giovedì 27 giugno 2019

Poesie per chi non ama la poesia #5

Smantellare il silenzio


Prima lavagli le orecchie,
adagio, così non traboccano.
Con un fischio acuto squarciagli il ventre,
Se dentro ci sono ceneri, chiudi gli occhi
e soffiale in qualsiasi direzione indichi il vento.
Se c'è acqua, acqua addormentata,
porta la radice di un fiore che non beve da un mese.

Quando arrivi alle ossa,
e con te non c'è il cane,
e non hai una bara di pino
né un carro tirato da buoi per farle sbatacchiare,
infilatele lesto sotto la pelle.
La prossima volta che ti stringi tra le spalle
le sentirai premere contro le tue.

Adesso è buio pesto.
Adagio e con pazienza
cercagli il cuore. Dovrai
inoltrarti parecchio strisciando nei cieli vuoti
per percepirne il battito.

Dismantling the Silence


Take down its ears first,
Carefully, so they don't spill over.
With a sharp whistle slit its belly open.
If there are ashes in it, close your eyes
And blow them whichever way the wind is pointing.
If there's water, sleeping water,
Bring the root of a flower that hasn't drunk for a month.

When you reach the bones,
And you haven't got a dog with youm
And you haven't got a pine coffin,
And a cart pulled by oxen to make them rattle,
Slip them quickly under your skin.
Next time you hunch your shoulders
You'll feel them pressing against your own.

It is now pitch dark.
Slowly and with patience
Search for its heart. You will need
To crawl far into the empty heavens
to hear it beat.

Charles Simic, da Dismantling the Silence (1971) – nell'antologia di poesia americana West of your cities (minimum fax, 2003) a cura di Mark Strand e Damiano Abeni

 (non riesco ad amare la poesia, se non quando me la trovo davanti per caso. e allora facciamo che ogni settimana mi capiterà come per caso di sfogliare una raccolta, di scoprire un autore, di lanciarvi quello che ho tra le mani. è un regalo che faccio a me, fingendo di farlo a voi)

giovedì 20 giugno 2019

Neve, cane, piede di Claudio Morandini


Neve, cane, piede di Claudio Morandini mi è capitato in mano al Salone di quest'anno; quando sono arrivata allo stand di Exòrma Edizioni, seconda tappa del Salone dell'Oca, ho chiacchierato un po' di libri con gli editori (e con la standista che mi ha riconosciuta, ciao standista di cui non ricordo il nome perché sono una persona orribile, sei stata carinissima) e tra una cosa e l'altra, assai carinamente me l'hanno regalato. Me ne aveva parlato benissimo Simona di Letture Sconclusionate e infatti ero parecchio curiosa di leggerlo. Rinforzata nella fiducia dall'altrui gradimento, avevo deciso di non leggerne neanche la trama sul risvolto di copertina, men che meno recensioni. Preferisco fare così, quando sono certa che un libro lo voglio proprio leggere, vuoi per l'autore o perché particolarmente significativo nello sviluppo di un tale genere. Che poi questa lettura completamente spoglia di aspettative è esattamente la lettura che si figura l'autore in fase di scrittura, un atto creativo puro, ancora scevro da quelle meccaniche editoriali che dovranno posizionare il libro, convincere e catturare il lettore. È una bel modo di leggere.



Neve, cane, piede, dunque. Non mi ero fatta neanche mezza idea sulla trama. E la trama è semplice – tutto sommato è un libriccino di ridotte misure – e mi basterebbero poche parole per riassumerla; “Un anziano eremita vive isolato sulle Alpi e parla con un cane”. Ma poi dovrei aggiungere quello che fa l'eremita sulla montagna. Innanzitutto si adegua alle asprezze della vita che ha scelto, che non è “in contatto con la natura” ma (quasi) “secondo natura”. Caccia, concia, raccoglie legna. E uno potrebbe dirsi “sì, ok, quindi oltre che del suo eremitaggio, parla della sua vita passata, con lui che riguarda indietro alla sua giovinezza e...” ma no, della vita passata di Adelmo – così si chiama, Adelmo Farandola – si sa poco e nulla. Adelmo non ci pensa, e quindi noi non leggiamo. Da qualcosa, dopotutto, sarà scappato, e da qualcosa si starà nascondendo. Vai a sapere. Adelmo non è un filosofo con la testa piena di ricordi e ragionamenti. Non è neanche il narratore, perché se fosse lui a narrare chissà che casino capire.

