mercoledì 25 novembre 2015

Delle fantasticherie nostrane - Un allegro post di consigli

Ci sono argomenti su cui ritorno ciclicamente, e arrivo a pensare che se ne avessi voglia riuscirei a tracciare il percorso di questi temi, a ipotizzarne i movimenti e a prevederne le ricomparse. Uno degli argomenti è Jane Austen, l'altro è la pochezza dell'ambiente editoriale odierno e l'altro, quello cui fo' riferimento oggi, è la letteratura fantastica in Italia. Però non voglio parlarne come al solito con disilluso rancore, puntando il dito verso le – notevolissime – mancanze della struttura. Quello che scrivo oggi è un post di ottimismo. Perché secondo me per il fantastico italiano si prospettano cose belle, se i singoli editori saranno in grado di fare fronte comune, ché l'unione fa la forza eccetera. Perché di editori ne stanno sorgendo un po', e altri prendono piede. E questo, per me, è un bellissimo segnale.
Qui, con fare da spammona, voglio elencare alcune delle case editrici che puntano decisamente sul fantastico, sul fantasy, sullo weird, sull'horror, sulla fantascienza e quant'altro si discosti da una narrativa fatta di realtà effettive ed eventi misurabili. Insomma, qualche consiglio da lettrice. Specifico che non ho ancora testato tutte le case editrici che andrò a citare, tutt'altro, ma so che esistono e che darò una possibilità a tutte, tempo e pecunie permettendo. Invito pure voi, potenziali lettori, a dare un'occhiata, perché alla fine siamo noi a fare la differenza, con le nostre scelte in libreria.
Dunque, vediamo. Come posso iniziare a elencare? Che sia ordine alfabetico!
C'è la Acheron Books, casa editrice digitale nata per tradurre in inglese opere di scrittori italiani. Io auspico ardentemente che riveda la politica totalmente digitale, perché quei libri li voglio in cartaceo. Pubblica pure Luca Tarenzi, e un buon tot di autori che mi paiono sommamente interessanti. Davvero, spero proprio che decida di affiancare cartaceo e digitale. Cioè, guardate le copertine.
C'è la Cut-up, di provenienza ligure, che il 28 novembre annuncerà il proprio piano editoriale alla Miskatonic University di Reggio Emilia – andate e raccontatemi – e che mi pare stia per votarsi allo weird, all'horror e alle fazioni più truculente di quanto possa rientrare nella categoria urban-fantasy.
C'è la Dunwich Edizioni, che adoro e di cui ho parlato piuttosto spesso. Poco a poco sto recuperando tutte le uscite, ormai ha conquistato uno spazio tutto suo nella mia libreria. Cito alcune recensioni, qui, qui e qui. Apprezzabilissima anche per i prezzi più che contenuti delle pubblicazioni, che si sono lievemente alzati negli ultimi mesi, anche perché stanno iniziando a tradurre opere anglosassoni.
C'è la Gainsworth, che pubblica fantasy, thriller, paranormal e di cui mi riposa da troppo tempo sul comodino un volume dal peso cospicuo.
C'è la Hypnos, il cui scaffale guato con interesse ogni volta che mi trovo in quel della Miskanotic, dedita al weird, al gotico e al fantastico, che si prefigge il mirabile compito di pubblicare i classici dimenticati della letteratura di genere.
C'è Edizioni Imperium, che pubblica fantasy, fantascienza, erotica, fantasy erotica, horror e quant'altro. Purtroppo al momento è principalmente digitale, ma mi pare di capire che si stia cambiando rotta. Speriamo.
C'è la giovanissima Independent Legions Publishing, votata allo splatter-punk e all'horror, ai cui grafici m'inchino perché le copertine sono davvero belle. Il piano editoriale è visionabile sul sito per i prossimi anni, e attendo con ansia di sfogliare le loro pubblicazioni.
C'è La Corte, il cui stand ho sguardicchiato con estremo interesse al Lucca Comics, allontanandomene poi perché gli editori – e io li capisco, fate cose belle, non dico di no, ma ANSIA – o almeno gli standisti hanno un modo di approcciarsi che fa istintivamente ritrarre l'appassionato meno ciarliero. Ancora mi fustigo per non aver preso The ghost in love di Jonathan Carroll, ma se mi si parla mentre occhieggio io fuggo. Fuggo.
Comunque pubblicano fantasy, urban-fantasy, thriller e altre cose che suscitano un più che discreto interesse, quindi consiglio un'occhiata.
C'è la Nero Press, di cui recentemente ho agguantato Diurno imperfetto, il cui variegato catalogo vira dall'horror al gotico, dal noir al weird, e che trovo assai interessante.
C'è la Origami Edizioni, il cui catalogo comprende fantasy, fantascienza, horror e libri gioco.
C'è la Plesio, che pubblica soprattutto fantasy, urban-fantasy e fantascienza, che ho lietamente occhieggiato al Salone di Torino.
C'è la Vincent Books, che ha riportato in Italia la saga di The Lone Wolf e che oltre al fantasy pubblica pure thriller, horror e... e il sito è in restyling quindi ho difficoltà a chiacchierarne. Capitemi.
Dulcis in fundo c'è la Zona 42, giovane casa editrice di fantascienza e dintorni – ma dintorni piuttosto vicini – grazie alle cui pubblicazioni ho imparato che lo sci-fi non è fatto solo di astronavi e alieni butterati. Ne ho chiacchierato qui, qui e qui.
Sicuramente sto dimenticando una considerevole parte degli editori giovani e meno giovani che felicemente infestano un'area di genere cortesemente lasciata sgombra dalle case editrici più grandi. Vi invito a correggermi e consigliarmi nei commenti senza remore, così come a curiosare nelle pagine e nei cataloghi di coloro che ho brevemente citato. Mi pareva strano mettermi a chiacchierare di Multiplayer e di Gargoyle, ma tutto sommato è bene almeno accennarle come ho appena fatto.
Spero di non aver fatto troppa confusione, ma lo dico consapevole del marasma di post che mi è uscito. Voleva essere un elenco, è diventato un acquazzone. Troverò la giusta punizione al mio disordine nell'inferno di link nel quale mi sto cacciando.

Ampliamento del venerdì mattina
Aggiungo alcune delle case editrice la cui mancanza mi è stata fatta notare nella zona commenti. Grazie per il contributo, ne auspico altri.
Delos Books, prima in cartaceo e ora soltanto in digitale, che pubblica fantascienza e varie declinazioni del fantasy.
Lettere Animate, editore interamente digitale - uffa - che pubblica narrativa di genere nel senso più ampio possibile, dall'horror all'avventura, dal fantasy alla fantascienza, dai romanzi rosa al thriller.

Ampliamento del mercoledì mattina
Mi è stata saggiamente notificata l'esistenza di Vaporteppa, e dopo averne sguardicchiato il catalogo steampunk, fantascientifico e weird debbo dire che è un'aggiunta dovuta. E che spero si dedichi maggiormente al cartaceo, cosa che comunque mi pare di capire sia all'orizzonte.

