domenica 31 gennaio 2016

Blog e Case Editrici - Un fugace elenco di consigli

Io non dovrei scrivere questo post. Perché ho davvero un sacco di cose da fare, pure di una certa pressante importanza. Però è un po' che mi frulla in testa, e soprattutto non voglio lasciare passare una settimana tra un post e l'altro, quindi via, scriviamolo ora che ho un cicinin di ispirazione. Tra l'altro, parliamoci chiaro, quale momento migliore per chiacchierare di siffatto argomento?
Sono diverse le case editrici che hanno compreso, ultimamente, quanto possa tornare utile avere un blog ufficiale di riferimento, sul quale pubblicare interviste, notizie, stralci di racconti. Un tempo c'era giusto Minima et Moralia, blog della Minimum Fax. Poi se ne sono aperti altri. E qui, magari, vi offro un allegro – e poco impegnativo – elenco.


Biancamano2 è il giovanissimo blog di Einaudi. E intendo davvero “giovanissimo”, avrà aperto sì e no una settimana fa. La grafica ricalca perfettamente la collana di narrativa straniera cui fa riferimento. Non sono una grande fan delle copertine Einaudi, preferisco il colore all'eleganza, ma apprezzo la coerenza con cui il progetto grafico viene portato avanti.



Sotto il vulcano è il blog di Sur. Ed è davvero bello. Pieno di articoli e interviste sui loro autori, ma non solo. C'è un articolo di Mira Jacobs sulla letteratura e le minoranze etniche che ho trovato veramente interessante, e si tratta di un'autrice che in Italia è pubblicata da Neri Pozza. E un articolo su David Foster Wallace e il linguaggio dei blurb. Quindi sì, quello di Sur è un blog da seguire. Ci faccio un salto ogni volta che sono in cerca di notizie.

Stoner è il blog di Fazi, attivo già da diversi anni. È un bel blog, anche se gli articoli si limitano ad autori e argomenti direttamente collegati alla casa editrice. Ma considerando che le pubblicazioni Fazi sono spesso interessanterrime...

Senzazucchero è il blog di Del Vecchio, che propone articoli, recensioni e approfondimenti dedicati esclusivamente alle proprie pubblicazioni. Non posso fare a meno di sottolineare pure qui la potenza grafica. Ho un debole per la Del Vecchio, visivamente parlando. In realtà pure dal punto di vista tattile, adoro le copertine un po' cartonate e un po' morbide. Soprassediamo.

Weirdiana è il blog di Edizioni Hypnos, una casa editrice relativamente giovane, votata alla letteratura di genere – horror, weird, gotico... - e nonostante la grafica poco avvincente – un peccato, considerando quanto siano ganze le loro copertine – c'è da encomiare il fatto che pubblichino e linkino articoli a prescindere dal legame diretto con la casa editrice. Anzi.

Sono certa che ce ne siano altri, sicuramente mi sto dimenticando fior di blog. D'altronde, scorrendo questo scarno elenco, si potrebbe pure ipotizzare che si tratti soltanto di un post funzionale alle mie sordide trame. Un accenno, giusto per instillare un barlume di dubbio, che il Progettone Super Segreto che nomino di tanto in tanto su facebook s'accinge a realizzarsi. Chi può dirlo?

(No, nulla di così astuto. È solo che non mi vengono in mente altri blog. Ma se vorrete consigliarmene, sarò ben lesta ad aggiungerli.)



Aggiungo in seguito a una provvida segnalazione Gli appunti di Mur, blog della casa editrice Plesio. Non che non conoscessi il blog o la casa editrice, anzi, lo seguo da un bel po', ma finora l'avevo sempre visto più come il blog personale in cui l'editorA chiacchierava delle proprie esperienze lavorative che come la voce ufficiale di Plesio. Dopo una visita più attenta debbo ricredermi. Gli appunti di Mur chiacchiera dell'esperienza Plesio, dedita al fantasy, al fantastico e alla fantascienza.

venerdì 29 gennaio 2016

Piccoli scorci di libri #57

Scritto sulla tua terra di Mauro Libertella – traduzione di Vincenzo Barca – Caravan Edizioni, 2015

