lunedì 6 agosto 2012

Traduzioni scadenti, breve appello per una decrescita editoriale, aggiramento della Legge Levi, Elliot e vagheggiamenti polemici.


Alla fine, mi arrendo al caldo. Davvero. Mi rifiuto di uscire di casa finchè non si abbassano le temperature. Non sono riuscita a dormire neanche col ventilatore puntato, continuo a bere come un cammello e a sudare come un macaco in sauna. Schifo di caldo. Vorrei infilarmi nel freezer.
Ad ogni modo, oggi mi limito ad un paio di argomentazioni fugaci. Poco fa, vagheggiando allegramente per blog, ho trovato questo post su Diario dei Pensieri Persi, che tratta di come BOL abbia sapientemente aggirato la legge Levi (sapete, quella che pone un tetto massimo agli sconti sui libri e che ne limita i periodi... quella bella legge lì...) e recante un link a questo post da Il Vizio di Leggere, un sentito omaggio di un lettore per la casa editrice Elliot. A parte il fatto che sono entrambi due blog meravigliosi che probabilmente conoscerete già – ma se per qualche particolare congiunzione astrale non dovesse essere così, ve li consiglio caldamente – i temi mi interessano parecchio.
Per quanto riguarda gli sconti BOL, portati anche al 35% grazie ad una particolare clausola della già citata Legge Levi, io non riesco a schierarmi del tutto dal lato della giustizia. Non in questo caso. Anzi, mi trovo a sperare che altre case editrici e librerie emulino la trovata, anche se una parte di me borbotta scocciata nel vedere come una legge si possa ribaltare. Anche se non è una legge che sostengo.
Il fatto è che io sono per la libera concorrenza. Nel rispetto dei lavoratori e nel rispetto delle norme e dell'ambiente, io sono per la concorrenza. Tornando al post sulle librerie indipendenti, allargo il mio punto di vista un po' a tutte le aziende presenti sul mercato: ognuno dovrebbe vedere quello che può offrire, prendere coscienza dei propri punti di forza e agire di conseguenza, piuttosto che penalizzare chi ha più possibilità – e soprattutto i consumatori – mettendo dei limiti alle possibilità di movimento altrui. Certo che queste possibilità non sono le stesse, me ne rendo conto. Ma non possiamo bloccare il mercato perché una certa azienda ha bisogno di essere tenuta per mano.
Seconda questione! La Elliot. Sotto un post tributo davvero sentito, sorgono le discussioni, col manifestarsi di commenti non soltanto di cattivo gusto, ma proprio maleducati. Non che non abbiano ragion d'essere: sotto il piacevole omaggio, scopriamo che la Elliot – a quanto pare - sfrutta i propri collaboratori, in particolare non pagando o pagando in ritardo i propri traduttori. E questo mi dispiace. Mi piace, la Elliot, sia come scelte editoriali che come veste grafica. Mi piaceva l'idea di una casa editrice nuova e indipendente, nata dal nulla e che è riuscita a guadagnarsi il suo posto in libreria grazie alla qualità dei propri libri. Mi piaceva, cavolo. E mi dispiace enormemente scoprire di queste orribili esperienze.
Da qui mi parte però un'altra riflessione. Un piccolo collegamento.
La traduzione. Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto nel magico mondo dei traduttori, era disgraziatamente evidente. Negli ultimi tempi ho visto libri tradotti così male che mi sono trovata a dover interrompere la lettura per il disgusto. Sul serio. Serravo gli occhi, sospiravo profondamente, chiudevo il libro e lo mettevo da parte. Perché uno che lavora per Mondadori-Garzanti- Elliot e sbaglia i congiuntivi mi fa imbestialire. Anzi, di solito non si tratta 'soltanto' di congiuntivi, ma di intere frasi tradotte a ciufolo. Mi sono trovata a rileggere più volte delle parti chiedendomi cosa volessero dire, intravedendo una sintassi inesatta e un'errata traduzione di certe parole. Credo sia opinione largamente condivisa che una buona traduzione è una traduzione invisibile. Un libro è tradotto bene quando non si capisce che sia stato tradotto, no? Ma adesso ogni volta che apro un libro rabbrividisco. No, beh, ogni volta no. Devo dire che finora Guanda non mi ha dato dispiaceri e che certi libri di Einaudi e li ho trovati così ben fatti da annuire con estrema approvazione durante la lettura. Ma ovviamente le cose cambiano da traduttore a traduttore, anzi, da libro a libro. Mi vengono in mente numerosi esempi: Laura Grandi è stata eccellente con 'Chocolat' ma terribile con 'La scuola dei desideri'. Chiara Brovelli ha svolto un lavoro ineccepibile con 'Il Vangelo secondo Biff', ma purtroppo non si può dire lo stesso di 'Suck!' o 'Un lavoro sporco'.
Normalmente tendo alla semplificazione e alla schematizzazione nei miei giudizi. Eppure in questo caso mi è impossibile. Entrambe le traduttrici hanno dimostrato di saper fare il proprio lavoro con professionalità e competenza. Eppure hanno anche dato prova di scarsa cura, con traduzioni letterali o sintassi poco chiara. Quali possono essere i fattori determinanti? La mancanza di tempo o la mancanza di motivazione? Io non so dare una risposta. So soltanto che vorrei che le case editrici si prendessero più cura dei loro collaboratori e dei loro dipendenti. La traduzione è vitale, complessa e degna di rispetto. E di rispetto siamo meritevoli anche noi lettori, che vorremmo poterci godeere un libro senza inciampare in 'Abbiamo una situazione' e simili castronerie. Collego questo problema a quello della decrescita editoriale: se le case editrici la smettessero di pubblicare compulsivamente una quantità improponibile di opere, avrebbero più tempo e più risorse per prendersi cura delle proprie creature. Io fossi in loro un pensierino ce lo farei volentieri...