Ampliamento di tanti venerdì dopo
Ebbene, viene portata alla mia attenzione l'esistenza si Cliquot, che si propone di recuperare e digitalizzare opere - anche di genere - perdute nelle spire del passato. Il progetto grafico è decisamente interessante, peraltro.

lunedì 23 novembre 2015

L'ordine delle stelle di Monika Zeiner

Ho girato attorno a questo libro per un po'. Prima sguardicchiandone la trama sul sito dell'editore, poi prendendolo e riprendendolo in mano al Salone di Torino. Solo che al Salone di Torino le finanze sono sempre risicate, e alla fine l'ho lasciato allo stand della Keller. Poi me lo sono trovato davanti in biblioteca un paio di settimane fa e mi ci sono avventata come un falco.
Dunque, L'ordine delle stelle di Monika Zeiner, tradotto da Roberta Gado e pubblicato da Keller nel 2015.
Un libro che mi è piaciuto moltissimo, una volta superato lo scoglio delle prime cento pagine, quando i protagonisti non solo non riuscivano ad attrarmi, mi davano perfino un po' fastidio. Betty Morgenthal, anestesista in un ospedale di Napoli, sposata con Alfredo, una bella donna coi capelli rossi che mi pareva non avere molto da offrire a parte il suo fascino. E poi Tom Holler, pianista jazz cui la moglie ha appena chiesto il divorzio. Un uomo un po' vuoto e un po' patetico, tendente alla pinguedine. Non mi dicevano granché. I loro capitoli si susseguivano e si accavallavano, una che litigava col marito a Napoli e l'altro che si alcolizzava a Berlino, uniti dalla consapevolezza di un futuro concerto di lui in zona partenopea.
Poi è arrivato il passato, con la sua chiave di lettura. Con Tom è stato un po' come con l'amico di amici che non ti sta antipatico né simpatico, è lì che sorride placido e non riesci a capire perché i tuoi amici continuino a invitarlo. Poi magari prende la parola una volta soltanto e capisci, diventa una delle persone più interessanti che tu abbia mai conosciuto e vorresti discuterci per ore, avere il suo punto di vista sul mondo intero.
Con Tom è stato così. Non capivo che senso avesse un personaggio come lui, accostato poi a un personaggio come Betty, finché non ho iniziato a leggere della loro giovinezza, dei loro venticinque anni. Scorci di incontri fuori dal conservatorio, lezioni di piano a casa di donne misteriose, concerti squallidi in location improbabili. E soprattutto Marc.
Marc funge da chiave di lettura, oltre ad essere il personaggio attorno al quale gravita l'attenzione del lettore. Marc arriva dopo quelle prime cento pagine, e riempie tutte quelle che seguono, anche quelle in cui è assente. Soprattutto quelle in cui è assente, perché non sai per quale motivo non ci sia. Cioè, sai che è morto, ma non sai come, né quando, né perché.
Marc è pianista e compositore, conosce Tom durante un ingaggio di quelli particolarmente tristi, in un centro commerciale. Tra i due scocca una scintilla di amicizia bellissima, purissima, importante. Così importante da sostenere il silenzio, e da palesarsi in un mutuo interesse che sa di vulnerabilità. Marc vince premi di composizione, borse di studio. Gli piace filosofeggiare, mettere un braccio attorno alle spalle di Tom e parlare del significato della vita. È uno di quegli artisti smunti e disillusi che però vivono davvero quello che fanno. Attraverso i suoi occhi più acuti, Tom acquista un suo perché. Si arriva a capire il suo personaggio come altrimenti non sarebbe stato possibile. Il suo rapporto con la musica e il mondo, l'intensità delle sue emozioni sotto l'aria placida.
Poi c'è Betty, di cui Marc si innamora all'istante, e di cui sappiamo essere stato innamorato pure Tom. Dalle prime cento pagine che tacciono quasi sul passato, presentando Tom e Betty come adulti, persone già formate, si torna indietro di quattordici anni, a raccontare come l'universo si sia disposto per permettere il loro incontro e la loro netta separazione.
È un libro che parla di musica, e io per questo l'ho adorato. È raro trovare libri che parlino di musica in modo fluido, naturale, senza ammorbare di nozioni il lettore, senza tentare di spiegarne il senso. La musica è e tanto basta.
Mi è piaciuto moltissimo, e direi che si vede. Non sono però in grado di spiegare del tutto perché. Ho amato il modo in cui viene trattata la musica, e ho voluto sinceramente bene ai personaggi. Eppure la storia è semplice, i temi già noti, lo stile è più che piacevole ma non brilla. Saranno gli attori, sarà la scena musicale. Non lo so.
Eppure.

giovedì 19 novembre 2015

Piccoli scorci di libri #55

Le braci di Sàndor Màrai – traduzione di Marinella d'Alessandro – Adelphi, 1988

Ormai ho capito che Màrai è mio. Che mi piace il filo conduttore che lega i suoi libri, fatto di fantasmi del passato e rimpianti, che adoro il suo stile. È uno di quegli autori di cui poco a poco recupererò l'intera bibliografia, ma senza divorarla. Necessita di una lettura più calma. Le braci è il secondo Màrai che leggo, il primo è stato L'eredità di Eszter, che in un certo senso ho preferito. Forse.
Ci sono due anziani che si incontrano dopo quarantuno anni di oblio e silenzio. Uno è Henrik, un generale dell'esercito ungherese in pensione, nato e vissuto nella ricchezza. Accoglie nel castello che è stato dei genitori Konrad, amico d'infanzia, che di punto in bianco, dopo decenni di silenzio, gli manda un messaggio per annunciare il proprio arrivo.
Il libro è diviso in due parti. Nella prima si racconta della vita di Henrik, della sua famiglia, della sua giovinezza e del rapporto con Konrad. Si incontrano in collegio poco meno che ragazzini, e da allora sono inseparabili. La loro amicizia è totale, immensa. Troppo pura perché si possa definire “morbosa”. La seconda parte del libro è dedicata alla cena, o meglio, alla chiacchierata che viene dopo la cena tra Henrik e Konrad. E qui ha luogo la mia rimostranza riguardo al libro: il lungo monologo di Henrik, pomposo e ripetitivo, inframezzato da pochissimi interventi di Konrad. E in questo monologo racconta molto, e di certo lo stile di Màrai rimane bellissimo, ma mi sono trovata a saltare due-tre righe per volta.
Durante questa chiacchierata – che è più un monologo, ma chiamiamola chiacchierata – si scoprono le ragioni che hanno portato questi due amici così stretti a non vedersi per quarantun anni. E onestamente la ragione mi è piaciuta, mi ha convinta. Tutto quello che c'è dietro, il nugolo di emozioni inespresse.
È un romanzo bello, e monologo a parte si legge benissimo. Scivola, incanta.
Ma diamine, quel monologo.