Facci sapere cosa ne pensi, ci teniamo”, mi scrivono le Caravan, sotto il ringraziamento che ho lasciato sulla loro pagina facebook. Un paio di giorni fa è finalmente giunto tra le mie mani uno dei pacchi con gli acquisti che avevo commissionato a Irene-Nereia (qui il suo sfavillante blog) per la fiera romana Più libri, più liberi. E dentro c'era un mio acquisto – Whisky e chicchi di caffè di Ferran Torrent, Gran via Edizioni – e Scritto sulla tua terra, oltre che il volutissimo Alle fanciulle e alle figlie del popolo di Anna Maria Mazzoni, ultima uscita della collana femminista di Caravan. C'era che a Irene avevo detto, per quanto riguarda la Caravan, “Scegli tu, stupiscimi”, o qualcosa del genere, perché Caravan partecipava a Blog Notes (qui per capire cosa sia) e Irene ha passato un sacco di tempo nello stand. È andata che mi hanno regalato, da recapitarmi, entrambi i libri che ho citato. Questo compreso. Non sono un granché nei ringraziamenti, ma ancora grazie mille, Caravan Girls.
Dunque, il libro. È un libriccino piccolo, corto, di nemmeno cento pagine. Racconta, in sostanza, il lutto di Mauro, figlio di Hèctor Libertella, che in Argentina è uno scrittore famoso, e che qui forse arriverà prima o poi. Mauro racconta del padre, del suo rapporto con l'alcol, di quello che rimane di una vita che è arrivata alla fine. Del rapporto di Hèctor con la morte, soprattutto negli ultimi tempi. Della sua dignitosa resa.
Parla anche di sé, Mauro, attraverso la figura del padre. Perché Mauro vuole scrivere, ma teme il peso del nome Libertella, che Hèctor ha caricato di significati e aspettative. Dev'essere dura fare i conti con un'eredità del genere.
E dunque, in realtà non c'è molto altro da dire. È la storia di Mauro, un ventitreenne cui è morto il padre, e cerca di fare i conti con la sua perdita scrivendone. Lo stile è chiaro, pulito, scorrevole. La prospettiva è realistica, non ci sono quegli spostamenti verso l'irreale che ci si aspetterebbe da uno scrittore sudamericano.
Dicevo all'inizio che le Caravan Girls mi hanno chiesto di far loro sapere cosa ne pensavo. Ecco, qui cito la stessa risposta che ho lasciato sulla loro pagina.
L'ho letto tutto in due mandate, con l'influenza e gli occhi che bruciavano.”
Penso sia una risposta esplicita.

Il libraio che imbrogliò l'Inghilterra di Roald Dahl – traduzione di Massimo Bocchiola – Guanda, 2009

Questo libriccino mi è stato regalato per la laurea. Diciamo che era il regalo da scartare, a fronte di un regalo enorme di cui ancora non mi sono appropriata – più o meno – in quanto immateriale. Ne parlerò sicuramente, ma non ora. Comunque ho gli amici più belli del mondo. Invidiatemi.
Io adoro Roald Dahl. Lo adoravo da piccola, quando mi sono divorata tutti i suoi titoli nella collana degli Istrici, e gli ho voluto un sacco di bene quando Longanesi ha pubblicato, qualche anno fa, Lo zio Oswald, di genere assai diverso. Questi due racconti mi mancavano, ed era veramente un peccato. Sono geniali. Brevi, assurdi e geniali.
Il primo racconta di William Buggage e della sua segretaria, ufficialmente proprietario di un negozio di libri usati e rari. Principale occupazione, truffatore.
Nel secondo si assiste alla reazione di un genio della meccanica ai continui rifiuti con cui le riviste letterarie rispondono ai suoi racconti.
Sono entrambi racconti grotteschi e cinici, cattivi. Mostrano la pochezza dell'animo umano, personaggi privi di dignità e rispetto per il proprio mestiere, perfino per ciò che dovrebbero amare. E nello stesso tempo sono due racconti che lasciano col sorriso sulle labbra, e un po' di amaro per non aver mai avuto l'occasione di conoscere Roald Dahl in vita. 

domenica 24 gennaio 2016

Dietro la scena del crimine - Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni

