domenica 30 dicembre 2012

In difesa delle saghe


Quest'oggi ho voglia di cincischiare su quel sottile confine tra poco e nulla che si chiama 'riflessione notturna'. In questo caso, una disquisizione interiore su un argomento che mi sta piuttosto a cuore, come lettrice. Ovvero, come da titolo, le cosiddette saghe. Che si tratti di trilogia, quadrilogia, septilogia e e via dicendo. Lunghe narrazioni che necessitano di diverse migliaia di pagine per essere articolate a dovere e che vengono suddivise in più libri, magari distinti da impronte diverse.
Parliamoci chiaro, so bene che certe 'saghe' sono ascrivibili nell'infinita lista delle immani boiate. Storie semplici, elementari, povere di avvenimenti e scadenti nello stile, che però vengono tirate fino a sfilacciarne i fili. Un lifting malriuscito, che non riesce a nascondere la pochezza della storia, ma anzi lo mette in evidenza. Dicesi, in questi casi, 'allungare il brodo'. Una pratica tristemente diffusa, visto che perfino le imitazioni delle imitazioni dello sterco riempiono interi scaffali in libreria.
Non è strano che si sia diffuso un certo malanimo nei confronti delle saghe in genere. È anzi normale, una reazione fisica normalissima. Leggo e sento spessissimo commenti sprezzanti nei lettori, quando vengono a sapere che un certo libro comporterà uno o più seguiti. Come se una continuazione implicasse matematicamente la schifezza di una storia. E non dico che le statistiche non possano portare in qualche modo in quella direzione, mi trovo anzi ad allargare le braccia impotente innanzi alla moltitudine di brodi tanto annacquati da aver perso ogni sapore.
Però non posso dirmi del tutto d'accordo.
Io adoro le saghe. Non posso farci niente. Quando mi viene detto che una certa storia è composta da più libri, magari tutti belli spessi, il mio cuore sfarfalla. Sono una che si affeziona facilmente ai personaggi e anche tanto. Vederli scomparire all'ultima pagina è sempre doloroso e mi sento divorare dal bisogno di sapere cosa accadrà poi. Nel dopo. Sarà un 'vivranno tutti felici e contenti' o si ripresenteranno altri problemi? Se poi mi si lascia con interrogativi in sospeso, lì mi irrito, mi inalbero, mi bolle il sangue.
Credo sia un bisogno gemello della mia ossessione per le introspezioni psicologiche pignole. Conoscere tutto dei personaggi e delle loro vite. Dall'inizio alla fine. Saperne soltanto fino alla conclusione della storia mi fa storcere le labbra con un po' di rimpianto. Non posso farci nulla, sono fatta così. Per questo mi hanno fatto piacere gli epiloghi di Harry Potter o di Hunger Games, che a tanti amici hanno fatto letteralmente schifo.
E poi ci sono così tante opere meritevoli che posso citare per sostenere la causa delle 'saghe'. Prendiamo Harry Potter, che considero un esempio di saga perfetta. Sette anni in sette libri, ricchi di personaggi, di avvenimenti, di colpi di scena. Progettata nel minimo dettaglio fin dal primo capitolo, caratterizzazioni precise e certosine, un'ambientazione vivace, studiatissima e allo stesso tempo spiegata ai lettori con entusiasmo.
Oppure la Trilogia di Bartimeus, di Jonathan Stroud, che secondo me meriterebbe le stesse lodi e la stessa fama del già citato Harry Potter. La crescita del protagonista, il primo libro una perfetta presentazione del contesto e dei personaggi principali, nel secondo una svolta, una crisi e l'ampliamento della situazione storica e politica e infine il terzo, di cui non dirò nulla se non che, come i volumi che lo precedevano, è un capolavoro.
La saga di Chrestomanci e la trilogia del Castello Errante di Howl di Diana Wynne Jones. Geniali. Una filo sottile ma resistente di continuità nell'ambientazione e nella comparsa di alcuni personaggi che diventano da protagonisti a secondari a seconda del libro, una fantasia così luminosa ed estrema che sembra nutrirsi della linfa stessa del genere fantastico.