Purgatorio di Tomàs Eloy Martìnez – traduzione di Francesca Lazzarato – Sur, 2015

Non so se cominciare ringraziando Francesca di Il club dei libri che me l'ha 'sì carinamente prestato o se iniziare subito parlando dell'Argentina. E della mia famiglia in Argentina. Dei nonni che sono fuggiti appena in tempo da Buenos Aires, con zia tredicenne e madre che aveva sei anni. Di nonno che altrimenti sarebbe finito malissimo, perché nonno riesce sempre a tirarsi addosso qualsiasi magagna. Tipo il fatto che era fuggito in Argentina perché finita la guerra, da comunista, era riuscito a entrare nella lista nera del partito. E sulla nave per l'Argentina ha partecipato a un ammutinamento. E mentre era in Argentina, ha avuto un puma come cane da guardia. Mio nonno è un figo, approfitto di ogni possibilità per vantarmene.
Dicevo, l'Argentina. Questo libro parla di uno di un orrore strano. Qui in Italia i fascisti impiccavano i partigiani in strada, i corpi penzolavano dai lampioni, così che tutti potessero prendere l'esempio. In Argentina le persone sparivano e basta, senza lasciare traccia. I desaparecidos.
C'è Emilia, una donna di sessant'anni, che dall'Argentina si è trasferita in America. Lavora come cartografa, non ha una grande vita sociale. Ha un'amica un po' tonta e conosce... beh, l'autore del romanzo, lo stesso Martìnez, pare. Il libro rimpalla tra la narrazione consapevole di Martìnez e il racconto di quanto avviene a Emilia.
Emilia ha sessant'anni e un marito scomparso trent'anni prima. Si chiamava Simòn, lavorava anche lui come cartografo. Nonostante un processo e i testimoni che lo vogliono morto, ucciso con una pallottola in fronte, Emilia non si è mai arresa. E a sessant'anni, negli Stati Uniti, lo vede. È in un bar e chiacchiera con due tizi. È Simòn, ma non è invecchiato di un solo giorno dagli anni '70.
Questo libro lascia addosso strascichi di malinconia e di... come dire, straniamento. Saranno tutte quelle chiacchierate di Emilia e Simòn sul tempo, sulle mappe, sui luoghi che non esistono. Un pomeriggio, nel periodo in cui ero più o meno a metà del libro, dovevo vedermi con un'amica in centro. E mentre la aspettavo ho avuto un attimo stranissimo di perdita e di onniscienza. La piazza con la fontana era ancora la piazza con la fontana, ma non era quella piazza con la fontana. Capivo Simòn, capivo Emilia. Capivo la geologia di Marte, capivo le correnti fluviali, capivo e basta.
Poi è arrivata la mia amica e mi sono scrollata Purgatorio di dosso.
Però ecco, è un libro che ti si avvolge attorno come una ragnatela, pure se non te ne accorgi subito.
Ho tralasciato la questione storica, il contesto sociale che viene dipinto, il modo in cui i perché si dipanano. Sono elementi presenti, sempre. Però a me è rimasta soprattutto la malinconia.

lunedì 16 novembre 2015

Piccoli scorci di libri #54

Scompigli in famiglia di Corinne Devillaire – traduzione di Silvia Manfredo – Edizioni e/0, 2015

Questo libro mi interessava da un po', e da quel po' ci girellavo intorno, finché non me lo sono trovato davanti in biblioteca. Mio. Ora, debbo dire che la stessa copertina che tanto mi aveva attratta, a lettura finita mi ha lasciato vagamente nel dubbio. È una copertina che mi piace, e molto. Il chiaro sullo scuro, le linee delle biciclette, le macchie di colore degli uccellini. Mi comunicava qualcosa di allegro e inconsueto. E qualcosa di inconsueto l'ho anche trovato, mentre qualcosa di allegro... beh, sì, anche. In senso lato. In realtà più la critico e più mi rendo conto che forse la copertina è perfetta per comunicare quello che si trova all'interno del libro. Il contrasto, una casa grande e scura sullo sfondo che punta le proprie finestre sulle biciclette di fronte. Fiori e uccellini stilizzati, naif, gioiosi. Sì, ha ragione il grafico. Anche per il solo fatto di avermici fatto arrovellare.
Dunque, la trama.
C'è una famiglia francese disfunzionale. Tipo il topos massimo della letteratura francese. C'è questa famigliola che torna dalle vacanze, genitori e tre figli. La madre, poiché ci stanno passando proprio davanti, propone di andare a trovare la nonna paterna con cui il marito ha tagliato ogni plausibile ponte da decenni. Lui, che non intende spiegare un rifiuto di fronte ai figli, si arrende. Arrivano a casa di nonna Malou e del marito Robert, due sessantenni che sfoggiano un aspetto da quarantenni tenuti bene, in una casa meravigliosa. Lei moglie perfetta, lui chirurgo estetico. Lei praticamente la sua opera d'arte.
Dapprima Malou è scocciata, non vorrebbe avere niente a che fare con quel musone del figlio e coi suoi marmocchi che la fanno sentire nonna, e quindi vecchia. Poi conosce il piccolo Pierre e se ne innamora. E decide, per lui, di diventare nonna del tutto. Di disfarsi della corazza di donna bella e giovanile, di cambiare vita.
Nel frattempo, Clothilde, la nipote maggiore, una sedicenne geniale che già sta dando gli esami per entrare all'università, si innamora di Robert, il nonno acquisito. E intanto Frèdèric, il figlio musone, ha difficoltà a tenere sotto controllo l'astio verso la madre. Clarisse, la figlia di mezzo, osserva.
La storia viene raccontata con una bizzarra modalità a puzzle. Pezzi del diario di nonna Malou, lettere che le scrivono Pierre e Clarisse, diario di Clothilde, deposizioni di mamma Katrin e di padre Frèdèric, ricordi di Clarisse e di Clothilde... un allegro pot pourri che non sempre segue un percorso cronologico lineare, e che tuttavia si segue bene.
I personaggi sono perlopiù interessanti e ben raccontati – specie Malou; la trama prosegue senza intoppi, ed è interessante poter attingere a tanti punti di vista. E mi è piaciuto molto il contrasto tra la storia e il tono scanzonato con cui è raccontata. Quindi sì, consiglio assai.