Di questo libro ho già parlicchiato, anche se ai tempi non l'avevo ancora letto. Trattasi di Dietro la scena del crimine – Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni, fresco da Las Vegas. Ne avevo chiacchierato qui, dopo aver assistito alla presentazione al Circolo dei Lettori.
Ero uscita dalla presentazione divertita e un po' spiazzata dal mio stesso divertimento. Mi chiedevo se il libro sarebbe stato all'altezza dell'incontro, leggero e informativo, macabro e scanzonato. La risposta è sì. A parte il finale, se così vogliamo chiamarlo, visto che trattasi di un'opera di saggistica. Gli ultimi capitoli, tra Dahmer, Gain e Bundy, perdono la patina di spensieratezza e calano più sulla ferocia.
C'era una cosa che non avevo capito del libro, nonostante me ne avesse parlato Carlotta – la Signora Las Vegas – e nonostante avessi seguito con ininterrotto interesse alla presentazione. Dietro la scena del crimine non è solo un'opera che vuole fare luce sulle differenze tra le scienze forensi nelle fiction e la realtà dei fatti. Dietro la scena del crimine vuole anche essere un manuale per la scrittura di gialli e thriller; se uno vuole scrivere di delitti, è bene che lo faccia tenendo presente gli errori in cui può incappare. Vuoi perché i media ci mostrano un modello di indagine che non cambia quasi mai da una serie tv all'altra, vuoi perché certi aspetti li diamo ormai così per scontati che non ci prendiamo la briga di fare le dovute ricerche, ma chi cerca di scrivere gialli – e l'autrice qui cita un paio di esempi azzeccatissimi – spesso fa degli errori davvero grossolani. Non soltanto errori puramente narrativi o strutturali, proprio errori di scienza forense o di ambientazione.
Per dire, se tu vuoi che una persona muoia uccisa con un veleno, tu quel veleno lo devi conoscere. Devi conoscerne l'odore, il sapore, sapere se si scioglie nell'acqua, e se sia rilevabile a un'analisi superficiale. E devi anche sapere come e dove ci se lo può procurare, quali effetti ha sulla vittima, quanto tempo occorre perché ne provochi la morte... tutto. Gli strumenti per uccidere, se vuoi scrivere di delitti, devi conoscerli bene. Magari non tutti, ma almeno quelli che decidi di utilizzare nella storia, che diamine.
Sono elencati altri errori, meno ovvi. La condizione del cadavere, quello che ci si può aspettare dalla putrefazione, dal rigor mortis, dal sangue. Un sacco di elementi che sarebbe bene il caso di studiarsi, prima di piazzare un morto sulla scena, e soprattutto prima di farlo analizzare da quello che dovrebbe essere un esperto.
Cristina cita diversi esempi, presi soprattutto dalle serie televisive. Cita ad esempio Rust Cole, detective “dannato” della prima stagione di True Detective. Apro e chiudo immediatamente la parentesi, sperando che la McMusa, che ha presentato il libro insieme all'autrice al Circolo dei Lettori e che ha difeso a spada tratta Rust, non legga mai. A me Rust non piaceva, come personaggio. Era troppo dannato. Troppo noncurante per prendersi il disturbo di sproloquiare sull'umana sorte. Quando filosofeggiava mi cascava tutta la credibilità. Il primo True Detective mi è piaciuto, ma penso di essere tra i pochissimi che hanno preferito di gran lunga la seconda stagione. Chiusa parentesi.
Cristina, dicevo, prendeva ad esempio True Detective per lamentare delle eccessive libertà che si prendono gli sceneggiatori. Non dovrebbe fumare, ad esempio, sulla scena del crimine. E non si dovrebbero fare avvicinare i personaggi a un cadavere già bello frollato come se stessero entrando nella fabbrica degli Arbre Magique. Per non parlare delle stazioni di polizia che avrebbero più senso in Star Trek che in quella che vorrebbe essere una rappresentazione della reale routine investigativa.
È un libro ganzo. Non leggo molta saggistica, tutt'altro. Banalmente, perché di rado incappo in un argomento che mi interessi abbastanza da supplire alla mancanza di una trama. Potrei continuare a elencare quello che ci si trova, e gli errori che evidenzia, ma non avrebbe poi troppo senso.

È un libro per chi vuole leggere e scrivere bene di morti ammazzati e per chi a prescindere si interessa di criminologia. E diamine, lo consiglio assai.

mercoledì 20 gennaio 2016

Breve storia della Bibliogenesi - Prefazione

La bibliogenesi mi è spuntata in testa un paio di giorni fa, mentre mi facevo la doccia. Non l'ho fatto apposta, non l'ho cercata né chiamata. Ignoro se siano stati i vapori a ottenebrarmi la mente, ma tant'è, ormai è qui, e si ricollega a due racconti che avevo pubblicato sempre qui diversi mesi fa, Intervista a Victor Frankenstein - a mio dire tralasciabile - e Intervista a Lord Ruthven - che invece mi piaciucchia.
Questa prefazione a un ipotetico manale di Bibliogenesi va a corredare, insieme a futuri capitoli, le interviste ai personaggi letterari che mi affollano il cervello e la cartella "racconti" nel pc.
Se non avete altro da fare, buona lettura.

...