Adelmo vive isolato in questo casolare. Scende in paese poche volte all'anno per fare provviste, soprattutto in vista dell'inverno. A volte un guardiacaccia gli rivolge la parola. A un certo punto incontra un cane, al quale la sua mente contorta e ormai logorata affibbia una voce. La storia di Adelmo è tutta lì.
Mi viene da dire che questo libro mi è capitato a fagiolo. Ci penso parecchio, negli ultimi tempi, all'eremitaggio, alla solitudine dell'individuo incastrato nella società, a tutti i pezzi di noi che deleghiamo in usufrutto a una comunicazione continua e ininterrotta col mondo esterno. Penso all'uomo che non vuole stare da solo, e sento che qualcosa non va.



Non c'è molto altro da aggiungere; che dire? Che lo stile è efficace, che i dialoghi interiori-esteriori col cane funzionano, che il romanzo è un tour guidato nella testa di un uomo che sta perdendo il contatto con la realtà dopo aver perso quello col mondo? Sì, ecco. Esatto.

lunedì 17 giugno 2019

I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout


Stamattina ho sfidato il caldo e sono uscita a fare la spesa, che il rischio di rimanere senza latte mi spaventa più di qualsivoglia insolazione. Sulla strada del ritorno pensavo a uno dei libri che ho in lettura, I ragazzi Burgess di Elizabeth Strout, e ho realizzato che mi restano solo altri due romanzi da leggere della Strout, poi dovrò vivere nella speranza che diventi improvvisamente prolifica senza che la bellezza della sua scrittura ne risenta. Questa consapevolezza un po' mi atterrisce, da quando ho letto Mi chiamo Lucy Barton, Elizabeth è diventata una delle mie scrittrici di riferimento; se non so cosa leggere, o se mi trovo impantanata nel blocco del lettore, scivolo verso lo scaffale della biblioteca in cui mi aspettano i suoi libri. “Ora che faccio?”, mi sono detta lì per lì. “Ne scrivo”, ho fatto presto a rispondermi.



I ragazzi Burgess è edito da Fazi, nella traduzione di Silvia Castoldi. Ho pensato molto alla traduttrice, a quando si è trovata alle prese col termine “entitled”, che non ha un equivalente preciso in italiano. Sottintende l'essere viziati, il sentire sballato del meritare qualcosa che non si è guadagnato, la pretesa che il mondo ti imbocchi di tutto ciò che ti è dovuto, anche se a conti fatti non ti si deve nulla. C'è un punto in cui Susan Burgess ne parla con la sua inquilina, la signora Drinkwater, e mi ci sono scervellata per un paio di minuti, interrompendo la lettura già di per sé disturbata – sul regionale da Genova a Torino, in bilico sulla seggiolina pieghevole davanti a un bagno che mandava un olezzo tremendo.
Ad ogni modo, veniamo alla trama. La storia parte con una cornice che ho amato; una scrittrice – penso la stessa Elizabeth – parla al telefono con la madre, e le dice che vuole scrivere dei ragazzi Burgess. C'è un breve scambio su un argomento su cui mi sto arrovellando parecchio ultimamente, la letteratura che si nutre delle vite degli altri, e poi inizia il racconto vero e proprio. I ragazzi Burgess sono tre; il maggiore, Jim, è un avvocato di successo e abita a New York con la moglie Helen, una perfetta coppia di mezza età i cui figli frequentano l'università senza dare preoccupazioni. Poi c'è Bob, cinquantuno anni, divorziato dalla moglie Pam, con cui mantiene una bella amicizia, avvocato pure lui ma senza eccessi di fama o di denaro. Abita non troppo lontano da Jim, ha un rapporto molto stretto sia con lui che con la moglie; beve troppo, passa le sue giornate a cercare di distrarsi da Pam che l'ha lasciato perché non riuscivano ad avere figli e dalla consapevolezza di avere ucciso suo padre per sbaglio, quando aveva quattro anni. Insieme a Jim e alla gemella Susan era stato piazzato in macchina dal padre, e per gioco aveva girato la chiave, accendendo la macchina e finendo per investirlo.
(empatizzo parecchio col piccolo Bob, da giovane scapestrata pure io ho girato per scherzo la chiave della macchina di un'amica che stava seduta sul cofano, se non guidi sai assai che la macchina va avanti, che diamine).
(la mia amica non si è fatta niente, la macchina si è spenta prima di fare danni).
E poi c'è Susan, la gemella di Bob. Lei è rimasta nel Maine, a Shirley Falls. Divorziata, vive col figlio diciannovenne e l'anziana signora Drinkwater, a cui ha affittato una stanza al piano di sopra. È una donna amara, non parla da anni con Bob, il rapporto con la madre defunta è sempre stato un singhiozzare di offese e reprimende. Non ha problemi con Jim, il fratello sano e di successo, quello di cui ti puoi fidare e a cui ti affidi quando le cose vanno male.
E quando vanno male, vanno male sul serio. A una trentina scarsa di pagine dall'inizio del romanzo, il figlio di Susan, Zachary, lancia una testa di maiale sanguinante nella moschea di Shirley Falls durante il Ramadan, e Susan ha bisogno di aiuto per sapere cosa fare.