27 commenti:

  1. Il problema dei costi è che le librerie pagano un libro con un determinato sconto rispetto al prezzo di copertina e questo sconto è maggiore per le grandi catene. Per cui le librerie di catena possono permettersi sconti maggiori, tanto che alcune, come Amazon, hanno lo sconto fisso al 15% (se ci aggiungi i costi di spedizione quasi inesistenti, sembra che la legge Levi non sia poi così efficace contro il colosso).
    Insomma, se l'editore può aumentare del 15% il prezzo di un libro, così alcune grosse librerie lo vendo al prezzo giusto... beh, è chiaro che ci rimettono i piccoli.
    Il sistema è squilibrato, ecco tutto.
    Comunque non è un baco della legge. Parlare di "aggirare la norma" è fuori luogo. La legge Levi è nata così, con questa (e altre) possibilità. Infatti qualcosa come il giorno dopo l'approvazione Amazon aveva detto: "tranquilli, ci sono degli scamuffi!".

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  2. "Una buona traduzione è una traduzione invisibile": quanto è vero! Questa frase diventerà la mia filosofia di vita.

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  3. La legge Levi è semplicemente costruita male e di questo se ne sono accorti tutti gli operatori del settore.
    Sulle traduzioni, purtroppo da anni stiamo assistendo ad un livellamento verso il basso, nel mondo dei comics potrei citare anche i letteristi, altra categoria fondamentale ma misconosciuta.

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  4. Per quanto riguarda le traduzioni non posso che essere d'accordo con te. Fino a quando una traduttrice tradurrà la parola "chiodi" con la parola unghie (e, credimi, si capiva che si stava parlando di chiodi) e un traduttore tradurrà la parola T-shirt con "Maglietta a T" non abbiamo speranze.

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    1. Beh, spezzo una lancia per "Maglietta a T". È una traduzione letterale, che non tiene conto di qualche decennio di marketing anglofono.
      E con questo chiudo gli spunti polemici di oggi, promesso!

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    2. Ma in italiano non si può sentire! xD Sarà anche letterale, ma è senza senso. Letterale non vuol dire giusto. 5 anni di traduzioni letterali dal greco antico mi hanno fatto mantenere la media (ben difesa, eh) del 4. Non era sempre corretto seppur letterale. xD

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    3. Vero, ma se il libro è edito e tradotto nel '50... beh, ci può anche stare come traduzione. Il fatto che maglietta a T sia inascoltabile è dovuto al fatto che ormai è entrato nel dizionario italiano insieme a molte parole straniere.
      Mi spiace per la tua esperienza con il greco. Io una volta feci una traduzione poetica di due versi contenuti all'interno di non so che testo (era latino), li ho pure messi in metrica, e sono stato preso in giro dalla docente.
      Bonariamente, eh!
      Tra l'altro, mi fai venire in mente, avevo condiviso alcune (orride) traduzioni (dall'inglese)... mi sa che col senno di oggi dovrò riscriverle! :D
      (Pensavo che l'approccio letterale fosse filologicamente corretto, nonostante la dubbia evoluzione del significato di "update").