Dicasi bibliogenesi (o papirogenesi) il processo che provoca il manifestarsi di personaggi letterari nel mondo reale, in forma materica, conformemente alle caratteristiche attribuitegli dall'autore e dai lettori. Lo studio del fenomeno, di riconosciuta e innegabile rilevanza nel mondo accademico e non, presenta ad oggi numerose difficoltà, una delle quali è l'impossibilità di prevedere in anticipo dove e quando avverrà una bibliogenesi.
La bibliogenesi del Conte Dracula (Dracula, Bram Stoker, 1897) è stata attesa dai suoi seguaci e dalle equipe di diverse facoltà letterarie (Oxford, Yale, Birmingham per citare le più impegnate) per decenni, a partire dal 1997, l'anno in cui il fenomeno è stato accettato dalla comunità letteraria e scientifica internazionale, dopo l'apparizione dei coniugi Darcy (Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen, 1813) nel 1996 nell'ultima dimora dell'autrice, a Chawton, nell'Hampshire e in seguito alla comparsa di Margaret Hale (Nord e Sud, Elizabeth Gaskell, 1855) in un campo d'erica di Helstone, Cornwall, sul finire del 1995. Tuttavia, nonostante gli sforzi profusi dagli appassionati della letteratura gotica e vampirica e delle facoltà universitarie coinvolte, la bibliogenesi del Conte è rimasta priva di testimoni, avvenendo con un forte ritardo rispetto all'inizio del pattugliamento delle zone considerate più probabili per la comparsa del suddetto personaggio, e in tutt'altro luogo.
La bibliogenesi di Dracula ha comunque il merito di aver portato all'attenzione degli studiosi il forte legame dei lettori con la bibliogenesi del personaggio; ad essere controllati erano state la località di Whitby, le rovine in Transilvania e i luoghi considerati più cari al defunto autore, mentre il personaggio si è materializzato a Culver City, in California, nelle vicinanze degli studi cinematografici in cui veniva girato il pluripremiato Dracula di Bram Stoker (Francis Ford Coppola, 1992).
Un'altra delle difficoltà che ostacolano lo studio del fenomeno è di natura squisitamente burocratica; trattasi dell'ampliamento ai personaggi letterari – incarnati – del diritto alla privacy e alla creazione di uno speciale programma per la salvaguardia della loro vita privata, analogo ai programmi di protezione testimoni. Promotori della legge, che infatti porta il nome di Legge Pemberley, sono stati i coniugi Darcy, la cui vita risultava stravolta dalla loro fama, oltre che dalle straordinarie differenze sociali e tecnologiche che intercorrono tra l'Inghilterra dei giorni nostri e l'Inghilterra dell'epoca Regency in cui Jane Austen li aveva collocati all'interno della loro opera-fonte.
Fortunatamente non tutti i personaggi letterari si negano all'attenzione del pubblico, e molti si prestano più che lietamente alle domande degli studiosi e dei loro ammiratori. Purtroppo pochi sono in grado di dare una descrizione credibile ed esauriente della propria bibliogenesi; Don Chisciotte (Don Chisciotte della Mancha, Miguel de Cervantes, 1605) è notoriamente poco attendibile, così come lo aveva voluto l'autore cui se ne dobbiamo la creazione; il personaggio avrebbe raccontato di essersi risvegliato da un sonno incantato grazie al bacio di una soave fanciulla, e di aver combattuto coraggiosamente contro “un'orda di spiriti d'incontrollata e venefica malignità”, termini con cui molto probabilmente venivano indicati gli inservienti del servizio sanitario nazionale che avevano risposto alla chiamata della donna – che ha preferito rimanere anonima – nel cui cortile il personaggio si è materializzato, nella periferia di Algeri.
Tralasciando il caso piuttosto peculiare di Don Chisciotte, si è potuto osservare nel corso delle interviste cui molti personaggi hanno acconsentito a sottoporsi, che nessuno conserva chiari ricordi della bibliogenesi. Tutti fanno riferimento a una sensazione fresca sulla pelle, citando le parole di Dorothea Brooke (Middlemarch, George Eliot – alias di Mary Ann Evans, 1874) “come di una brezza che ti asciuga la pelle”. Una rilevante percentuale dei personaggi incarnati intervistati ricorda di essersi sentito ricoperto da una sottile, non fastidiosa, trama umida e appiccicaticcia, incolore e inodore; tuttavia, la stessa non è mai stata notata durante alcuna visita, né da coloro che si sono trovati faccia a faccia con un personaggio appena materializzatosi. I personaggi hanno l'impressione di avere appena concluso le loro faccende, esattamente laddove il libro si interrompe, quando si risvegliano. Ad esempio, per Lady Catherine de Bourgh (Orgoglio e Pregiudizio) Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy si erano appena sposati, quando si è risvegliata a Burghley House, Lincolnshire1, nel 2007.
Se rimane tuttora difficile fornire una spiegazione scientifica della bibliogenesi, si può comunque iniziare a studiare il fenomeno partendo dagli aspetti che contraddistinguono i vari fenomeni: pare pacifico affermare, prima di tutto, che essa avvenga in un luogo che sia stato caro all'autore, ai lettori o al personaggio stesso. Questo rende difficile prevedere dove avrà luogo una certa bibliogenesi, come si è potuto osservare nel caso di Dracula, e tuttavia possiamo già affermare che esista una certa circoscrizione; il luogo della bibliogenesi dovrà avere un qualche legame col personaggio, che sia diretto (che si ritrovi dunque nell'opera fonte) oppure indiretto (nel caso sia un legame con l'autore o con la comunità dei lettori).