Shirley Falls è nel Maine, e il Maine non è New York. A volte ce lo dimentichiamo, di quanto gli Stati parte degli USA siano diversi tra loro, anche agli antipodi. Forse ora ce ne rendiamo conto un po' di più, perché la vernice brillante che ricopriva gli USA si è scrostata col tempo, e tra i diabetici che muoiono perché non possono permettersi l'insulina, i diritti umani dei migranti sminuzzati e l'aborto sempre meno legale, beh, al sogno americano non ci crede più manco Sandman.
Elizabeth Strout è nata nel Maine nel 1956, ma ne è fuggita per stabilirsi a New York. Io da Torino un po' la capisco, e credo che provi verso la sua città natale quello che proviamo tutti noi che siamo espatriati dalla provincia. È un sentire strano, un po' malinconico e un po' orripilato per quegli orizzonti troppo vicini, che sembrano finire subito. Shirley Falls è il paesino di provincia archetipico, e credo che Elizabeth ne abbia scritto dopo essere scesa a patti col suo distacco, - è tornata a volergli bene, è riuscita a capirlo.
Ad ogni modo, Shirley Falls è nel mezzo di una crisi sociale; è diventata la meta di una grossa fetta di profughi somali, e sappiamo bene che la Somalia è uno dei paesi messi peggio in tutta l'Africa; guerra civile, povertà, un inquinamento dei mari che rende impossibile la pesca, la fame, la pirateria etc. La gente che arriva dalla Somalia viene dall'inferno, e ha difficoltà a integrarsi. Vive una vita separata da quella degli abitanti di Shirley Falls, ma questo non vuol dire né che diano problemi né che gliene vengano dati. La comunità somala ha una vita tutta sua, parallela.



Il gesto di Zachary è deplorevole, e a nessuno viene in mente di definirlo altrimenti. L'idiozia del suo gesto è così palese da apparire lapalissiana, è sotto gli occhi di tutti. Ha fatto una stronzata, e deve pagare, ma quanto deve pagare? O meglio, quanto può permettersi di pagare? Ha diciannove anni, nessun amico, e se gli si chiede perché ha fatto quello che ha fatto, non sa rispondere. Scavando a fondo, qualcosa riesci a capire, e quello che capisci ti fa venire voglia di dargli uno scappellotto e abbracciarlo, non di lanciarlo in galera. È quello che vede Bob, e quello che vede Abdikarim, un anziano somalo che fa da voce all'intera comunità all'interno del romanzo.

I ragazzi Burgess parla di come Jim e Bob siano fuggiti da Shirley Falls, di come Susan sia rimasta, della vita matrimoniale di Jim e Helen, del costo del successo, di quanto sia difficile vivere in un paese che non è il nostro. Parla di famiglia e legami, e di giustizia nel senso più ampio e umano del termine; di Bob che vive per fare ammenda. Bob mi ha dato molto da pensare. Sono certa che Elizabeth abbia amato davvero un Bob nella sua vita. Così forte da essere debole, così buono da essere spietato. È un modello cui aspirare, dall'inizio alla fine del libro. Se avessi metà della fibra morale di Bob, mi andrebbe bene pure essere una mezza alcolista.

lunedì 10 giugno 2019

Breve storia dei trattori in lingua ucraina di Marina Lewycka

Breve storia dei trattori in lingua ucraina di Marina Lewycka, dunque. Edito da Mondadori nel 2005, traduzione di Luigi Maria Sponzilli, è quello che si definirebbe un long seller; un romanzo che per una qualche imperscrutabile ragione continua a essere letto e consigliato, ci sarà sempre un lettore che da qualche parte userà il suo micragnoso profilo social per parlarne, rimettendolo in circolo, facendolo scoprire ad altri lettori e così via. Non è grazie a Mondadori, se questo romanzo continua a saltare fuori; è tutto merito del romanzo in sé.