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    4. Magari fosse una traduzione degli anni '50... Magari! Purtroppo si tratta di una traduzione degli anni '90, quando ormai gli inglecismi erano all'ordine del giorno. Insomma, sarebbe stato tremendo trovare "tappeto per il topo" al posto di mousepad in un libro degli anni '90. Quindi sì, letterale è filologicamente corretto, ma dipende da cosa si sta traducendo. Nel greco, come nell'inglese, non è sempre così. Vale anche il contrario, ovviamente. Molte espressioni italiane tradotte letteralmente in inglese non hanno senso. Ecco perché non tutti possono fare i traduttori e perché io avevo 4 in greco. xD Prova a tradurre in inglese "cappuccino", con piccolo cappuccio (in inglese little hood). E pensalo in una frase in cui un tale entra in un bar e chiede un piccolo cappuccio. Insomma, d'accordo, è letterale. Ma è sbagliata.

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    5. Io detesto con tutta me stessa le traduzioni letterali. Ma di molto. Tanto vale usare Google, sennò. Se le traduzioni letterali fossero corrette non ci sarebbe bisogno di traduttori, basterebbe il primo tordo con un dizionario e il gioco sarebbe fatto. Invece chi si fa chiamare 'traduttore' dovrebbe sapere che t-shirt non è una maglia a t, che 'Abbiamo una situazione' non ha senso in italiano, che 'I see' non è 'Io vedo' ma 'Capisco'... posso anche capire uno che per la fretta si lascia sfuggire un 'Pretendere' quando legge 'Pretend', ma oltre non vado, è una cosa che proprio mi fa rabbia. Chiunque abbia studiato - bene - inglese dovrebbe avere ormai impressi nella mente tutti quei piccoli tranelli linguistici, i modi di dire etc. E nel dubbio bisognerebbe andare a controllare, invece che schiaffarci una traduzione letterale che non vuol dire nulla.
      La traduzione letterale è indicata soltanto per i referti medici o durante gli interrogatori di polizia, dove se un interprete ci mette del suo, rischia di modificare il messaggio. Invece un testo letterario, specie se di narrativa, dovrebbe anche essere 'bello' e comprensibile. Il lettore non dovrebbe mai storcere il naso e chiedersi 'Che avrà voluto intendere l'autore, qui?' soltanto perché il traduttore non si è preso neanche la briga di controllare su wordreference...

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    6. Mi è appena venuto in mente: "Don't say the cat is in the sack!"

      A me diverte tradurre. Certo, tra il liceo e la laurea non l'ho più fatto, ma lo trovo rilassante. E mi permette di penetrare nelle scelte dell'autore.
      Non dico che ho talento, però mi diverte.
      Diverso è il discorso sulla traduzione professionale. Quello dei traduttori è un discorso molto complesso. Ci sono molte voci su cui risparmiare: i traduttori stessi, tagliando il tempo a loro disposizione, i revisori. Parte della revisione la fa il traduttore, se ha tempo, ma poi qualcuno deve rivedere tutto un po' come fa l'editor con l'autore. (Non so se ci sia un nome specifico per questa professione.)
      Senza parlare dello studio che uno dovrebbe fare prima di tradurre la prima parola: leggere tutta l'opera, conoscere l'autore, preferibilmente anche altri suoi scritti, cercare la voce autentica del testo, e così via.
      Non è facile tradurre bene, non credo che basti una laurea in lingue.