Una particolare caratteristica della bibliogenesi è che raramente ne sono soggetti personaggi letterari antecedenti alla metà del XVIII secolo. Secondo la critica letteraria e storica Rebecca Weiss (Con gli occhi sul calamaio e la mano sulla pagina, Edizoni della penna, 2001) questo sarebbe dovuto al cambio del focus nella produzione dei contenuti narrativi, che è passato dalla trama al personaggio. Come ricorda la studiosa, l'eredità dell'illuminismo si sarebbe abbattuta sulla letteratura provocando l'ascesa del personaggio come centro del romanzo, così come l'uomo ha spodestato il divino dal centro del mondo, provocando una maggiore cura nella costruzione di individui – narrativi – completi nella struttura caratteriale, in grado di muoversi nel mondo esterno come all'interno della propria storia, di evolversi e di riempire autonomamente i buchi lasciati necessariamente aperti dal narratore.
A suffragare la teoria di Weiss riguardo alla necessità di una struttura caratteriale complessa come requisito necessario per la bibliogenesi si può citare la triste vicenda di Eleonora Crosetti. La donna, ventottenne all'epoca dei fatti, è nota per essere riuscita a provocare la bibliogenesi di un personaggio creato da lei stessa, scrivendo e pubblicando su una piattaforma online gratuita una totalità di trentasette racconti – che vanno da un minimo di sette a un massimo di quarantatré pagine l'uno – e rileggendoli con tale dedizione e costanza da provocare la bibliogenesi del protagonista, tale Adrian Wolfe. I suoi racconti, incentrati sulla storia d'amore tra Adrian e la protagonista Elena, evidente alter ego dell'autrice, sono un progressivo accumularsi di cliché e stereotipi; alcuni racconti seguono linee narrative già battute, presentandosi come ri-narrazioni di opere famose (A study in love, pubblicato online nel 2007, ripercorre le vicende già narrate da Arthur Conan Doyle in A study in red; Adrian ed Elena vestono rispettivamente i panni di Sherlock Holmes e John Watson. Lo spazio dedicato alle indagini è molto inferiore rispetto a quello dedicato alla storia d'amore tra i due personaggi), mentre la maggior parte si fonda sulla classica risoluzione di una crisi di coppia dovuta a un fraintendimento (Birthday Cake of Love, pubblicato nel 2010, ne è un perfetto esempio). Il personaggio di Adrian, richiamato dall'universo letterario con ogni probabilità dalla dedizione della sua stessa autrice e di una comunità di fan non molto numerosa ma molto affiatata, risulta privo di un reale spessore come personaggio, e conseguentemente come persona. Riunisce in sé tratti caratteriali derivanti da diversi stereotipi, talvolta in netta contraddizione tra loro (se nel già citato Birthday Cake of Love dà mostra di un carattere dolce e caloroso, in Don't go Breaking my Sweet Heart ha atteggiamenti piuttosto scostanti e freddi, anche nei confronti della stessa protagonista) e questo potrebbe essere a monte delle complicazioni nella sua bibliogenesi. Adrian si è infatti manifestato privo di un'ossatura, incapace di parlare; i suoi lineamenti appaiono essersi squagliati durante la fase di materializzazione, e sembra incapace di un pensiero autonomo e indipendente.
Tuttavia lo storico e semiologo Arturo Vasquéz ha ipotizzato in La caduta delle lettere (Lettere e Carne, 2012) che la bibliogenesi di Adrian sia rimasta incompiuta non perché questi fosse privo di una struttura caratteriale completa, ma perché i racconti in cui compare sono stati pubblicati unicamente su formato digitale, su piattaforma online. Vasquéz fa notare a difesa della propria tesi che vi sono state bibliogenesi più che riuscite per personaggi la cui struttura caratteriale non era poi così evoluta, e cita come esempio Lord Ruthven (Il vampiro, John Polidori, 1819). Vasquéz muove inoltre a Weiss un'accusa di semplicismo letterario; la creazione di personaggi complessi non sarebbe secondo lui un'esclusiva dell'epoca moderna e contemporanea, e brandendo come esempio illustre il già citato Don Chisciotte il celebre semiologo mette in guardia gli accademici di tutto il mondo dal cercare di fare aderire i fatti alle proprie tesi.
Nulla di quanto è stato detto finora sulla triste vicenda di Eleonora Crosetti è tuttavia verificabile; poiché Adrian è finora l'unico caso documentato di personaggio nato da un'opera presente soltanto in forma digitale da un'autrice indipendente. La norma, per quanto ci è dato di verificare fino ad oggi, consiste in bibliogenesi di personaggi molto famosi, derivanti da opere pubblicate posteriormente al XIX secolo e con una struttura caratteriale perlopiù completa, o quantomeno credibile.
Tenendo bene a mente che al momento non possiamo fare altro che brancolare nel buio, e che ogni nostra ipotesi è una mano tesa nell'oscurità, ci auguriamo con questo manuale di semplificare il lavoro di chi verrà dopo di noi e potrà avvalersi di nuovi dati e nuovi strumenti di misurazione che potranno fare luce su un fenomeno che fino a pochi anni fa risultava impensabile, nel compilare un resoconto degli studi fatti finora, separando le tesi da ciò che è verificabile, e facendo distinzione tra le varie correnti di pensiero.