E i capolavori di Terry Pratchett? No, per dire, Terry Pratchett. Quella che da noi è chiamata Trilogia della Guardia ma che in realtà sarebbe composta da otto libri – cosa diavolo aspettano a pubblicare gli altri volumi? Che odio profondo. - e il Ciclo di Tiffany, il Ciclo di Morte e quello delle Streghe... così geniali, così divertenti, così profondi e vividi, con quei personaggi così goffi, imperfetti, macchiati con l'inchiostro della creazione...
Di quello che ha creato George R. R. Martin non voglio neanche parlarne. Il realismo nei suoi personaggi e straziante. Li conosci tutti e in un certo senso vorresti che tutti potessero vincere. Riunirsi attorno ad uno stesso tavolo e spiegarsi, una guerra finita a tarallucci e vino. Ma sai che si ammazzeranno, che il sangue scorrerà a fiumi e sarà un immane lutto letterario.
Volendo poi spostarci verso un altro genere, quello del gotico-horror, Anne Rice. Le sue Cronache dei Vampiri, la Saga delle Streghe Mayfair. Vero che negli ultimi volumi è andata un po' troppo oltre, ma per questo dovremmo forse negarle la somma ammirazione cui ha diritto? Una concezione originale ed efficacissima di 'saga', la narrazione che passa da un personaggio all'altro a seconda del libro. Intervista col Vampiro raccontava della vita di Louis, da Scelti dalle Tenebre in poi di Lestat. E poi Il vampiro Armand, Il vampiro Marius, Pandora... il racconto che va avanti con voci diverse.
Citerei in questo genere anche I diari della famiglia Dracula di Jeanne Kalogridis, una trilogia ricca nello stile e negli avvenimenti, corposa, intensa, che non avrebbe mai potuto limitarsi a poche centinaia di pagine.
E saltando di palo in frasca, James Ellroy. La quadrilogia di Los Angeles. La Dalia Nera, Il Grande Nulla, L.A Confidential, White Jazz. E la trilogia di Lloyd Hopkins. Crimini, indagini, collegamenti di sangue, protagonisti che cambiano sullo stesso sfondo di un'America corrotta.
E Jeffery Deaver, coi suoi thriller che hanno per protagonista Lincoln Rhyme, il geniale detective tetraplegico. Tutta quell'attenzione puntigliosa ai sospetti, ai dettagli, agli indizi più impensabili, quella sfida che si rinnova ad ogni libro, rivolta al lettore. Riuscirai a scoprire il colpevole? Un gioco e la vita di Lincoln che si muove e si rinnova, da un libro all'altro.
E come non citare Joe R. Lansdale. L'esimio, il geniale, l'assoluto Lansdale? Hap Collins e Leonard Pine, il duo più riuscito della storia dei noir-pulp-quello-che-è. Dinamici, violenti, ironici. Un po' tristi e un po' allegri, malinconici e ridanciani. Sfidare il mondo a cazzotti, ideali mascherati da sangue e proiettili. Battute stupide e battute sagaci. Come fai a non volergli bene?
Quello che volevo dire è che io conosco tutti questi personaggi, li conosco davvero. Come fossero amici di vecchia data, come potessi sporgermi dalla finestra e invitarli per un caffè. Ho avuto occasione di sapere così tanto su di loro e sulle loro vite, e questo grazie alla struttura che è stata data alle loro storie. La nostra è un'amicizia più profonda, più solida rispetto a quella che ho con tanti protagonisti di romanzi singoli. Più tempo passi con una persona, meglio la conosci, più ti affezioni. Non è normale?
Di Chocolat di Joanne Harris, di Hunger Games di Suzanne Collins o dei Bastardi Gentiluomini di Scott Lynch evito di parlare, perché ne ho già disquisito abbastanza negli ultimi tempi. Sapete già quanto bene io ne pensi, no?
Non ho ben chiaro nemmeno io quello che voglio dire con questo post. Solo che mi fa piacere quando uno scrittore decide di prendersi tutto il tempo e le pagine del mondo per potermi presentare storie e personaggi con quanta più attenzione e accuratezza possibile. Mi piace perché riesco a intravedere l'affetto che anche l'autore prova per i suoi personaggi, man mano che scorrono le pagine. E l'affetto dell'autore nutre e ricalca il mio.
Beh, quello che volevo dire, l'ho detto. Forse non vuole dire nulla, probabilmente potevo anche fare a meno di scriverlo.
Però, onorati lettori, non odiate le saghe in quanto tali. In caso, detestate autore e casa editrice in quanto incompetenti. La struttura seriale non è il male assoluto, è solo un viaggio più lungo. E se l'autore sa dove andare, io lo preferisco ad una fuggevole scampagnata.