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  5. Sinceramente non capisco cosa intendi con "Io credo alla concorrenza", parlando della situazione dei libri in Italia. Quando i grandi editori - Mondadori, Feltrinelli, Giunti, il gruppo Longanesi, DeAgostini - posseggono non soltanto le rispettive case editrici ma anche una quota considerevole delle librerie esistenti e una propria catena di distribuzione, parlare di libera concorrenza è quantomeno ingenuo. La libera concorrenza si fa tra libere imprese in un'ambiente economico maturo, che sa come impedire che qualcuno approfitti della propria situazione di predominio. Questo in Italia semplicemente non esiste. Un esempio ovviamente un po' grezzo, ma che può rendere l'idea è questo: se l'editore M decide che lo sconto che praticherà sui propri libri nel mesi di giugno sarà del 30% - campagna concessa dalla legge Levi - i librai indipendenti possono anche rifiutarsi di aderire, dal momento che lo sconto praticato è difficilmente sostenibile, ma non ha mezzi per impedire che la libreria più vicina faccia un figurone aderendo alla campagna. Ciò che il lettore mediamente NON sa è che la libreria X, che non aderisce alla campagna, acquista i libri con lo sconto del 27% mentre la libreria Y, in franchising Mondadori, li acquista al 40% o più. Con un simile differenziale di sconto - che vale per le librerie in franchising come per le librerie on line e le librerie di catena - parlare di libera concorrenza è una pura e semplice bestemmia. La legge Levi è un puro e semplice pasticcio, nato per rispondere alle richieste delle librerie indipendenti e dei piccoli e medi editori, ma messa in opera in modo tale da permettere comunque campagne di sconto a livelli insostenibili sia per le librerie indipendenti che per gli editori di proposta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: librerie indipendenti con magazzini bassi e frequenti rotture di stock e librerie di catena molto ben fornite dei titoli nuovi dei principali editori. Se la legge Levi è un bidone il risultato è uno solo: meno librerie con una minore varietà di titoli. Il sogno di tutti è quello di trovare in tutte le librerie le consuete, consunte pile di best-seller? Non credo, sinceramente. Una buona legge sul libro dovrebbe ELIMINARE lo sconto, divenuto uno strumento di speculazione - vendo a 10 con lo sconto del 30% ciò che potrei mettere in vendita a 5 -, favorire iniziative CULTURALI sul piano nazionale, sostenere gli acquisti delle biblioteche, favorire la lettura nei piccoli e negli anziani eccetera. Ciò che abbiamo è una cattiva legge che non serve a nulla di serio e che crea in alcuni la convinzione, peraltro sbagliata, che si stia sabotando il sacrosanto diritto alla concorrenza. Mi dispiace se il mio tono non è forse stato troppo urbano, ma quest'anno ho dovuto chiudere la mia libreria e a sentire tirare il ballo la libera concorrenza, la stessa pretesa e vantata da Mondadori, Feltrinelli e gli altri nel corso degli incontri per definire la legge Levi, tendo a perdere la calma :)

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  6. Maxciti: figurati per il tono, non mi pare tu sia andato oltre :)
    Non so se hai letto il post che ho pubblicato prima di questo, lì parlavo diffusamente di librerie indipendenti e di quello che penso della situazione. A parte ciò, l'unica legge che troverei giusta sarebbe quella d'impedire alle case editrici di vendere a prezzi diversi a seconda della libreria. Questa, hai ragione, cozza con quanto chiamo libera concorrenza. Ma tolta quella, lascerei gli sconti eccome.
    Per quanto riguarda la distribuzione, non tutti hanno un proprio canale, Longanesi e Garzanti ad esempio sono col Gruppo Messaggerie. Che comunque è un gruppo enorme che non tutte le case editrici possono permettersi.
    Quando parlo di concorrenza, mi riferisco al fatto che la debolezza di uno non debba costituire l'impedimento di un altro. Non sempre, almeno. Il fatto che una libreria non possa permettersi una certa iniziativa non dovrebbe impedire all'altra di usufruirne. Ho letto in un articolo - che non trovo... - di come in altri paesi le librerie indipendenti abbiano formato una rete tra loro, per essere più forti e competitive. Nelle risposte alla discussione sotto c'è chi ha portato esempi di come alcune librerie locali si siano rimboccate le maniche e abbiano cercato di offrire quello che le librerie di catena non possono dare. So che per me è facile parlare, visto che non mi sono mai trovata a gestire una libreria, men che meno in crisi. Ma credo che non mi limiterei ad affondare passivamente, farei tutto quello che posso per richiamare i clienti o per attrarne di nuovi.
    Nella mia zona - oddio, più o meno... - hanno aperto un enorme centro commerciale, circa cento negozi su due piani. I commercianti del centro si sono lamentati, hanno esposto cartelli nelle loro vetrine e si sono lamentati ancora. Hanno fatto qualcosa per attirare i clienti? Si sono accordati per qualche iniziativa? Hanno deciso di tenere aperto la domenica? No, si sono limitati a lamentarsi. E questo mi dà ai nervi. Mi irritano le lamentele prive di iniziativa, nessuno dice che quello del commerciante sia un mestiere facile, ma da lì ad aspettarsi che i clienti varchino la soglia come guidati dall'alto...
    Ovvio che non mi sto minimamente riferendo al tuo caso, che non conosco. Per quel che ne so potresti aver fatto i salti mortali, potrebbero esserti sorte attorno venti Feltrinelli e quindici Mondadori. Io non lo so e non mi permetto di giudicare.
    E già che ci sono dico che è da un po' che mi chiedo cosa aspettino le piccole case editrici a mettersi insieme e creare una loro distribuzione. E non dico che sia facile né immediato, ma almeno tentare... è forse un tratto italiano? Restare disuniti e disorganizzati nella crisi, magari troppo sfiduciati per tentare qualcosa?
    Perché a me di iniziative ne vengono in mente tante. Ma tante.

