speranze come regalo di compleanno. Da qualche giorno ho finito Doris, la ragazza misto seta, tradotto da Vins Gallico per L'Orma Edizioni, e continuo ogni tanto a ripensarci. È bene che ne chiacchieri, prima che smetta di parlarmi, - le recensioni, ho notato, un po' ne risentono.

Irmgard Keun è nata nel 1905 a Charlottenburg, un distretto di Berlino; studia recitazione, lavora come dattilografa, si sposa con uno scrittore. Nel 1931 esordisce con Gilgi, nel 1932 esce Doris; appena il tempo di godere del loro successo che finiscono nella lista nera del partito nazista. Oltre alla censura, Irmgard subirà l'esilio in Belgio e nei Paesi Bassi, poi tornerà in Germania per viverci nascosta, approfittando della falsa notizia del suo suicidio.


A leggere la biografia di Irmgard, difficilmente la si assocerebbe alle sue eroine, – a parte alla ragazzina ribelle e pestifera di Una bambina da non frequentare. Gilgi e Doris appaiono dapprima fatue e superficiali. Vivono come in una bolla di champagne, il mondo scintillante attorno a loro una fonte inesauribile di deliziose stranezze e aneddoti improbabili. A guardarle con occhio disattento, possono ricordare le flapper girls di Francis Scott Fitzgerald, quella Daisy che non riesco a sopportare, – non sopporto quanto è prona al proprio destino. Ma più si prosegue la lettura, più si scivola sotto la maschera smagliante e si rivelano tutte le insicurezze, le paure e la natura compassionevole di queste figure. Si avvicinano, più che alla Daisy di Fitzgerald, alla Holly di Truman Capote, che a tratti in Colazione da Tiffany mi faceva tremare di angoscia.

Ma veniamo al romanzo – che sarebbe anche l'ora. La storia è raccontata in prima persona da Doris, un'adorabile ventenne che lavora come dattilografa e studia recitazione, – Irmgard sa di cosa parla, diciamo. Buona parte del suo stipendio finisce nell'alcolismo paterno, quello che riesce a trattenere per sé viene speso perlopiù in abiti, profumi e alcolici. Ha una migliore amica a cui è molto affezionata, della sua famiglia non dice granché bene. Cerca di farsi offrire il maggior numero di pasti possibili per risparmiare, e di sfruttare al massimo quel poco che la vita le offre. Come un uccellino troppo piccolo, becca da terra le briciole.


Doris non è contenta né soddisfatta. Ogni tanto è allegra. Racconta divertita degli strani incontri che le capitano, ne tira fuori buffe storielle, e riesci a sentire la sua voce che sale di tono mentre ride. Ma queste sono distrazioni; Doris vorrebbe diventare una stella. Si è creata un immaginario in cui tutto è morbido e gentile, se sei una stella, e dunque è quanto di meglio cui aspirare. Può sembrare un ragionamento sciocco, ma sotto la sua maschera smagliante Doris è saggia, acuta, brutalmente onesta riguardo al mondo che ha davanti. Sa di avere bisogno di una speranza, e ci si aggrappa.

All'inizio del romanzo, dicevo, Doris fa la dattilografa e studia recitazione. E poi? Poi succede un casino e tutto cambia e Doris deve cercare di cavarsela. Non è certo una sprovveduta, anche se ne ha tutta l'aria, e di quell'aria ha fatto un'arma.
Non aggiungo altro; direi che si è anche capito che 'sto romanzo mi è piaciuto oltre misura.


venerdì 5 luglio 2019

Favola di New York di Victor LaValle

Favola di New York di Victor LaValle, uscito il mese scorso per Fazi Editore nella traduzione di Sabina Terziani. Inizio dalla facile polemica, così poi posso dedicarmi al resto. Prima di leggerlo mi aspettavo, da titolo, una favola. Una New York che sfiorasse il realismo magico senza mai afferrarlo, una di quelle storie in cui la magia soggiace senza intervenire, e quando interviene lo fa in modo casuale, senza istanze pratiche e materiali. Ma Favola di New York non è una favola, il termine non rende giustizia alla profondità e all'orrore di questo romanzo. Il titolo originale è The Changeling, impossibile da tradurre in italiano, visto che ci manca un termine che ne riprenda l'esatto significato. Un changeling è un bambino scambiato nella culla, e questa definizione fa partire un ricco immaginario fatto di folletti che sostituiscono neonati lasciando al loro posto una creatura con le fattezze del bambino, e questo è il punto in cui il termine favola si avvicina al romanzo di LaValle. Ma il romanzo non si limita all'incanto e alla leggenda. La New York vissuta dal protagonista Apollo non è affatto uno scenario da favola, i problemi che riscontra sono fortemente ancorati alla realtà, fino al momento in cui il mito subentra e provoca l'orrore, che travalica la favola. L'idea che mi ero fatta di Favola di New York partendo dalle informazioni immediate – copertina, titolo – non rispecchia l'ispirazione terrificante del romanzo, la sua crudezza; e conosco lettori che quella crudezza la inseguono disperatamente, ma in Favola di New York non l'avrebbero cercata.
Bene, chiusa la polemica, veniamo alla parte bella.