Dei miei ingranaggi congelati - Nulla di nulla


Negli ultimi tempi mi sto assentando parecchio dal blog e devo dire che la cosa mi sta rodendo abbastanza. Non credo sia una cosa per cui chiedere scusa, però non mi va neanche di far finta di nulla. Forse perché questo piccolo spazio virtuale è diventato per me abbastanza importante perché io senta di dovergli tributare più cura, più organizzazione. Allo stesso tempo temo la tremenda metamorfosi da gioioso passatempo a obbligo. Relax versus forzatura. Non c'è neanche da chiedersi chi abbia la meglio, no?
Quindi non mi sento di scusarmi per la mia assenza. Anche perché dubito che qualcuno se ne sia accorto a parte me. Al massimo, potrei scusarmi con me stessa.
Come credo si sarà già intuito, questo sarà un post un po' alla cavolo, alla rinfusa, al sapore di divagazioni sul nulla, come una pagina di diario. Forse ho semplicemente voglia di dialogare un po' col mio blog, senza pensare a follower o lettori occasionali. Sento di dovermi riappacificare con la Leggivendola, perché è un lato di me che sto trascurando e stressando troppo, negli ultimi tempi. A meno che non abbiate voglia di sorbirvi divagazioni sconclusionate senza capo né coda, vi sconsiglio di leggere oltre.
Ad ogni modo, negli ultimi tempi sto leggendo meno del solito. Più di quanto molti leggano in un mese, ma molto meno di quanto per me si possa definire 'abbastanza'.
Qualche giorno fa ho finito di leggere L'uomo che ride di Victor Hugo e l'ho adorato con tutta me stessa. Ursus soprattutto. Vorrei passare una serata con lui a disquisire dell'umana sorte, a scambiarci disprezzo e disperazione, battute e sospiri. Fossi uomo, anziano e mille volte più sapiente, forse potrei somigliargli.
E adesso sto finendo Dance dance dance di Haruki Murakami, amorevolmente regalatomi da amiche che sto orrendamente trascurando e che meriterebbero d'essere adorate e portate in trionfo sulla plebe. Dance dance dance è del 1988, un'opera imperfetta, con alcuni dialoghi un po' ingenui e descrizioni prolisse ed eccessive... però è fresco, vivo, pulsante di un battito lento e calmo come lo stile dell'autore. Mi piace, ovviamente.
Vorrei stilare la classica lista dei buoni propositi di fine anno, ma so che mi scoraggerei e che mi verrebbe il magone prima ancora di arrivare a metà. Così tanto da fare e così poco tempo per farlo... le giornate sono troppo corte per la mia testa. I meccanismi si surriscaldano inferociti finché non si bloccano e si congelano. Credo sia questa la situazione in cui mi trovo, quella del ghiaccio. Sono i momenti che odio di più in assoluto. Forse l'agenda regalatami da zia mi aiuterà a mettermi un po' in ordine dentro, chissà. Speriamo. È difficile scrivere recensioni con le rotelle surgelate.