1Un'ala di Burghley House, un sontuoso edificio risalente all'epoca Elisabettiana che Jane Austen aveva preso a modello per Rosings – dimora di Lady Catherine – è stato concesso in usufrutto alla donna, che tuttora vi risiede gratuitamente.

venerdì 15 gennaio 2016

Dietro la scena del crimine - Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni - L'incontro al Circolo dei Lettori

Non sono moltissimi a saperlo, neanche tra le mie amicizie più strette, ma la criminologia è stata una delle mie passioni adolescenziali. Dico che “è stata” perché a un certo punto avevo la mente così piena di omicidi e modus operandi che non riuscivo più a dormire la notte. In realtà penso di aver abbandonato la scienza forense e i thriller/noir di cui mi circondavo (James Ellroy, Ruth Rendell, Jeffery Deaver, Elizabeth George...) perché l'estate era finita, la scuola stava ricominciando e non potevo più permettermi di restare sveglia fino alle cinque del mattino e recuperare il sonno dormendo fino all'una di pomeriggio. Sarei stata una pessima criminologa, diciamocelo.
Ad ogni modo, ieri sono stata alla presentazione di Dietro la scena del crimine – Morti ammazzati per fiction e per davvero di Cristina Brondoni, edito da Las Vegas. Ammetto che non ho ancora avuto modo di leggere la mia copia, ricevuta direttamente dalle mani dell'editora Carlotta come regalo di laurea – che sia di buon auspicio! - quindi mi limiterò a parlare dell'incontro, e rimanderò le impressioni sulla lettura a quando l'avrò terminata.
Dunque, vediamo. L'incontro si è svolto nella Sala Lettori del Circolo dei Lettori di Torino, un posto semplicemente meraviglioso di cui non riuscirei neanche a concepire l'esistenza se non l'avessi visto coi miei occhi. Non tanto perché copre tutto un piano di un edificio d'epoca, tutto poltrone antiche, caminetti e infissi dorati – e le sale per gli incontri sono così tante e raggiungerle è un affare così labirintico che ho interrotto due conferenze, prima di trovare la Sala Lettori – ma perché questo luogo stupendo è a disposizione dei lettori. Cioè, io adesso posso alzarmi, mettermi le scarpe e andare al Circolo a leggere per i cavoli miei. C'è pure un bar.
Ma non sto parlando affatto del libro né della presentazione, e questo è un male. Anche perché l'ho lasciata estasiata, e il mio commento all'autrice è stato un allegro “È stato divertentissimo!”. E lo è stato, davvero. Magari inizio a spiegare perché.
Intanto denoto che a fare da spalla all'autrice, Cristina, c'era Marta Ciccolari Micaldi, alias la McMusa. Ho apprezzato molto che avesse la stessa pettinatura dell'avatar.
Un'esperta di cultura e letteratura americana e una criminologa che dialogano, in sostanza, di omicidi, e di come questi vengono raffigurati nelle serie televisive; delle tante, ovvie differenze, dei delitti di ingenuità commessi dagli sceneggiatori.
L'incontro è iniziato con qualche informazione di base sugli studi di Cristina, su quello che fa e non fa un criminologo. Abbiamo ricevuto qualche informazione che sapeva di facezia, come il fatto che i bossoli in lavatrice rendono i jeans più lisci, e tolgono pure i pelucchi; il fatto che il 2% della popolazione non lascia impronte digitali, per una questione di ph della pelle; o il fatto che 8000 persone all'anno muoiano per incidenti domestici, a fronte delle “sole” 500 morti violente; la differenza abissale tra le stazioni di polizia statunitensi come le vediamo nelle fiction – praticamente basi NASA lucide e super-tecnologiche – e la stazione di polizia di NY visitata da Cristina, che ce l'ha descritta come “la più scrausa in cui sia mai stata.”
C'è stato poi un salto nella conversazione, e non saprei dire quando sia avvenuto. Forse è stato più un lungo passo che un salto, cosicché non mi sono neanche resa conto della svolta presa dalla conversazione. Cristina ha iniziato a raccontare più specificamente del lavoro del criminologo, e dei falsi miti sparsi dalle sempreverdi serie televisive.
Il criminologo non si reca, ad esempio, sulla scena del crimine. Il criminologo arriva quando non c'è più niente da fare, e la sua è un'opera di ricostruzione, quasi di fantasia. Ho molto gradito l'osservazione della McMusa, del legame tra finzione narrativa e ricostruzione del delitto. Il profiler, dopotutto, deve ricrearsi un personaggio credibile partendo dai dati che ha disposizione, e arrivare così a capire quali siano state le dinamiche del crimine e il relativo movente. Il vero criminologo, ha spiegato Cristina, parte dalla statistica, e cerca di scoprire la verità calcolando la probabilità che qualcosa accada in uno specifico modo. Mentre la finzione si incanala in binari di senso compiuti, in linee narrative tracciate da uno o più autori, il criminologo nella realtà deve fare i conti con la fantasia umana, e quella non ha limiti. Deve quindi cercare di restringere il campo a quello che è plausibile, iniziando dai dati certi che ha a disposizione. Dalle ferite inferte, dalla scena, dal contesto in cui viveva la vittima. Nella stragrande maggioranza dei casi gli omicidi sono compiuti da conoscenti, da persone vicine alla vittima. Ed è stata fatta notare anche un'altra cosa parecchio interessante: le fiction mentono sulla vittima. O meglio, più che mentire, ne danno una versione fittizia, più narrativamente appetibile, e finiscono per dimenticarla. Nelle serie televisive non c'è spazio per la vittima, se non in pochi casi specifici.
Ad esempio, ieri ho imparato che nella realtà le vittime non urlano. Prima di un'aggressione non si urla, ma ci si prepara alla lotta, e il corpo inizia a incamerare energia per difendersi. Ho imparato anche che in America c'è una percentuale altissima di crimini irrisolti, perché là non è uso attingere dalle casse pubbliche per svolgere i più banali esami tossicologici sulle vittime. Ho imparato che a volte la giustizia si incaglia nell'indifferenza di chi non vuole proseguire indagini su casi più che sospetti, e che si può effettivamente sciogliere una persona nell'acido. Che ci sono rilevanti differenze statistiche sui luoghi e sui metodi che una persona sceglie per morire, a seconda del sesso.
Un aspetto che ho particolarmente gradito dell'incontro, e che dal mio resoconto non sta affatto venendo fuori, è la leggerezza con cui ogni argomento è stato trattato. C'è stato un momento in cui Cristina raccontava di un paio di casi su cui ha lavorato, facendo paralleli tra le morti di due donne. Una stava facendo a pezzi una parete con una sega circolare, quando qualcosa è andato storto e, sbilanciandosi, si è ritrovata con l'arteria carotidea tranciata; l'altra è stata trovata morta dal marito davanti alla porta di casa, con la testa quasi sezionata dal corpo, sempre ad opera di una sega circolare. Cristina ha spiegato quanto fosse probabile che la prima rientrasse nella tragica casistica degli incidenti, e al contrario quanto poco la seconda c'entrasse col classico suicidio. Le donne, ha detto, solitamente si uccidono in bagno o in camera. Solitamente coi sonniferi, o defenestrandosi. Una donna che si uccide con la sega manomessa del marito falegname, e che sceglie di farlo davanti al portone di casa, è un'eccezione troppo grande per non farci caso. Peccato che il caso sia stato archiviato comunque.
E sarete d'accordo con me, non ne dubito, nel definire “tragico” e “terribile” questo stralcio di storia; eppure, lì per lì, se ne chiacchierava con tranquillità, ridendo dell'assurdità di un'indagine interrotta. Non erano risate nervose, di quelle che nascondono il disagio. È che eravamo finiti in quel particolare punto di unione tra morte e divertimento, perché alla fine è contro l'orrore che serve la risata.
Mi rendo conto, giunta alla fine di un resoconto troppo lungo e troppo greve, di essere incapace di replicare degnamente il tono leggero e canzonato dell'incontro. È stato divertente. Sono uscita dalla Sala Lettori che ancora sorridevo, e avevo sentito parlare di morti ammazzati per più di un'ora. Non ero l'unica, se questo può servire ad allontanare da me i sospetti di sociopatia. È stato divertente davvero, nel senso più puro del termine. Se il libro è leggero anche solo la metà dell'incontro, penso che mi volerà in un giorno.