La vita perfetta di William Sidis di Morten Brask – traduzione di Ingrid Basso – Iperborea, 2014

Pure questo libro mi è interessato a lungo, anche se mi ci è voluto più tempo per procurarmelo. Complice una disposizione poco funzionale della narrativa nordica nella meravigliosa biblioteca reggiana ove solitamente attraccano le mie necessità di lettrice.
Dunque, vediamo. Questo libro mi è piaciuto moltissimo. Moltissimo davvero, e a livello più profondo. La narrazione segue tre diverse linee cronologiche: i primi mesi di vita di William, poi la sua vita in età scolare, poi la sua vita adulta, in un presente che è quello dell'America nel 1944. Per forza di cose, la prima linea finisce per raggiungere la seconda, e la seconda si avvicina alla terza. Eppure non c'è la minima confusione. Ogni capitolo rimane ancorato al quel periodo nella vita di William, e tutto scorre.
William Sidis è un genio. Nasce in America da due genitori intelligentissimi, lei un medico e lui uno psichiatra. Entrambi emigrati da un'Ucraina terribile, e con bagagli di orrore. Allevano William con rigore metodologico, cercano di piantare in lui i semi della curiosità, dell'amore per il sapere. Già nei primi mesi non lo imboccano, ma gli insegnano a portarsi il cucchiaio alle labbra. Tutto è insegnamento nella sua infanzia, e a undici anni si trova già a dare conferenze sulla geometria della quarta dimensione ad Harvard.
William è un genio. Diventa famoso, scrivono articoli su di lui. Alunno più giovane ad aver frequentato il liceo e ad avere ottenuto una laurea. Lui che riesce a farsi un unico amico, Nat Sharfman, che ha difficoltà a tenersi un lavoro perché non vuole essere riconosciuto per quello che è, desidera soltanto rintanarsi in un angolo a fare i suoi conti ed essere lasciato in pace. Che si tiene nel portafoglio la foto di Martha, conosciuta nel 1919. Lui e la politica e il bene dell'uomo. Lui e i genitori. Lui e il sanatorio.
William Sidis è realmente esistito, e il libro riprende chiaramente i fatti della sua vita. Però qui è soprattutto un personaggio vivo sulla carta, e l'autore si premura di comunicarci delle libertà che si è preso, se non con i suoi studi, col suo mondo interiore.
Una cosa curiosa di questo libro è quanto risulti leggero, gradevole, caloroso. Perché non racconta quasi mai di avvenimenti belli e allegri. William Sidis non ha avuto una vita perfetta, ma una vita in cui si sono intervallati esclusione e fuga. Però... non lo so. Dalle sue conversazioni con Nat spunta la “vita perfetta”, e poi viene da chiedersi come sarebbe la vita perfetta di un genio. Un angolo per pensare, per scrivere, per arrovellarsi. E poi che altro?

giovedì 12 novembre 2015

Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker

Dunque, Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker, tradotto da Stefano Tummolini e edito da Fazi nel 2014. Questo è stato il primo libro che mi sono regalata per il mio compleanno. Non è stato facile scegliere, mi ispiravano un sacco pure Malefica luna d'agosto e... beh, siamo seri, un sacco di altri libri. La libraia mi guardava con compatimento, l'amica che mi accompagnava mi avrebbe volentieri sciolta nell'acido. Per scegliere è stata decisiva una serrata conta.
Questo libro me lo sono portato in viaggio, e ho fatto malissimo. Ho letto la prima parte accavallando poche pagine per volta nei pochi minuti di solitaria attesa che mi ritrovavo tra le mani in un contesto affollato e rumoroso quale il Lucca Comics. Rimpiango quella prima parte, perché non sono riuscita a entrarci del tutto. La rivoglio, quella prima parte.
Poi sono tornata a casa e, boom, amore.
Ora, parlo prima della scrittura, della trama o dei personaggi? Cosa ho amato di più? Cos'è che mi ha stupita?
Direi la scrittura. Chiacchierandone su facebook viene fuori che chiunque l'abbia letto è concorde nel dire che questo libro non viene dal suo tempo. Non sembra affatto figlio del 1962, anno in cui è stato pubblicato per la prima volta. Non sembra scritto ieri, sembra scritto domani. È questa la cosa assurda. La voce narrante che ricorda, ipotizza, si rivolge qualche volta al lettore, ironizza, si compiace. Svelta, leggera e leggiadra, veloce e divertente. Come se l'avessero nutrita solo di libri pesanti e pomposi e volesse togliersi di dosso ogni traccia di pedanteria.
Poi vediamo, la trama. Ci sono Cassandra e Judith, due gemelle. Hanno un po' più di vent'anni – forse venticinque? - e hanno sempre vissuto morbosamente appiccicate l'una all'altra, finché Judith non ha deciso di trasferirsi lontano, per studiare in un luogo diverso da Cassandra. E Cassandra non l'ha presa bene. Figuriamoci come ha preso la notizia del matrimonio di Judith. E dunque torna a casa, dove il resto della famiglia la attende. La nonna che vive in un soffice mondo di illusioni, il padre che beve e filosofeggia in solitudine, la sorella che cerca di facilitarle la transizione. Cassandra è un po' fuori, ecco. Difficile raggiungerla, difficile farsi capire. Non la smuovi, Cassandra. Un po' la vorresti prendere a schiaffi, un po' vorresti abbracciarla.
E questo libro racconta dei giorni che precedono il matrimonio di Judith, con qualche scorcio della vita “prima”, volta a spiegare cos'è successo a queste due gemelle, perché sono così pessime nei rapporti sociali, perché Cassandra sembri annegare all'idea di vedersi strappare sua sorella. Per la prima parte la voce narrante appartiene a Cassandra, poi si sposta su Judith e il racconto si arricchisce, acquista una stabilità che prima non aveva.
È un po' superflua questa conclusione, quella in cui specifico quanto io abbia adorato il libro e finisco per consigliarlo. Ma la conclusione ci vuole sempre, in un post, e non saprei da dove pescare una formula più indicata. Quindi sì. Lo consiglio assai.

giovedì 5 novembre 2015

Blog Tour Welcome to Austenland – 1° Tappa

Il mio affetto per Jane Austen è ovvio, evidente e sconfinato. Ne parlo spesso, la cito continuamente, è al centro della mia tesi di laurea, cosa che alleggerisce notevolmente il peso dello studio e mi rende la scrittura assai più lieve. Adoro la Jane Austen Society of Italy, che sul suo sito pubblica un sacco di informazioni interessanti su un'autrice che per me è più importante di quanto riesca a esprimere senza cadere nello sdolcinato. O nell'inquietante. Senza contare il costante soccorso che mi sta inconsapevolmente prestando, fin dal giorno in cui ho iniziato ad abbozzare la tesi.
Il libro al centro di questo Blog Tour è stato pubblicato nel 2013, e ne ho chiacchierato qui quasi un anno fa. Ed si trova accanto a me, nella pila un po' storta formata dalla mia bibliografia che tengo a lato del computer, schiacciato tra Among the Janeites di Deborah Yaffe e Vecchi amici e nuovi amori di Sybil G. Brinton. È una chicca per gli appassionati, un resoconto che si legge davvero bene, un saggio ricco di informazioni filtrate dall'affetto che l'autrice stessa portava a Jane Austen. Consiglio, promuovo e prescrivo la partecipazione, che accaparrarsi una copia è cosa buona e giusta. È universalmente riconosciuto.