domenica 23 dicembre 2012

2013 Women Challenge!


Ebbene, è d'uopo ch'io chieda venia per l'assenza prolungata di questi ultimi giorni. Che mai sarà accaduto? Nulla di che. Il fatto che sono da mia madre per le vacanze. Gli innumerevoli libri da studiare – stamattina ho aperto gli occhi pensando 'elaborazione strutturale, fonologica e semantica!' - e l'incagliarmi in un libro meraviglioso e giustamente meritevole di tempo e attenzione. Un libro di quelli pregnanti e intensi, sfortunatamente il peggio impaginato ch'io abbia mai veduto – poche pagine e già mi bruciano gli occhi, per intenderci. Tale lettura è L'uomo che ride di Victor Hugo, plurimamente e avvedutamente consigliatomi da Camilla di Bibliomania.
Ma veniamo al tema del suddetto post, che diamine!

La Women Challenge ideata da Peek-a-Book!, qui il link, motivata dallo scarso interesse imperante verso i libri scritti da donne. Basta dare una controllatina alle proprie librerie su Anobii o agli scaffali polverosi che adornano le nostre stanze – non so i vostri, ma i miei effettivamente sono piuttosto polverosi... - per renderci conto di quanto i libri scritti da maschi siano assai più numerosi di quelli scritti da donne. 
E vorrei far notare che l'ultimo libro di Alessia Gazzola – di cui io tuttora non ho letto nulla, però il sospetto mi viene e dunque lo esprimo, se poi qualcuno volesse ragguagliarmi ne accoglierò le argomentazioni con gioia – seppure tratti di un'anatomopatologa e abbia al centro della trama un omicidio, sfoggia una copertina da romanzetto rosa ch'io dubito verrebbe mai concepita per un tomo recante nome AlessiO Gazzola. La butto lì, poi ditemi voi. Dovessi aver ragione a sospettare, mi girerebbero le gonadi come fossero trottole impazzite nel vento.
Indi, controfirmando la mia partecipazione alla sfida vado a copincollarne le regole.

Regole:
* chiunque può partecipare;
* non è necessario avere un blog per partecipare. Se non hai un blog lasciami cortesemente un commento con un link (se le pubblichi da qualche parte) alle tue recensioni o con la lista dei libri che leggerai man mano e il livello che hai scelto; (Ovviamente tale regola si riferisce al blog di Peek-a-Book!-1)
* è permessa la lettura di audiolibri, e-books, libri "normali" e riletture;
* per i blogger: crea un post di iscrizione (tipo questo che ho scritto io) e posta il link sul linky che trovi qui sotto; (Ovviamente tale regola si riferisce al blog di Peek-a-Book!-2)
* la sfida durerà dal 1 gennaio 2013 al 31 dicembre 2013.

Livelli:

Livello 1: BABY GIRL - leggi da 1 a 5 libri scritti da un'autrice donna
Livello 2: GIRLS POWER - leggi da 6 a 10 libri scritti da un'autrice donna
Livello 3: SUPER GIRL - leggi da 11 a 15 libri scritti da un'autrice donna
Livello 4: WONDER WOMAN - leggi più di 16 libri scritti da un'autrice donna

Ora, ammetto che mi basta dare una veloce scorsa agli ultimi 4 mesi della libreria Anobii per mandare in tilt il jack-pot, ma soprassediamo. Anche se non mi spiacerebbe un livello Lady Deadpool. O un livello Hit-Girl.

Dicevo! Scegliere le tre autrici preferite è stato arduo, ma non mi tiro indietro.

Andiamo con:

Diana Wynne Jones
Charlotte Bronte
Anne Rice

E anche se non compare tra i tre nomi, permettetemi la citazione:

'Good luck and may be odds be ever in your favor'

giovedì 20 dicembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #8


Cara insonnia da esame, devo dire che non avevo minimamente sentito la tua mancanza. Ma veramente per nulla. Al momento mi trovo in quel limbo d'incertezza di chi non sa se farsi un'endovena di caffè o trangugiare litri di camomilla. Occhi sbarrati e mani tremanti ma funzionalità di studio oppure sonno e funzionalità rimandata senza però l'impaccio dello stress? Amleto, pensaci tu.
Frattanto...