sabato 9 gennaio 2016

L'invisibile ovunque dei Wu Ming

I Wu Ming sono un collettivo di scrittori di origine bolognese cui mi sono convertita tutto sommato di recente, circa un paio d'anni fa, dopo aver letto quella che all'epoca era la loro ultima opera, L'armata dei sonnambuli. È anche l'opera cui con cui consiglio di iniziare a conoscerli insieme a Q, pubblicata con lo pseudonimo Luther Blisset. Non saprei decidere quale sia tra le due la mia preferita. Comunque, Omnia sunt communia.
Dunque, L'invisibile ovunque, pubblicato un paio di mesi fa da Einaudi. Prima voce nella mia lista di Natale, corredata da sottolineature e frecce perché fosse chiaro che mi era imprescindibile. Un libro sulla Grande Guerra in rapporto a... beh, a un variegato insieme di argomenti. Cercherò di andare con ordine.
Intanto bisogna specificare che questa è una raccolta di racconti, che a quanto ho capito sono stati scritti individualmente dai vari Wu Ming. Non sono legati tra loro, anche se capita che alcuni nomi saltino i capitoli per intrufolarsi in più racconti, e spuntano a sorpresa per farti aggrottare le sopracciglia. Ma nulla di più, sono proprio storie separate che però avvengono tutte nello stesso periodo, nello stesso marcio contesto. La Grande Guerra, come dicevo, la cui gestione inefficiente ha provocato un'insensata carneficina.
C'è una cosa che apprezzo dei Wu Ming, in ognuno dei loro libri. Non tacciono, non scusano, non glissano. Apprezzo il fatto che si sentano liberi di ammettere, narrativamente e non, che al mondo esistono e sono sempre esistiti esseri umani cui della vita degli altri esseri umani non importa una beneamata cifra. E lo so che dovrebbe trattarsi di un'ovvietà, ma non la è affatto. Non la è più. Ora si tende a voler narrare la storia dal punto di vista di chiunque, del carnefice e del dittatore, apprezzarne i lati umani, che magari dopo aver bombardato una città piena di civili torna a casa e prepara giudiziosamente la cena al cane. È una cosa che mi irrita un sacco. Voglio dire, le tue colpe non ti esauriscono come persona, ma se sei uno schifo su gambe, schifo su gambe resti.
I Wu Ming si liberano di questa prospettiva moderna che vuole dare un cuore d'oro a tutti. E questo io lo apprezzo molto.
La Grande Guerra è stata gestita con tecniche retrograde, con scarso interesse per la vita dei soldati, e nell'italico caso, con equipaggiamenti ridicoli. Cesoie per il filo spinato che non riescono a tagliare, corazze anti-proiettile perfettamente perforabili, tecniche d'assalto irrisorie. Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu era nel programma di Letteratura italiana durante il mio primo anno di università. Racconta dell'anno che la Brigata Sassari ha passato sull'Altipiano di Assiago, e lo consiglio a chiunque voglia farsi un'idea più precisa di come è stata combattuta la guerra.
Ma veniamo al libro.
Non so quanto se ne possa dire senza eccedere poiché, ripeto, è una raccolta di racconti singoli, e ognuno conta poche decine di pagine. Il primo racconta di un ragazzo che vuole partire volontario, un figlio di contadini che si sente stretto nella vita in mezzo ai campi. È un cacciatore e tutto sommato non mi vengono in mente altri modi per descriverlo.
Il secondo, il mio preferito, è quello che narra le vicende di un ufficiale tentato di simulare di essere impazzito per poter evitare il fronte, e insieme a un amico discute dei vari metodi per farsi passare per pazzo.
Pure il terzo mi è piaciuto moltissimo, coi suoi rimandi al mondo dell'arte. André Breton, teorico del surrealismo, attende nel proprio studio la sorella di Jacques Vaché, artista e amico sotto le armi. È il 1949 e la donna, Marie-Louise, viene a chiedere notizie del fratello, di cui non ha mai saputo nulla finché non ha ritrovato le lettere spedite dal fronte ai genitori. È un incontro che vaga, tra domande pensate e divagazioni artistiche.
L'ultima parte, che non so quanto si possa chiamare “racconto”, è un mockumentary sul camouflage di guerra, sull'artista mai esistito Bonamore e sull'esperienza in trincea che ha influenzato la sua arte, nonché sui suoi tentativi perlopiù infruttuosi di salvare migliaia di vite umane.
Mi rendo conto, giunta alla fine di questo post, di aver parlato poco e nulla del libro in sé. Ma, dicevo, sono racconti, e le storie narrate sono brevi. Se dico qualcosa più di una goccia, tanto vale inondare di spoiler. Sono racconti sugli esseri umani in guerra. Su quello che la guerra fa alle persone. Penso sia abbastanza.