La Jane Austen Society of Italy presenta il Blog Tour “Welcome to Austenland”


La Jane Austen Society of Italy (JASIT) è un'associazione culturale che promuove in Italia la conoscenza e lo studio di Jane Austen, la sua vita, la sua opera e tutto ciò che è legato a essa, attraverso qualunque attività utile a realizzare tale scopo, nel nome dell'arricchimento culturale personale e condiviso. Visita il sito.

IL LIBRO

Autore: Constance Hill
Titolo: Jane Austen: i luoghi e gli amici
Illustrazioni di Ellen G. Hill
Titolo originale: Jane Austen: Her Homes and Her Friends
Traduzione e cura di Silvia Ogier, Mara Barbuni, Gabriella Parisi, Giuseppe Ierolli
Introduzione di Silvia Ogier
Foto di copertina di Petra Zari
Editore: Jo March Agenzia Letteraria
in collaborazione con JASIT, Jane Austen Society of Italy
Prima edizione: 16 dicembre 2013
ISBN 978-88-906076-4-6
Brossura, pagine 240
Prezzo € 14,00

Sinossi, dalla quarta di copertina
Nel 1901, le sorelle Constance ed Ellen Hill infilarono in valigia taccuini e matite, noleggiarono un calesse vecchio stile e partirono alla ricerca di “Austenland”, come chiamarono, in modo bizzarro e ingegnoso, il mondo di Jane Austen – quel luogo fisico (l’Inghilterra della sua vita e dei suoi romanzi) ma anche letterario (il microcosmo delle persone della sua vita ma anche dei suoi personaggi) e soprattutto metafisico (la fonte dei sentimenti generati nei suoi lettori) sul quale regna incontrastato e sempre rigoglioso il suo genio creativo, da oltre duecento anni.
Il pellegrinaggio di due Janeites della primissima ora, “due di noi”, alla scoperta delle tracce terrene della vita quotidiana della grande scrittrice, dà così vita a un’originale biografia sotto forma di diario di viaggio, in cui le impressioni personali ed entusiaste della biografa-ammiratrice di fronte ai luoghi austeniani convivono con le informazioni raccolte dal vivo lungo l’itinerario e con le stesse vibranti parole di Jane Austen, tratte dai romanzi e dalle lettere, ma anche dalle testimonianze dei suoi familiari, così come le ha raccolte il nipote James Edward Austen-Leigh nel prezioso Memoir, la prima biografia mai pubblicata.
«Ora chiederemo ai nostri lettori, con l’immaginazione, di rimettere indietro le lancette del tempo a più di cento anni fa e di venire con noi alla presenza di Miss Austen».
(dalla Prefazione)

Link utili
- Per saperne di più, vai al post di presentazione del libro, Due passi per Austenland: Jane Austen. I luoghi e gli Amici di C.Hill

Tema tappa: La scoperta di JASIT

Jane Austen: i luoghi e gli amici, diario di viaggio di Constance ed Ellen Hill, è stata una vera scoperta per la Jane Austen Society of Italy; è, infatti, grazie all'intuizione di Gabriella Parisi, fondatrice e consigliere dell'Associazione, che JASIT ha sottratto alla polvere del tempo questo squisito resoconto del primo viaggio in “Austenland”.
La lettura del testo originale Jane Austen: Her Homes and Her Friends ha convinto subito i fondatori JASIT di aver scovato un testo prezioso da condividere con il pubblico italiano, una testimonianza reale di due Janeites antesignane che sarebbe potuto diventare una guida e – perché no? – ispirare il lettore a replicare questo meraviglioso viaggio sulle orme di Jane Austen.
Ad oggi, sono molti i lettori che riportano a JASIT la propria esperienza di viaggio seguendo l'itinerario di Jane Austen: i luoghi e gli amici, resoconti dettagliati che evocano le stesse emozioni contagiose che animarono nel 1901 le due sorelle Hill.

CALENDARIO TAPPE

1° Tappa – Giovedì 5 Novembre > La Leggivendola
Tema tappa: La scoperta di JASIT

2° Tappa – Lunedì 9 Novembre > Coffee & Books
Tema tappa: Il Libro

3° Tappa – Giovedì 12 Novembre > La Fenice Book
Tema tappa: Le Autrici

4° Tappa – Lunedì 16 Novembre > L’ora del libro
Tema tappa: I Luoghi

5° Tappa – Giovedì 19 Novembre > Del furor di aver libri
Tema tappa: L'edizione italiana

6° Tappa – Lunedì 23 Novembre > Bostonian Library
Tema tappa: “A sentimental journey”

7° Tappa – Giovedì 26 Novembre > Le mele del silenzio
Tema tappa: Il centenario della morte di Jane Austen

8° Tappa – Lunedì 30 Novembre > La Tana di una booklover
Tema tappa: Austen-land

9° Tappa – Giovedì 3 Dicembre > Dusty pages in wonderland
Tema tappa: Il fingerpost in copertina

10° Tappa – Lunedì 7 Dicembre > Peek a Book
Tema tappa: Una guida per Janeite

Tappa conclusiva – Giovedì 10 Dicembre JASIT.it
Estrazione Giveaway



REGOLAMENTO BLOG TOUR PER I PARTECIPANTI

1. Commentare tutte le tappe del Blog Tour con la formula “Partecipo e condivido” e, a vostra discrezione, aggiungere un pensiero relativo all'argomento della tappa

2. Mettere “Mi piace” sulla pagina Facebook del libro Jane Austen. I luoghi e gli amici

3. Unirsi ai “lettori fissi” o “followers” di JASIT e di tutti i blog aderenti all'iniziativa

4. Condividere tutte le tappe sui vostri canali social, taggando dove possibile JASIT

5. Chi avrà seguito il regolamento fino alla fine potrà vincere una delle cinque copie del libro in palio!

N.B.!
* I cinque vincitori del Blog Tour verranno estratti tramite il sistema di random.org e saranno pubblicati sul sito ufficiale della Jane Austen Society of Italy Giovedì 10 Dicembre.

