lunedì 22 aprile 2019

I provinciali di Jonathan Dee - Una recensione alla lontana

Dunque, vediamo. Qui la prendiamo alla lontana sul serio. Ma di brutto.
C'è questa amica di mia madre, chiamiamola Lola, con una figlia ormai maggiorenne, chiamiamola Nona, che quando ci siamo conosciute avrà avuto sì e no quattro anni. Il tempo vola come un dannato, diamine. Dunque, c'era Nona, ai tempi, che sale sulle ginocchia di un'amica di sua madre, la fissa tutta concentrata e le dice “Certo che sei proprio brutta”, senza cattiveria, constatando un semplice dato di fatto. La tizia in questione ha risposto ridendo sgangherata, con la grazia tipica di chi cresciuto sul limitare tra Liguria e Toscana – chiusi e grezzi, siamo insopportabili – e non se l'è presa. Dopotutto Nona era una bambina, e diceva quello che pensava fosse vero, probabilmente seguendo il veto collodiano sulle bugie. Ed è anche in luce di questa sua crudele onestà che quando qualche tempo dopo ci siamo ritrovate a chissà quale Festa dell'Unità e mi ha detto che “da grande sperava di diventare come me” le ho creduto e non ho pensato a una spudorata ruffianaggine. E dire che all'epoca sarò stata appena diciottenne, e mi sentivo mostricciattolo molto più di quanto non fossi; però Nona era sboccata e sincera, e quel complimento mi è rimasto impresso, perché sentivo di poterci credere.



Lo dicevo che l'avrei presa alla lontana, no? L'assunto cui tenevo ad arrivare è che da bambini ci insegnano a non mentire. Le bugie sono il male, la verità è il bene e più o meno è con quest'idea in testa che ci approcciamo al mondo. Eppure più andiamo avanti e più si impara che no, le bugie si dicono eccome. Anzi, si devono dire. Crescendo i rapporti umani diventano più complessi e sfaccettati, anche e soprattutto quelli più stretti, ci si vede costretti a mantenere un equilibrio tra detto e non detto fatto di cavoli propri, cavoli altrui, contesto, tempistiche, umori etc. I rapporti umani sono un casino e non mi capacito di come l'eremitaggio sia visto tuttora come una soluzione estrema.

I provinciali di Jonathan Dee, appena uscito per Fazi nella traduzione di Stefano Bortolussi. Consigliato da Elizabeth Strout, da George Sanders, da Richard Ford – ma io di questa terzina dorata ho letto solo la Strout, e del suo parere mi fidavo ciecamente. E mi chiedevo come mai, visto che il primo capitolo mi aveva vista arrancare, tanto più che avevo già cassato un altro libro speditomi da Fazi e mi sarebbe dispiaciuto ripetere così, senza intervallo. Il capitolo in questione, il primo, era scritto dal punto di vista di un tizio insopportabile; 'sto saputello nichilista guardone cleptomane forse pure mezzo tossico, non ricordo. Raccontava di questa sua giornata vissuta attraverso un filtro di profondo fastidio nei confronti del'universo-mondo, subito dopo l'11 settembre. New York annichilita, gli USA improvvisamente sconfitti nel morale al primo colpo. Era stato truffato, e aveva appuntamento con un avvocato e non sopportava quell'aria da martire sconvolto di chi gli stava intorno. Nello studio dell'avvocato – assente – si presenta anche un altro gonzo, Mark Firth, e il tizio pensa bene di agganciarsi a lui e di fregarlo doppiamente.
Da qui in poi, la narrazione passa a Mark e poi ad altri abitanti della sua cittadina, Howland, un angolino di Massachusets periferico, sede di svariate seconde case, di un ufficio postale appena raffazzonato e con un consiglio comunale quasi ufficioso, il classico paese piccolo in cui tutti conoscono tutti.

Ecco, la cosa strana è che pur con tutti i personaggi che trovano la loro voce in I provinciali, - e sono tanti – le uniche voci lucide, al netto del narrato, sono quella della figlia di Mark, Hailey, e dello spostato del primo capitolo.
Howland è una cittadina di dimensioni ridotte, ma è pur sempre l'America, col suo sogno americano e quella tendenza al successo che è costato al mondo intero una crisi economica che non è ancora finita, resa possibile da una predisposizione sociale all'incoscienza finanziaria. Gli USA come terra della promessa, in cui tutti possono farcela se si impegnano, basta solo essere abbastanza audaci da osare etc. Howland, anche se è piccola, non difetta in ambizione. Soprattutto quando diventa la dimora di un magnate della finanza, un certo Mr Hadi, che farà da catalizzatore delle speranze e delle possibilità ideali di Howland.



Ma siamo ancora nel 2001, all'inizio del romanzo – che termina proprio all'inizio della crisi – e nessuno ancora parla di bolla edilizia e mutui subprime. Ci sono Mark e sua moglie Karen, pignola e insoddisfatta. Non che Mark sia poi tanto meglio, l'inossidabile Mark, che il tizio del primo capitolo ci ha descritto come un “bullo ripulito”, o qualcosa del genere. C'è Gerry Firth, il fratello difficile di Mark, che scrive rabbiosamente sul suo blog anonimo; c'è la loro sorella Candace, che potrebbe essere l'altra voce lucida e cosciente del romanzo, se non fosse che sembra più assistere agli accadimenti, che prendervi una parte attiva. Ci sono i consiglieri comunali, il rissoso Barrett che lavora a chiamata per Mark. Mark ristruttura case, e gli piace quello che fa. Le rende belle, ricercando con cura la mano dei professionisti e rari pezzi d'epoca. Ma a Howland è arrivato Hadi, di una ricchezza così incurante e spropositata che possiamo definirla solo incalcolabile, e Mark gli ristruttura la casa, e stando a stretto contatto con lui decide che quello che ha non gli basta più.

Non è proprio come se Mark cambiasse, piuttosto è come se si risvegliasse qualcosa che aveva già dentro, quella strana convinzione di meritare qualcosa di più solo per il fatto di esistere, quella fame divorante che non si può saziare. Vai a capire. Ma non è solo Mark a cambiare, è tutta Howland. Sono le persone che gli stanno attorno, o personaggi più periferici. Il punto, in questo romanzo, è sviscerare la natura del sogno americano, di quello che fa alle persone. E insieme di puntare una luce abbagliante sulle menzogne che ci raccontiamo o che tendiamo a raccontarci. A lettura ultimata ho raggiunto la mia coinquilina in cucina e le ho detto che avevo capito un aspetto importante dell'essere adulti, che crescendo non smettiamo di raccontarci favole, sono solo molto più noiose. Lei mi ha guardato come fa sempre quando le mostro la mia Ovvietà del Giorno, perché lo sapeva già. Io imparo più lentamente, che ci devo fare.



Perché Howland è un po' un disastro annunciato. Leggi di questi personaggi che si fanno prendere dalla foga del guadagno facile, e intanto osservi le dinamiche sociali e relazionali, di come uno si dica di essere un certo tipo di persona e giustifichi le proprie azioni con una selva di eccezioni, vedi prese di posizione e subito dopo piccole vigliaccherie. E diamine, è anche così che si va avanti, raccontandosela un po'; ma è spietato, il modo in cui Jonathan Dee ce lo schiaffa in faccia.

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