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  7. Ah, l'organizzazione... Ho letto il tuo post di ieri e, spero non ti sembri troppo strano, ma sono d'accordo. Ho una solenne, violenta antipatia per coloro che passano la vita a lamentarsi e un'antipatia anche maggiore per coloro che sono convinti che sia sufficiente avere una libreria per potersi definire libraio. Personalmente ho passato all'incirca una ventina d'anni malcontati a (tentare di) organizzare librai ed editori, ho discusso - giusto per non dire litigato - con il presidente dell'Associazione Librai Italiani e con Gian Arturo Ferrari della Mondadori, ma le parole, in mancanza di denari, servono a poco. Ultimamente so che perlomeno gli editori italiani si sono organizzati, mentre le librerie... beh, fanno poco e male. In quanto a me, sono di Torino. La crisi mi ha trovato con quattro librerie Feltrinelli, una FNAC, una Giunti e una libreria COOP a non più di un chilometro di distanza in linea d'aria dal mio ex-negozio. Ho resistito finché è stato umanamente possibile poi ho gettato la spugna. Ho fatto lo sconto - trovandolo comunque il sistema più idiota per attirare clienti - fatto presentazioni, editato una rivista di recensioni, prodotto novità librarie, organizzato una scuola di scrittura creativa e non mi ricordo quante altre cose. Ma ho dovuto chiudere. La situazione è difficile e gli italiani leggono poco. Sei italiani su dieci non leggono nemmeno un libro all'anno - dati ISTAT- e ho molti, ma molti dubbi sulla praticabilità - non parlo della possibilità - di molte iniziative. Le idee non mi sono mai mancate, ma il vero problema è la loro effettiva efficacia. Comunque mi rallegro di non aver esagerato : )

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  8. Scusa, piccolissima nota, dimenticata. In Francia, Germania e Spagna esiste una legge sui libri che non permette lo sconto sui libri, se non al livello massimo del 5%. Se una simile legge fosse esistita in Italia farei ancora il libraio.

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  9. Maxciti: Oddio, praticamente c'ho quasi preso con le venti Feltrinelli e le quindici Mondadori O_O
    A leggere quanto hai tentato, mi spiace davvero che tu abbia dovuto chiudere, perché sicuramente hai provato e avresti meritato di riuscire.
    Tuttavia, io non riesco a condannare gli sconti. A parte il fatto che, come fa notare Salomon Xeno non si tratta neanche (come ho erroneamente scritto) di un aggiramento della legge, in quanto si tratta di una possibilità limitata a certi libri e contemplata dalla Legge Levi, quindi non vedo perché scatenare il polverone che vedo sparso in giro per blog (ma questo non c'entra), ci sono state delle impennate considerevoli nelle vendite durante la Settimana del Libro. I lettori italiani sentono il bisogno di queste iniziative. Da noi si legge poco e si compra meno, i prezzi vanno abbassati (e qui è compito delle case editrici, ma figuriamoci...) almeno una volta ogni tanto.
    Non so, capisco il tuo punto di vista al punto che mi viene anche da tentennare, però poi penso al fatto che se avessi una libreria e volessi smaltire le rimanenze dovrei comunque fare degli sconti. E magari non posso farli proprio per via della legge. O che dopotutto le librerie sono gli unici negozi dove non vengono praticati saldi né sconti periodici neanche per svuotare un po' gli scaffali. O che nessuno va a dire alla Coop di alzare i propri prezzi perché la bottega all'angolo deve tenerli più alti o che...
    Non so. Diciamo che sicuramente mi stai facendo rimuginare con impegno.