Per motivi di privacy e prevenzione anti-spam, si chiede ai vincitori di confermare la presa visione della vincita commentando sul post finale e comunicando tramite email a info@jasit.it il proprio nominativo e i dati per la spedizione del libro.

martedì 3 novembre 2015

Shirley di Charlotte Brontë - Il primo capitolo in anteprima

Chi segue questo blog saprà che non pubblico mai estratti o anticipazioni di libri che non ho ancora letto. Si tratta di una forma di rispetto nei confronti dei lettori che capitano qui in cerca di un consiglio su cosa leggere, e di cui sento che tradirei la fiducia se consigliassi qualcosa che non ho personalmente testato. Non ho nulla contro chi pubblica anticipazioni e simili, è solo una cosa che di solito non mi sento di fare.
In questo caso l'eccezione era dovuta. Charlotte Brontë è una delle mie autrici preferite, la mia sorella tra le tre. Ho amato così tanto Jane Eyre e Villette che ricordo chiaramente, a distanza di anni, alcuni momenti della lettura. Jane Eyre l'ho finito su un treno per Brescia, in una calda giornata di sole; e ho chiuso Villette a Reggio Emilia, a casa di un'amica, sprofondata in una poltrona vecchia e troppo morbida. Avevo freddo, questo me lo ricordo, ma non riuscivo a staccarmi dalle pagine per andare a recuperare un plaid.
Io adoro Charlotte Brontë , a livelli difficilmente esprimibili, e Shirley era l'unico romanzo che mi mancava della sua troppo breve bibliografia. Sapere che la Fazi stava per portarlo in Italia mi ha riempito di gioia e di sollievo. Perché sapevo che avrei gradito la copertina, e che non avrei avuto nulla da ridire sulla traduzione. Quando poi sono stata contattata dalla casa editrice per pubblicare un estratto dal primo capitolo in anteprima, diamine, sono stata più che lieta nell'accettare.
Per la prima volta su questi lidi, vogliate gradire il primo capitolo di Shirley.



Capitolo I
Levitico

Negli ultimi anni, sul Nord dell’Inghilterra si è abbattuta una pioggia di pastori d’anime: più fitti sulle colline, dove ogni parrocchia ne ha uno o più di uno, tutti abbastanza giovani per essere molto attivi e recar gran giovamento. Ma non di quegli anni parleremo, né degli attuali… che in effetti sono caldi, riarsi, bruciati dal sole del meriggio. Torneremo indietro, ai primi anni del secolo e, eludendo il meriggio, dimenticandolo nella siesta, passando il cuore della giornata nel torpore, sogneremo l’alba.
Se da questo preludio, lettore, pensi che ti si ammannisca qualcosa di romantico… ebbene, non ti sei sbagliato di più! Pregusti sentimentalismo, poesia, sogni a occhi aperti? Ti vai immaginando passione, emozione e melodramma? Calmati e riporta le tue speranze a un livello inferiore. Ti sta davanti qualcosa di assai concreto, di freddo e solido. E di così poco romantico come può esserlo un lunedì mattina per chi va a lavorare e si sveglia con la coscienza di dover uscir dal letto e per giunta anche di casa. Non si afferma qui, perentoriamente, che non avrai un assaggino eccitante, almeno verso la metà o la fine del pranzo… ma sia ben chiaro che il primo a venir in tavola sarà un piatto che un cattolico (sì, perfino un cattolico anglicano) potrebbe mangiare anche nella Settimana Santa, il Venerdì di Passione. Saranno lenticchie fredde, niente olio e solo aceto; saranno radici amare e pane azzimo e niente agnello arrosto.
Negli ultimi anni, dicevo, un’abbondante pioggia di curatori d’anime (i “curati”) si è abbattuta sull’Inghilterra del Nord. Ma intorno al 1811-12 quella benefica pioggia non era ancora venuta: i curati erano scarsi, né esisteva ancora il Pastoral Aid o l’Additional Curates’ Society1 che allungasse una mano in aiuto dei vecchi parroci sfiniti, offrendo loro di che pagarsi un giovane collega vigoroso, proveniente da Oxford o da Cambridge. Gli attuali successori degli apostoli, seguaci del dottor Pusey e strumenti della Propaganda Divina2, a quel tempo stavano ancora in cova, tra le copertine della culla, o sottoposti a rigenerazione battesimale nel bagnetto della stanza dei bambini. Al vederne uno, mai avresti immaginato che la doppia gala arricciata all’italiana della sua cuffietta in tulle circondasse la fronte di un successore di san Pietro, san Paolo e san Giovanni, già a tanto predestinato e specificatamente consacrato. Né mai avresti prefigurato nelle lunghe pieghe della sua camicia da notte la bianca cotta in cui egli avrebbe poi crudamente rampognato le anime dei suoi parrocchiani, sorprendendo – con quel suo bizzarro gesticolar di lassù, dal pulpito – perfino il vecchio vicario che mai aveva alzato le mani più in alto del comune leggio.
Eppure, anche in quei giorni di penuria, i curati non mancavano: la pianta preziosa era rara, ma si trovava ancora. Un certo distretto dello Yorkshire aveva il privilegio di poter vantare ben tre “verghe d’Aronne”, fiorenti nel raggio di venti miglia. Ora li vedrai, amico. Entra con me in questa linda casuccia alla periferia di Whinbury e prosegui fino alla saletta del primo piano: eccoli là, a pranzo. Permetti che te li presenti: Mr Donne, curato di Whinbury; Mr Malone, curato di Briarfield; Mr Sweeting, curato di Nunnely. Gli ultimi due sono ospiti di Mr Donne che occupa alcune stanze in casa di un certo John Gale, un umile sarto. E Mr Donne ha gentilmente invitato a banchetto i suoi confratelli. Ci uniremo alla compagnia, vedremo quanto c’è da vedere, ascolteremo quanto c’è da ascoltare. Per il momento essi stanno mangiando, e noi ci faremo da parte, a parlar di loro. Questi signori sono nel fior degli anni, in possesso di tutto il vigore proprio di quella interessante età. Un vigore che i vecchi parroci attoniti ben vorrebbero incanalare verso i doveri pastorali, spesso esprimendo il desiderio di vederlo speso in accurate ispezioni scolastiche e frequenti visite agli ammalati delle rispettive parrocchie. Ma questi giovani leviti intuiscono che si tratta di compiti noiosi: preferiscono dissipare le loro energie in una serie di occupazioni che agli altri potrebbero apparire afflitte dalla noia e maledette dalla monotonia più di quanto non lo sia la fatica del povero tessitore al suo telaio, e che a quei tre invece elargiscono, a quanto pare, un’immancabile riserva di interesse e divertimento.
Alludo a quel loro continuo correre avanti e indietro, dall’alloggio dell’uno verso quello dell’altro, e viceversa, per ritrovarsi sempre assieme. Non un giro, ma un triangolo di visite che essi mandano avanti per tutto l’anno, primavera, estate, autunno o inverno che sia. La stagione e le condizioni del tempo non hanno importanza: con incomprensibile zelo essi sfidano neve e grandine, pioggia e vento, fango e polverone, soltanto per pranzare, prendere il tè o cenare in compagnia. Che cosa li attragga è difficile dire! Non è amicizia, perché litigano ogni volta che si incontrano; non è la religione, perché l’argomento non viene mai sfiorato: di teologia di tanto in tanto discutono, di pietà cristiana no, mai; non è neppure il gusto di mangiare e bere, perché ognuno dei tre potrebbe avere a casa propria un trancio d’arrosto o uno sformato tale e quale gli viene servito alla tavola del collega, o un tè altrettanto robusto e crostini altrettanto gustosi. Le rispettive padrone di casa – le signore Gale, Hogg e Whipp – sostengono che è solo per «voglia di dar fastidio alla gente», e con “gente” alludono a loro stesse, perché quel sistema di invasioni reciproche non fa che tenerle «sulle spine».