Il protagonista del romanzo è Apollo Kagwa, circa trentenne, newyorkese cresciuto nel Queens. Cresciuto da una madre single scappata dagli orrori della guerra in Uganda, non ha mai conosciuto suo padre, se non nei ricordi di un sogno ricorrente. Ama i libri di una passione che sento affine, e questo gli ha cucito addosso una professione fin dall'infanzia, dal suo commercio di libri e riviste usati che si è protratto senza tregua fino all'età adulta. Ha un amico e collega piuttosto stretto, una moglie che ama tantissimo – Emma – e un figlio in arrivo. Lo chiameranno Brian, come il padre che non ha mai conosciuto. Inoltre, la questione è ragionevolmente affrontata da LaValle, Apollo è un afroamericano nell'America contemporanea – quella di Trump e dei poliziotti che si sentono il coltello alla gola alla vista di un nero che passeggia, e a quel punto che vuoi fare?, devi sparare. Quell'America lì.



La questione razziale non è preponderante, beninteso. Ma è significativa perché mostra la differenza enorme tra l'esperienza di chi vive New York da bianco e chi la vive da nero, e stiamo comunque parlando di NY, non del paesello sperduto in Alabama. Apollo non se ne fa un grande problema, ma LaValle non manca di puntare il dito sulle differenze di prospettiva. La percezione dell'uomo afroamericano come di una minaccia che cammina viene fuori quando Apollo deve girare da solo, o in coppia con Patrice, nero e per di più ex-militare parecchio grosso. Apollo sa che potrebbe o potrebbero essere fermati e dover giustificare la propria presenza, le proprie intenzioni. Sa che non potrà dire “Non riuscivo a dormire e ho pensato di fare una passeggiata”, dovrà crearsi un alibi e dovrà essere convincente, se non vorrà scontarla in caserma.
Allegria, gente. Allegria.

Ma la trama. La trama, che diamine, è quella la parte più interessante, piena di rimandi a leggende varie e stratificate. E il modo in cui queste presenze interagiscono col nostro mondo tecnologicamente avanzato e in qualche modo se ne servono, il pericolo che non ha le immediate fattezze di un troll o di un gigante, ma è quello di una sorveglianza continua e a tratti volontaria, di chi non fa attenzione a proteggere la propria privacy al giorno d'oggi.



Succedono tante cose, in questo libro. Succedono lentamente – cosa che personalmente ho gradito – e per la prima parte riguardano la vita umana di Apollo e della sua famiglia, la loro vita umana. L'attesa, il parto, i primi mesi di Brian. Il rapporto di Apollo con Emma, con la madre, la paura dell'essere padre. David Lynch ha preso la sua fobia della paternità e ne ha tratto forse il suo film più assurdo, Eraserhead. Victor LaValle – la cui biografia ha molto in comune con quella del suo protagonista – ha rielaborato le proprie fobie e le ha instillate in un Apollo spaventato, senza una guida – dopotutto che ne sa di come si fa il padre? – che teme per il futuro economico della sua famiglia, che vorrebbe poter dare al figlio appena nato il mondo intero e teme di non poterlo fare. L'orrore iniziale, fino a un terzo del libro, è quello di un padre che si fa un sacco di paranoie, – e proprio per questo ti dà l'impressione che sarà davvero un ottimo genitore.

Poi l'orrore ha inizio, il mondo di Apollo si sgretola. E allora che fare? Cercare. Nel presente, nel passato. E trova delle risposte, trova dei vicoli ciechi e dei sentieri sbagliati. Inizia a capire, e potrebbe essere troppo tardi.
(evito di dire altro, so che sono sibillina ma gente, 'sto libro se si gradisce il genere va letto in tutto il suo mistero).



In Favola di New York accadono molte cose impossibili; ma accadono anche tante cose possibili, e sono affrontate con lo stesso rispetto, con una forte attenzione alla plausibilità delle relazioni tra i personaggi. Se volessimo togliere il fattore fantastico dal romanzo, rimarrebbe un'opera ben più corta, ma comunque pregevole per come si muovono i suoi personaggi, per le loro ansie e le loro debolezze. È uno di quei casi in cui la magia non si mangia il resto della storia, ma la accompagna parallelamente senza soffocarla.
E io ho apprezzato parecchio.