Che idea me ne ero fatta, prima di prenderlo in biblioteca durante uno dei miei raptus che di norma culminano nel blocco della tessera per il ritardo accumulato nella restituzione dei prestiti? Nessuna; immaginavo che sarebbe sbucata fuori l'Ucraina, questo sì. Cosa c'entrassero i trattori, non me lo chiedevo neanche, anche se riflettendoci sopra più di dieci secondi mi sarei potuta facilmente figurare un'ambientazione fresca e bucolica, ettari di campi arati, infinite distese di grano e via dicendo.

Invece no, Breve storia dei trattori in lingua ucraina è ambientato in Inghilterra, più precisamente a Londra e nei suoi dintorni. La protagonista e narratrice è Nadia, una donna vicina alla cinquantina che un paio di anni prima dell'inizio della storia ha seppellito sua madre. Il padre è rimasto solo nella casa circondata dal rigogliosissimo orto della defunta moglie, con la Grande Sorella – in quanto maggiore, e in quanto con lei si sente sempre rimpicciolire nel tempo, forzata nell'antica concezione di figlia piccola, eternamente condannata a non superare i cinque anni – non parla da anni per orribili questioni di lasciti ereditari. Nadia vive col marito Mike, insegna sociologia, ha una figlia grande che ha appena iniziato l'università. Tutto normale, finché una novità imprevista non spazza via la routine.



Il padre intende risposarsi con una donna di 36 anni conosciuta in un club per ucraini espatriati; Nadia non lo accetta, subodora immantinente le mani della promessa sposa allungate sulla casa del padre, sulla sua magra pensione, sui risparmi faticosamente messi da parte dalla madre quando era in vita. Non lo accetta e chiama in suo aiuto Vera, la Grande Sorella. E le cose, ovviamente, si mettono in moto.

Questo romanzo raccoglie due tematiche belle forti, che non lottano per predominare l'una sull'altra, ma che piuttosto si integrano e si spiegano a vicenda. Ci sono i legami famigliari che si sfilacciano e si stringono di nuovo tra Nadia e Vera, tra Nadia e suo padre; tutta la questione del “cosa fare con un ingrato genitore ormai anziano e un po' rimbambito?”, estranea ai lieti fini che si interrompono prima degli acciacchi, dei pannoloni, del trittico preso la sera lontano dai pasti. E poi c'è l'Ucraina durante e dopo la Seconda guerra mondiale, ci sono i campi di lavoro, c'è la fame. Nadia è nata dopo la guerra, quei campi non li ha mai visti; Vera era piccola, ma ricorda. Ricorda anche troppo.

E poi c'è la storia del trattore, negli studi che il padre di Nadia e Vera porta avanti da una vita, un importante trattato sull'influenza che il trattore ha avuto nello sviluppo economico e sociale dell'Ucraina. Da qui viene il titolo, e parrebbe marginale, - peraltro i pochi stralci che troviamo di quel libro sono pure parecchio interessanti.



Il tono è stranamente lieve, leggero, colloquiale. Non si avverte la pesantezza della vita in famiglia quando si fa difficile, men che meno l'orrore della storia. A volte fa stare male, ma è un ricordo che soffia lontano e non piomba come un macigno. Questa storia Nadia potrebbe raccontarcela prendendo il caffè – anche due o tre caffè, non è una storia cortissima – inframezzandola con risate e battute di spirito. Se fosse Vera a raccontarla, sarebbe tutto diverso, ma il dado della narrazione è stato tratto, per cui... beh, a me è piaciuto. E lo consiglio. Sta a me, evidentemente, ricoprire il ruolo del lettore che casualmente, a più di dieci anni dall'uscita, decide che è il momento di parlarne.

mercoledì 5 giugno 2019

Madre Nostra di Stefano Paparozzi

Da brava conoscitrice dei miei polli – intesi come editori che cercano di ridurre l'invenduto per questioni sia economiche che logistiche – attendo ogni anno l'ultimo giorno del Salone del Libro per fare i miei acquisti. D'altronde anche gli editori conoscono i loro polli – dicasi i lettori con problemi di gestione delle finanze – e lanciano ghiotte esche promozionali; 3x2, 50% sul prezzo di copertina, sconto calcolato sulla simpatia o sul “presto che dobbiamo chiudere gli scatoloni”.
Quest'anno ho trascorso le ultime ore del Salone del Libro a dilapidare un patrimonio e a infastidire Giorgio e Marco di Zona 42, che ho intervistato dopo la chiusura della fiera insieme a Andrea di Edizioni Hypnos. È anche l'ultimo stand cui ho fatto acquisti – con una scontistica imbarazzante e un volume regalato, ero rimasta così a secco che Giorgio si è offerto di offrirmi il biglietto della metro, mannaggia a me e a quando mi è partito l'acquisto compulsivo, mi sono fatta due settimane a pasta e scatolame.
Dicevo che gli ultimi acquisti li ho fatti alla Zona; Cenere di Elisa Emiliani, Ad Astra di Antonio de'Bersa (il graditissimo omaggio) e Madre Nostra di Stefano Paparozzi, che sarebbe poi il romanzo di cui chiacchiererei oggi.