1 Due associazioni sorte in seno alla Chiesa d’Inghilterra per fare fronte alle esigenze sociali scaturite dalla Rivoluzione industriale. La prima, fondata dal vescovo Blomfield nel 1836, si proponeva di aiutare le parrocchie più povere; la seconda nacque, l’anno successivo, con finalità analoghe per iniziativa del commerciante di vini Joshua Watson.
2 Il paragrafo si riferisce all’Oxford Movement, attivo fra il 1833 e il 1845, così chiamato perché gravitava intorno all’Università di Oxford. Il movimento, nato nell’ambito della Chiesa d’Inghilterra, si proponeva di recuperare gli ideali religiosi del Seicento. Il dottor Pusey fu uno dei principali esponenti del movimento. Con l’andar del tempo si delineò, in seno alla corrente principale, la tendenza al ritorno al cattolicesimo romano. A tale spinta si riferisce Charlotte Brontë parlando della «Propaganda Divina».


Charlotte Brontë (1816-1855) è una delle maggiori personalità della letteratura inglese dell’Ottocento. Sorella delle scrittrici Anne ed Emily Brontë, compì studi irregolari e si dedicò quindi all'insegnamento. I suoi romanzi, dal celebre Jane Eyre al più tardo Villette, ottennero un clamoroso successo che dura tuttora. Nel 2013 Fazi Editore ha ripubblicato con successo Villette.

Il libro: Yorkshire, inizio Ottocento. Shirley, giovane donna ricca e caparbia, si trasferisce nel villaggio in cui ha ereditato un vasto terreno, una casa e la comproprietà di una fabbrica. Presto fa amicizia con Caroline, orfana e nullatenente, praticamente il suo opposto. Caroline è innamorata di Robert Moore, imprenditore sommerso dai debiti, notoriamente spietato con i dipendenti e determinato a ristabilire l’onore e la ricchezza della sua famiglia minati da anni di cattiva gestione. Pur invaghito a sua volta della dolce Caroline, Robert è conscio di non poter prenderla in moglie: la ragazza è povera, e lui non pu permettersi di sposarsi solo per amore. Così, mentre da una parte Caroline cerca di reprimere i suoi sentimenti per Robert – convinta che non sarà mai ricambiata –, dall’altra Shirley e il suo terreno allettano tutti gli scapoli della zona. Ma l’ereditiera prova attrazione per un insospettabile… Shirley si inserisce nel grande filone del romanzo sociale inglese di inizio Ottocento: i suoi personaggi vivono gli avvenimenti storici dell’epoca – le guerre napoleoniche e le lotte luddiste – facendo i conti con le contraddizioni del progresso industriale e offrendo spunti di riflessione sul lavoro, sul matrimonio e sulla condizione della donna. Dopo la riproposta di Villette, continuiamo la pubblicazione dell’opera di Charlotte Brontë con Shirley, capolavoro meno noto, ma ugualmente entusiasmante. Secondo romanzo dell’autrice dopo Jane Eyre, questo libro ha decretato il definitivo passaggio di Shirley da nome maschile a nome tipicamente femminile.


«Non so se hai mai letto libri in inglese. Se è così, allora posso raccomandarti calorosamente Shirley di Currer Bell, autore di un altro romanzo, Jane Eyre. È bello come i dipinti di Millais o Boughton o Herkomer. L’ho trovato a Princenhage e l’ho letto in tre giorni».
Lettera di Vincent van Gogh al fratello Theo, 15 agosto 1881.

«Leggiamo Charlotte Brontë non per la squisita osservazione del personaggio, non per la commedia, non per una visione filosofica della vita, ma per la poesia. Probabilmente accade con tutti gli scrittori che, come lei, hanno una personalità travolgente… loro devono solo aprire la porta per farsi sentire. In loro c’è una ferocia indomita perennemente in guerra con l’ordine accettato delle cose».
Virginia Woolf

lunedì 2 novembre 2015

Maschi, femmine e altre cose. Generi e degeneri nel fantastico moderno - Educational tenuto da Aislinn e Luca Tarenzi a #LUCCACG15