La banda delle casse da morto di Nick Laird – traduzione di Federica Aceto - Mimimum Fax, 2007

Una storia irlandese. Pub, scazzottate, ubriacature e l'eco dell'IRA in sottofondo, in agguato nel passato dei personaggi. Complimenti alla traduttrice Federica Aceto, per aver saputo mantenere l'aria 'irlandese' nei dialoghi – e ovviamente anche per tutto il resto. Opera prima di Nick Laird, La banda delle casse da morto – in originale Utterly Monkey – racconta dell'Ulster attraverso i suoi personaggi. Le tracce che quel paesino nell'Irlanda del Nord ha lasciato indelebili nelle loro vene, anche in Danny, che se n'era allontanato anni prima per diventare un avvocato londinese. E ci riesce anche, a nascondere quello strato d'Irlanda sotto la pelle, finché non viene raggiunto da Geordie, amico d'infanzia, fuggito dal paesino per evitare di farsi ammazzare dai fratelli criminali della sua ragazza Janice. Non si tratta soltanto di una questione di 'protezionismo familiare', ma anche di soldi trafugati. E a cosa servivano quei soldi?
Un'opera ironica, divertente, quasi allegra dalla quale a mio avviso potrebbe uscire perfettamente un film di Guy Ritchie.
Mi facevano spesso sorridere gli incontri di Danny e Geordie coi compaesani. 'Ah, ma tu di chi sei figlio? Ma certo, conosco tuo padre. E tuo zio. E quella ragazza, hai presente, la figlia della tizia delle poste...'. Beh, mi fanno sorridere. Ricordo di quando, anni fa, avevo lasciato il mio ligure paesello per andare a studiare a Milano. Le mie compagne di università, milanesi, hanno riso quando ho chiesto loro se conoscevano tale o talaltra persona. Nelle grandi città tutto si perde, è un marasma confuso di volti e nomi che non significano nulla. Invece ero capitata in stanza con una ragazza della mia città e praticamente conoscevamo le stesse persone, anche se non ci eravamo mai viste. Un po' l'ho sentito mio, questo libro. IRA a parte, s'intende.

L'assassino ipocondriaco di Juan Jacinto Munoz Rengel – traduzione di Pierpaolo Marchetti – Castelvecchi, 2012

Questo libro è stato un po' una delusione, ma, ammetto, in modo assai personale. Chi apprezza le divagazioni aneddotiche e il racconto di fatti curiosi, sicuramente avrebbe potuto apprezzarlo molto più di quanto non l'abbia apprezzato io. Non che sia scritto male, anzi. E non è che la storia non fosse interessante, anzi. Il problema è l'ipocondria del protagonista, il signor Y, che fagocita la narrazione in un vortice di acciacchi e malanni improbabili. Spuntano qua e là stralci del passato del signor Y, che ci aiutano a comprendere come abbia fatto a diventare la persona che è, ma che non fanno molta luce su come abbia potuto diventare un assassino a pagamento. E soprattutto, i capitoli della storia del signor Y vengono troppo spesso intervallati – o meglio, troppo spesso per un libro tanto breve – dalle storie di personaggi famosi ipocondriaci o malandati. Una quasi totalità di geniali orfani, tra cui Kant, Swift, Edgar Allan Poe... E non dico che questi capitoli non siano di per sé interessanti, ma avrei preferito saperne di più sul signor Y. Dopotutto, se passate di qua abbastanza spesso, forse saprete quanto io adori caratterizzazioni estreme e puntigliose, introspezioni psicologiche precise che non lascino alcun dubbio su chi sia o cosa voglia quel personaggio. E, soprattutto, perché.
Per quanto scritto bene – e molto ben tradotto – e con un soggetto tanto interessante, L'assassino ipocondriaco è stato per me una lettura un po' incompleta. Piacevole, ma incompleta. La mia delusione è anche figlia delle altissime aspettative che avevo. Il signor Juan Jacinto Munoz Rengel aveva per le mani un'ottima storia, un bel protagonista e uno stile stupendo, raffinato, alto e chiarissimo. Avrebbe potuto dare vita a un capolavoro. Peccato. Ma attenderò il prossimo libro fiduciosa.