Niente uccide un uomo come l’obbligo di rappresentare una nazione.”

Jacques Vaché

lunedì 4 gennaio 2016

Il cosmo secondo Agnetha di Daniele Vecchiotti

Non saprei dire come mai mi ci sia voluto così tanto per finire di leggere questo libro. Fin dall'inizio è stato un allegro rincorrersi di pagine, un salto in mezzo alle sfighe e alle insicurezze del protagonista e narratore, Daniele. A Capodanno mi sono eclissata per un momento per leggerne qualche pagina, e per descrivere cosa stessi leggendo mi sono avvoltolata in un “C'è questo tizio che una serie di circostanze portano a scrivere porno gay. Però è etero e ci soffre un sacco.” In realtà Daniele sembrerebbe soffrire più della propria eterosessualità che della situazione che si è andata a creare. Situazione dalla quale volendo potrebbe svicolare in qualsiasi momento, non fosse che è un pusillanime fatto e finito, che si crogiola nella sicurezza di un percorso tracciato da altri. E non è che gli si possa voler bene per questo, e non è neanche così facile comprenderlo né averlo in simpatia, specie per le sue piccole ritorsioni passivo-aggressive, quelle pungolature sulla vita altrui che hanno il solo scopo di far credere a Daniele di non essere poi quella foglia al vento priva di direzione. Daniele sarebbe fastidioso, se non fosse così candidamente patetico.
Ma andiamo con ordine. Il libro inizia con uno sguardo da metà libro, con Daniele che fa la spesa in un supermercato insieme a Claudio, o meglio Claudette, che gli indica con entusiasmo un tipo “bono”. E da questo punto in poi Daniele inizia a raccontare come ci sia arrivato a fare la spesa col suo migliore – unico – amico Claudette, un omosessuale che vira verso la quarantina, pelato e panciuto e portatore di tutti i luoghi comuni più teatrali e fastidiosi mai concepiti sull'omosessualità.
Ora, breve paragrafo di spiegazione. Le Claudette esistono. Non sono tante. Sono una percentuale infinitesimale. Ma cristo se esistono. Ne ho conosciuti un paio. Non so perché riversino su di sé tutta questa informe masnada di preconcetti. Ma esistono. Non prendetevela con l'autore. Questo libro è omofobia-free.
Dicevo che Daniele inizia a raccontare di come sia arrivato a conoscere Claudette e a farsi una carriera come scrittore di porno gay per la rivista Vero Maschio. Inizia dalle basi, da quando viveva coi genitori, succube della madre, la Signora Lina, che è riuscita a condurlo sulla strada della traduzione della collana Golden Heart – tipo Harmony – facendogli incontrare il direttore Ernesto, che l'ha poi preso con sé nel passaggio alla narrativa gay. E poiché Daniele non è che sappia molto del mondo gay – o di qualsiasi altro mondo – decide di approcciarvisi e di studiarlo dall'interno.
Daniele non ha un vero e proprio punto fermo. Rifugge la responsabilità di una decisione propria, si lascia scorrere lungo le altrui direzioni. Prima la Signora Lina, poi il direttore di collana Ernesto, poi Claudette. È un personaggio buffo, anche per il modo in cui accetta la propria ignavia. Sa di essere quello che è, almeno in parte. Almeno in parte.
È curioso che una lettura così scorrevole e leggera possa rivelare una doppia lettura più complessa. Sul finale Daniele analizza la situazione sentimentale di Claudette, ed è chiaro che le parole a lei dedicate potrebbe rivolgerle anche a se stesso. Ad un certo punto uno dei romanzi commissionati dalla collana Vero Maschio inizia ad avere riferimenti piuttosto evidenti con la vita di Daniele, e davvero non è chiaro fino a che punto, in che modo. “Se”, ecco. Se.
Di più non dico, per ovvi motivi. Però consiglio questo libro veramente un sacco, mi sono divertita moltissimo a leggerlo. Ed è raro trovare un libro così apertamente divertente, così poco serio e insieme intelligente.