Ormai si sarà anche capito che sono stata al Lucca Comics, e che come ogni anno mi sono divertita un sacco. Non ho fatto molti acquisti, non ho granché girato per i padiglioni. Più che altro ho visto amici, ho mangiato schifezze e cantato e ballato al concerto di Cristina D'Avena, un'esperienza catartica. Ah, e ho fatto una foto con Lupo Lucio e Fata Lina. E ho spaventato una fumettista. E ho perso la battaglia contro una porta.
Tralasciando tutto il resto, la mattina del 31 ho partecipato a un educational che mi ispirava un sacco, e che attendevo trepidante da settimane. Trattasi di Maschi, femmine e altre cose – Generi e degeneri nel fantastico moderno, tenuto da Luca Tarenzi e Aislinn, creature che adoro in forma sia umana che autoriale e di cui non cesserò mai di consigliare i libri.
(Come si può non adorarli, in veste di fauno e di - ipotizzo - Morrigan?)
L'argomento mi sta a cuore. Mi sta moltissimo a cuore, specie in questo periodo, in cui una branca della sociologia è diventata uno spaventevole spauracchio chiamato “teoria del gender”, in cui un triste onanista con una scatola addosso richiama consensi (qui) e nessuno, me compresa, si prende il disturbo di devastarlo fisicamente. La questione di genere è mia, e ho sempre cercato di portarmela addosso, con risultati che oggi mi perplimono. Quindi figuriamoci la gioia nel vederla affrontata in relazione alla letteratura fantastica, che rimane il mio genere (lol) preferito.
Dunque, vediamo. L'educational è stato sommamente interessante, è questo è chiaro. Purtroppo non sono altrettanto chiari i miei appunti, come si può evincere dalla foto in cui li sfoggio insieme all'attestato di partecipazione. Farò del mio meglio per interpretarli, ecco.
Ha iniziato a parlare Tarenzi, pregandolo di bastonarlo in caso fosse caduto nella trappola del sessismo suo malgrado, e tentando poi di indicare una genesi precisa di quello che viene oggi indicato come “letteratura fantastica”. Scelta che è ricaduta sui racconti d'appendice degli anni '20 e '30, che hanno formato la generazione successiva di scrittori, e in cui la donna era rappresentata come oggetto del desiderio, come sostegno, come donzella da salvare.
Nel 1934 giunge una figura che spezza quella raffigurazione, ed è Jirel di Joiry, personaggio creato da Catherine L. Moore ispirato al Conan di Robert E. Howard. Una guerriera forte e possente, che rifiuta ogni riferimento alla femminilità e giura di concedersi soltanto a un uomo che sarà in grado di sconfiggerla. E qui il discorso ha iniziato a farsi ulteriormente interessante, tra i riferimenti alle Amazzoni, al modo in cui erano viste allora, in netto contrasto con l'attuale visione. Il succo è che all'interno della letteratura fantastica primordiale una donna, per essere un personaggio principale, forte e combattivo, essenzialmente non doveva più essere una donna.
Si è passati poi a Tolkien, oggi percepito come padre del fantasy, e alle sue donne. Ora, io lo ammetto: non ho ancora finito di leggere Il signore degli Anelli. Disprezzatemi pure, non posso farci nulla. I film mi frenano dal recupero letterario, che posso farci? Ad ogni modo, anche grazie ai film, abbiamo tutti ben presente le donne di Tolkien. Anche perché non è che ce ne siano moltissime da tenere a mente, ecco. Durante l'educational, contestualmente all'argomento della rappresentazione della donna, Tolkien è stato definito “un grande passo falso nel cambiamento”. Perché le cose avrebbero potuto cambiare da lui in poi all'interno del fantastico, e invece sono rimaste com'erano fino a tempi ben più recenti. Ci sono stati riferimenti alla dichiarazione tra Faramir e Eowyn, che letta ad alta voce mi ha fatto venire i brividi. Al fatto che Eowyn, per andare a combattere, si sia portata dietro un Hobbit, forse perché secondo Tolkien una donna che combatte è aliena e impossibile quanto un Hobbit in battaglia. Il nome di Galadriel, che è stato cambiato rispetto a quello che le avevano dato i genitori in seguito al matrimonio.
La discussione si è spostata su Marion Zimmer Bradley, autrice che mi è stata sommamente importante durante l'adolescenza, al punto che non riesco ad affrontare del tutto i fatti di cronaca che la riguardano. Quindi, ipocritamente, soprassiedo. E faccio cenno al suo giuramento delle Amazzoni, a una donna guerriera che non vuole più impedirsi di avere rapporti con un uomo, ma che rifiuta le catene del matromonio.
Poi gli appunti si interrompono, compare uno scarabocchio di Aislinn e Tarenzi seguito dalla parola CONGA. Credo di essermi lievemente distratta durante discussioni sull'interpretazione di alcuni reperti etruschi. Ho delle perplessità.
C'è stato poi un salto che tende verso l'epoca attuale. Quand'è che le eroine diventano la norma? La risposta, all'interno dell'urban-fantasy che è poi l'ambito in cui sono più presenti, è contestuale. Per prima cosa, elenca Tarenzi, già ai tempi della Bradley sono soprattutto le donne a leggere fantastico. Dunque coloro che hanno passato la loro giovinezza a identificarsi con personaggi maschili, oggi scrivono libri in cui personaggi femminili si appropriano di ruoli che prima erano soltanto maschili. La seconda ragione dipende dai cambiamenti avvenuti nel mondo. Dai dettagli. Dalla pistola che, sostituendo la spada, ha reso molto più paritario uno scontro tra individui di sesso opposto.
Si è quindi chiacchierato di un libro che ora bramo profondamente, La mano sinistra delle tenebre di Ursula Le Guin, in cui l'androginia viene affrontata in modo geniale, partendo comunque dal nostro punto di vista fermamente binario. Narra di un ambasciatore che giunge in un pianeta in cui non è semplicemente il genere ad essere fluido, interscambiabile e labile, ma anche il sesso biologico. Il sesso degli abitanti è determinato dagli ormoni, e può cambiare di mese in mese. L'ambasciatore vive con stranezza la situazione, e colei che l'ha preceduto nella sua mansione se ne diceva sconvolta. Si era resa conto che in una società in cui i sessi sono fissi e immutati, è il sesso biologico a determinare il modo in cui ci poniamo di fronte a una persona, a regolare le nostre movenze, il nostro tono di voce, la nostra espressione. Dovendo trattare con individui il cui sesso poteva cambiare così drasticamente, non sapeva come gestirsi, e cadeva nella confusione.
Ecco. Io voglio questo libro.
Il tempo stringeva, e la discussione si è affrettata su lidi quali il genere e l'omosessualità nei vampiri. Nel caso dei vampiri donne, dalla Christabel di Coleridge fino a Carmilla e alle vampire di Dracula, si assiste a personaggi caratterizzati da un saffismo predatorio, presenti in letteratura fino dalla fine del '700. Per quanto riguarda invece i vampiri maschili, quelli sono rimasti inalterati, predatori fermamente eterosessuali da Lord Ruthven a Dracula.
Fino a Anne Rice, la mia sacra e adoratissima Anne Rice. Essendone una fervida ammiratrice, denoto quanto la questione della rappresentazione di genere le stia a cuore. Quanto i suoi personaggi maschili si lascino andare a pianti, crisi isteriche, vanità e romanticherie, come i suoi personaggi femminili sappiano essere fermi e sessualmente liberi. Dalle Cronache dei Vampiri, con Lestat e Louis che “adottano” la piccola Claudia, fino alla saga delle Streghe Mayfair, con le disinibite Mona e Rowan.
Si è passati velocemente, poiché il tempo era davvero agli sgoccioli, alla rappresentazione dei transessuali nella narrativa, ponendo l'attenzione sul fatto che veniva raccontata come una caratteristica perturbante e analizzata nel dettaglio nei casi in cui a scriverne è un cisgender, e con assoluta tranquillità quando a scriverne è un transessuale.
Aislinn ha raccontato con brivido la domanda posta da un ragazzino durante una conversazione, “Come hai fatto a rappresentare Rafael come se fosse normale?”. Rafael, per chi non avesse letto Angelize, è un ragazzo omosessuale. Gli anni '50 sono tra noi.
C'è stata una breve ma sentita discussione sull'ipotetico maschilismo insito in George R. R. Martin, dal quale potentemente mi dissocio, che secondo me Martin è femminista all'osso e lo dimostra nei propri libri dando voce e carattere alle molteplici possibilità offerte dall'essere donna. Non ci sono solo Arya e Brienne, che per diventare forti e guerriere rifiutano la femminilità. Ci sono anche Asha e Danaerys in ruoli battaglieri e di comando, e Catelyn a incarnare con dignità il ruolo tanto bistrattato della madre. E diamine.
Poi è rimasto giusto il tempo per intristirci del panorama del fantastico italiano, in cui non vengono pubblicati né tradotti libri in cui la sessualità e l'identità di genere vengono raccontati in modi che si discostino dalla norma. Siamo indietro, essenzialmente. Il problema è che gli editori non si fidano del loro pubblico, lo sottovalutano.
Quindi, beh. L'educational non si è chiuso su una nota editorialmente allegra. Ma è stato interessanterrimo almeno quanto speravo, pieno di informazioni, collegamenti e interpretazioni che solo in parte sono riuscita ad appuntarmi. Spero di averne dato un resoconto almeno comprensibile. Personalmente, mi sono divertita un sacco. Attendo con ansia l'educational dell'anno prossimo, ormai è un must di Lucca.