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  10. Soltanto un piccolissimo chiarimento, poi giuro di non parlare più. Le librerie non fanno liquidazioni perché, caso unico nel commercio, possono rendere ai distributori gli invenduti. Che vengono accreditati tardi e con un 3% in meno, ma che permettono di variare un minimo l'assortimento. E che, d'altro canto, consentono, anzi spingono, gli editori a produrre troppi titoli. Basta, giurin giuretto.

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  11. Ma non è che mi dispiaccia la discussione, eh xD Anzi! Devo anche dire che apprezzo il modo in cui riesci a parlarne con calma e rispetto totali nonostante sia una situazione che ti ha toccato -e colpito - molto da vicino.
    Uhm.

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  12. (No, sul serio, Maxciti, apprezzo il contributo! Anzi, credo che inserirò tutti questi dati nel database mentale e analizzerò di nuovo la situazione. Quindi commenta come e quanto vuoi, che a me fa solo piacere.)

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  13. Risposte
    1. Lo so, sono pignola xD Però è una cosa a cui tengo tantissimo. Cioè, uno scrittore può essere il più bravo di questo mondo, ma se il traduttore è incapace rovina tutto... la cosa che mi sconvolge è che spesso trovo degli errori che non farei nemmeno io. E non è che io sia questo granché in inglese, eh, però l'errore è così enorme e fastidioso che... graur ò_ò

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  15. Ciao Leggivendola! Mille complimenti per il blog, è davvero interessante!
    Per quanto riguarda la leggi Levi anch'io, come te, non l'ho mai ben sopportata perché ha danneggiato parecchio il mio portafoglio e perché secondo me ha penalizzato ancora di più la lettura, passione già parecchio scarsa nel nostro paese.
    Per quel che riguarda il raggiro da parte di Bol, io non mi ricordo benissimo tutto il testo, ma sono sicura che ci fossero delle eccezioni che regolamentavano casi specifici in cui gli sconti potevano andare oltre il 15% canonico.
    Per quanto riguarda le traduzioni, ammetto che mi soffermo poco su questo elemento: noto i refusi, i congiuntivi mancanti, espressioni assurde usate come modi di dire che in italiano sono terribili. Ma la mia analisi si ferma qui, non ho i mezzi (non avendo studiato lingue) per fare un'analisi più approfondita. Mi soffermo invece molto sul titolo originale che spesso viene tradotto in un modo terribile stravolgendo completamente quello che è l'originale e cambiando anche il significato del titolo stesso che non trova poi riscontro all'interno del libro.
    Buone letture :)

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  16. Grazie :)
    Sì, ricontrollando ho visto che c'è una postilla che rende possibile il superamento del 15% in maniera perfettamente lecita e legale. Secondo altri blogger si tratta soprattutto di prime edizioni rilegate che possono essere ribassate dopo l'uscita della versione economica, anche se non si limitano a questo...
    I titoli originali di solito non c'entrano nulla... anzi, sono proprio fuorvianti. Io ho smesso di tentare di capire perché una casa editrice si abbassi a questi mezzucci, più che altro mi irritano appunto traduzioni e refusi che si moltiplicano. Nemmeno io ho chissà quali mezzi linguistici, anche se inglese l'ho studiato e le professoresse sono state moooolto chiare sulle traduzioni e su come renderle al meglio. Forse è proprio perché si tratta spesso di errori che non farei nemmeno io, che la cosa mi dà tanto fastidio. Perché io non sono poi 'sto granché, ma non tradurrei mai 'Go and die' con 'Vai E muori'. Uff .____.