domenica 16 dicembre 2012

Figlio dell'Impero Britannico - Jane Gardam


Non avevo in mente niente in particolare, quando ho preso questo libro dagli scaffali della biblioteca. Passeggiavo, estraevo titoli, una sbirciatina alle prime pagine, li rimettevo a posto e così via. È una cosa che faccio per rilassarmi, andare a curiosare in biblioteca. Ci vado anche quando non posso più prendere libri perché ho superato il limite massimo, quando le pile che ho sul letto minacciano di crollare e devo dividerle in tante pile più basse. Forse è l'odore della carta – lo so, sono una maledetta sniffapagine – o magari quel silenzio interrotto appena da educati sussurri o dalle sporadiche risate dei bambini nella sala-ragazzi.
Ad ogni modo, ero lì a passeggiare curiosando tra gli scaffali e non pensavo neanche di prendere un libro, quando mi sono imbattuta in questo. Figlio dell'Impero Britannico di Jane Gardam, eccellente traduzione di Alberto Bracci Testasecca,  pubblicato nel 2009 da E/O. Una sfogliatina veloce alle pagine, un leggero tentennamento e infine la decisione. Mio.
Ho apprezzato molto la breve spiegazione di alcuni termini e di certe usanze all'inizio del libro. Il termine Filth (Failed In London Try Hong Kong), cosa s'intendesse per 'Orfani del Raj', la differenza tra barrister e solicitor... sono quel genere di note che di solito si trovano alla fine del libro, dopo che per tutta la lettura hai continuato a chiederti 'Ma che cavolo..?'. Comodo trovarsele all'inizio, una volta tanto.
Per 'orfani del Raj' s'intendono quei figli di burocrati britannici nati nelle varie zone dell'allora Impero che vengono allontanati dalla famiglia in tenera età per essere spediti in Inghilterra e crescere come 'veri inglesi'. Finiscono spesso per dimenticarsi della famiglia d'origine e attaccarsi a quella cui vengono affidati, la quale talvolta ricambia ma spesso rifiuta. Orfani coi genitori in vita, orfani del 'Raj', termine che indica ''l'insieme di domini diretti e protettorati dell'Impero Britannico nel subcontinente indiano''.
Il protagonista di questo libro, Edward Feathers, è uno di questi bambini sfortunati. La madre morta durante il parto, il fugace amore della balia Ada, la misurata freddezza del padre, un lungo viaggio con una zia sconosciuta al raggiungimento dei quattro anni. Una pausa buia, ghiacciata, nebulosa, quella dell'affido a 'Mamma Didds', la scuola con Sir e con Pat, la famiglia Ingoldby... la storia del leggendario giudice Eddie 'Old Filth' Feathers, raccontata con calma, lentamente, senza correre, senza sbalzi. Con flemma. Il suo presente di anziano neo-vedovo, il caparbio rifiuto della fragilità, la barriera costruita per proteggersi dal passato che comincia a sgretolarsi. I suoi confusionari viaggi in macchina verso cugine dimenticate da decenni, alla ricerca di risposte o forse di domande.
E, parallelo al suo presente, il suo passato. La sua infanzia, la sua gioventù, uno scorcio di età adulta appena prima della fine, capitoli che si intervallano e riflessioni postume. Uno spaccato di un Impero Britannico che non conoscevo e delle ferite che ha saputo provocare e nascondere.
La storia è narrata in terza persona, lo stile è lento e pacato, assolutamente mai volgare o sopra le righe. Un libro avvolto nella nebbiolina londinese, una trama che si srotola senza intoppi su una tovaglia candida, punteggiata da piccole macchie di tè. Senza latte né zucchero, che i veri inglesi lo bevono così. Il personaggio di Edward è bizzarro e convenzionale al tempo stesso. La testardaggine con cui si aggrappa a certi manierismi, che già ai suoi tempi stavano decadendo, è ammirevole. L'infrangibile durezza della sua corazza contro la confusa bufera che ha dentro.
La caratterizzazione dei personaggi funziona, qualche svelto tratto di pennello qua e là che riesce a darci un'idea piuttosto chiara di chi siano e cosa facciano, anche se alla fine non hanno una propria importanza di per sé, ma soltanto in funzione del loro rapporto con Edward. Eppure certi sono davvero ben costruiti e possiamo immaginarceli con una certa chiarezza anche lontani dal protagonista, nelle loro giornate di buio – per Babs – e di luce – per Claire.
Quindi, che dire? Lo consiglio spassionaramente, il classico 'Mi è piaciuto un sacco' risulta debole e riduttivo. Segnalo brevemente che Jane Gardam è l'unica scrittrice ad aver ricevuto per due volte il Whitbread Prize per il miglior romanzo dell'anno. Per dire, non dovesse bastarvi la mia parola...