Per un certo periodo se ne è parlato parecchio; vedevo spuntare qua e là la copertina, titoli entusiastici di recensioni che non leggevo per non rovinarmi la sorpresa. Avevo colto un unico punto, certamente centrale, della trama: la protagonista rimane incinta autonomamente, dal nulla. In che modo la questione venisse affrontata, non lo sapevo. Da quale angolazione, prospettiva, con quale linguaggio. Non ho letto neanche la quarta di copertina, mi sono buttata su Madre Nostra senza avere una vera e propria idea di quanto vi avrei trovato.

Il romanzo coincide perlopiù con il diario della protagonista Miriam, quello che la psicologa le ha consigliato di tenere per sfogarsi e analizzare a mente fredda la sua situazione. Brevi e rari intermezzi del biografo di Miriam, detta la Madre delle Moltitudini, forniscono una chiave di lettura e una contestualizzazione più precisa. Fin dall'inizio, grazie al biografo, sappiamo che Miriam acquisterà una fama controversa, che si ritrarrà dalla chiesa che fonderanno in suo nome. Che il suo diario era inizialmente su carta e poi è passato a un file word, che la stessa Miriam ha rivisto più volte.
Alla prima gravidanza, Miriam ha appena dodici anni e la reazione della famiglia è esattamente quella che ci si aspetterebbe: prove e controprove in ospedale e poi via in questura a cercare di fare chiarezza. Straziante la parte in cui Miriam si rende conto dei sospetti che ricadono sul fratello maggiore, e delle ripercussioni che questi sospetti hanno su di lui, un ragazzino di quindici anni. Miriam porta avanti la gravidanza, partorisce Gloria e intanto va avanti con la sua vita. Ha un'amica del cuore, Vanessa, si iscrive con lei al liceo, si innamora di un amico del fratello. E poi resta di nuovo incinta, sempre di una bambina. Questa volta il caso approda alle grinfie della stampa e Miriam diventa suo malgrado una celebrità. Un istituto privato si offre di studiare il suo problema, in cerca di una soluzione per lei e di un rimedio contro la sterilità. La figura della psicologa diventa per lei centrale, e col tempo si aggiungono altre figure che la guideranno poco a poco nell'accettazione di un culto a suo nome.



Sia chiaro, non ci sono enormi complotti sotterranei, enigmi e fughe precipitose. Miriam è una ragazza normale, la sua famiglia è normalissima e il modo in cui sono condotte le ricerche sul suo caso non ha nulla di improbabilmente sospetto; Paparozzi non ha voluto raccontare una storia su un complesso impianto di intrighi sorretti dall'inconsueta capacità di Miriam. Paparozzi ha preso un'incongruenza biologica che nella nostra cultura è investita di un significato religioso immediatamente riconoscibile, e l'ha impiantata nella vita di una ragazzina che non ha nulla di inconsueto. Miriam è una normalissima adolescente, e poi una normale donna che si deve confrontare con una situazione inedita che influenza in modo pervasivo la sua vita, e lo fa con l'aiuto di un diario personale che è il romanzo che andiamo a leggere.

Mi chiedo se Paparozzi non avrebbe dovuto o potuto osare di più, scrivendo Madre Nostra, per quanto riguarda le grandi e piccole cose umane che acquistano un'importanza mai vista per chi le vive. Quello che Miriam racconta sul diario è spesso collegato alle sue gravidanze, il che ha senso, perché condizionano irrimediabilmente le sue giornate; eppure non riesco a fare a meno di chiedermi se la gravidanza non abbia fagocitato parte di quello che sarebbe stato il vissuto quotidiano di Miriam, quello spicciolo di fattarelli, ipotesi, simpatie e antipatie.

Non che Madre Nostra sia spoglio di tutto tranne che delle gravidanze di Miriam, anzi. È fatto di Miriam e del suo rapporto coi genitori, col fratello, la psicologa, i fondatori del suo culto – la Madre delle Moltitudini. Forse mi scoccia soltanto che Miriam non abbia avuto una vita normale.