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    1. Io ho studiato giurisprudenza e tra noi ci si diceva sempre "fatta la legge, trovato il modo per eluderla", quindi ;)
      Alcune traduzioni sono davvero davvero terribili -.-'

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  17. In materia di traduzioni, sarebbe sempre interessante domandarsi cosa ci stanno a fare le redazioni, i revisori e i correttori di bozze. Il lettore grida giustamente allo scandalo quando vede errori marchiani, false friends, calchi e refusi vari; non altrettanto giustamente, tuttavia, imputa la cosa solo al traduttore. Dirò una cosa che tutti qui sanno, perdonatemi, ma non dimentichiamo che il processo di realizzazione di un libro comporta una serie di fasi (almeno traduzione-revisione-correzione di bozze, nei casi più fortunati persino collazione), durante le quali può accadere, e accade, di tutto: traduttori incompetenti che scrivono corbellerie e redattori altrettanto incompetenti che gliele pubblicano senza farsi troppe domande; traduttori bravi che vedono il loro lavoro stravolto in pre-impaginato (il che significa che non possono vedere le correzioni finali apportate alle bozze da loro approvate); traduttori bravi che incontrano redattori altrettanto professionali. C'è di tutto. Sì, alcune traduzioni sono davvero terribili, ma, posso essere provocatoria?, trovo ben più terribile il fatto che la casa editrice si veda arrivare in redazione un testo mal scritto e lo pubblichi lo stesso. Ignoranza o dolo?
    Sara Crimi (traduttrice)

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    1. Sono d'accordo con te sul fatto che le scelte editoriali non siano assolutamente imputabili al traduttore ma alla casa editrice. Però il 'c'è di tutto' non mi sta bene. Perché (secondo me) non dovrebbe esserci di tutto, ma sempre e comunque competenza e passione e interesse per quello che si sta facendo. Sicuramente certe volte saranno revisori a mettere mano e a peggiorare/sfare, ma il revisore non ha l'obbligo di sapere che 'time is too short' non si traduce con 'il tempo è troppo breve' ma con 'non c'è abbastanza tempo'. E' una cosa che dovrebbe sapere il traduttore, sennò si usava Google e via. Ti porto quest'esempio perché l'ho trovato giusto ieri.

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  18. Ciao, complimenti per il blog! Decisamente piacevole e interessante. Commento questo post perché mi tocca nel vivo. Sono una traduttrice letteraria, o ci provo, e concordo in pieno con i commenti fatti sulla frequenza eccessiva di pessime traduzioni che circolano oggi. La situazione è molto eterogenea. Ci sono case editrici che, a quanto so, pagano bene e probabilmente, proprio per questa ragione, tengono fin dall'inizio alla buona resa del testo, investendo equamente in ogni fase. Ci sono altre che pagano pochissimo, diciamo che chiedono di lavorare quasi a gratis, ma che comunque pubblicano buoni testi, magari facendo appello a persone alle prime armi che devono fare esperienza, ma che non per questo non sono capaci. Ci sono poi però gli editori che reputano la traduzione un passaggio superfluo 'sistemabile' a posteriori, da pagare due spiccioli, e che poi immettono nel mercato degli 'orrori'. Ed è una cosa terribile, perché non dobbiamo mai dimenticare che dietro una cattiva traduzione tirata via c'è una mancanza di rispetto per la parola letteraria dell'autore originale. Credo si tratti di un lavoro in bilico tra uno spietato mondo commerciale al ribasso (appunto) e quello dell'artista che, per 'tradizione' (???) non può vivere della propria arte.
    Non sono molti i lettori attenti a questi dettagli. Forse manca proprio questo: un lettore preciso ed esigente che con i propri acquisti faccia capire dove deve andare realmente la bussola, come accade qui in questo blog.
    Vorrei condividere con questa discussione una prospettiva che è circolata insistentemente alla London Book Fair 2013. A quanto pare il selfpublishing che ha reso l'autore un imprenditore di se stesso influenzerà fortemente anche il traduttore. I vari dibattiti hanno fatto notare come, alla pari dell'autoimprenditorialità di molti scrittori, anche chi traduce tenderà a vendere autonomamente i propri prodotti, investendo nelle proprie scelte traduttive come fossero un 'marchio'. Oneri e onori di vivere e gestire da soli questa esperienza, ma credo fermamente che possa essere una strada molto valida quando alla fine ci si ritrova a lavorare in un circolo vizioso e 'viziato'. Adesso mi fermo sennò scrivo un trattato, ma ho voluto dare una prospettiva dall'interno di un mondo comunque molto difficile da penetrare.

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