venerdì 14 dicembre 2012

I libri come ancore nella memoria


Era un po' che non pubblicavo un post che non fosse una recensione, vero? Ancora un po' e si rischiava di scambiarmi per un blog serio. No, non è vero. Credo di avere abbondantemente eluso tale pericolo, infondendo in questa pagina virtuale quel giusto pizzico di 'me' che basta ad allontanare ogni sospetto di serietà.
È successo che qualche tempo fa ero a lezione, mi pare, di psicologia. Chissà come si è arrivati a parlare dell'impatto che lasciano su di noi certi avvenimenti, come l'11 Settembre. Tutti ricordiamo chiaramente cosa stavamo facendo, quando siamo stati raggiunti dal crollo delle Torri Gemelle. Io ero a casa di un'amica a fare i compiti di matematica, la televisione era accesa e siamo rimaste così, sconvolte di fronte alla gente che urlava. Ricordo anche quando sono tornata a casa e sono corsa a urlare ad un'amica dal balcone e siamo rimaste per un po' a interrogarci su quello che sarebbe successo. Già mi vedevo in mimetica, giovane soldatessa pronta a combattere. Contro chi o cosa, ancora non lo sapevo, ma ero alle medie e trovavo quell'immagine vagamente romantica, nel senso più violento del termine.
Ad ogni modo, durante quella stessa lezione, mi sono resa conto di una cosa che mi ha un po' stupita, ovvero di come la mia mente rimanga fortemente ancorata a certi momenti grazie ai libri. Ad esempio, le mattine in cui ho scoperto Ronja o La figlia della Luna e sono andata a leggermeli sul divano. Quelle ore di fagocitata lettura sono tuttora infilzate a fondo nella mia mente, nonostante siano passati più di dieci anni. O quella sera in cui ho divorato Il mio amico Jan, ignorando i richiami di mia madre per la cena, sdraiata a pancia in su sul divano. O la tremante lettura di Pet Sematary, sola in casa, terrorizzata ma incapace di lasciare andare il libro. O il giorno in cui ho conosciuto la voce delicata di Jane Austen e sono rimasta tutto il pomeriggio a gambe incrociate sul letto finché non ho terminato di leggere Orgoglio e Pregiudizio. O i pomeriggi passati in biblioteca, ad accarezzare con gli occhi e con le mani i dorsi dei libri della Pitzorno, l'immagine della mia mano che esita e poi si protende verso Principessa Laurentina. O quel giorno che mi sono imbattuta in James Ellroy e nel suo L'angelo del silenzio, il cui sanguinoso raccapriccio mi è rimasto appiccicato addosso per mesi.
O la sera del mio compleanno in cui le mie mani hanno scartato Harry Potter e la pietra filosofale, ancora sconosciuto, e il ricordo del tepore del lettone dei miei, dove mi rifugiavo a leggerlo. Ricordo ancora il momento preciso in cui ne ho sentito parlare da altri, stavo varcando il cancello della scuola – ero in seconda media – e ho sentito un paio di compagne che ne discutevano animatamente. E poi L'incredibile storia di Lavinia, aperto sotto il banco e letto durante l'ora di italiano mentre la maestra Enrica spiegava. O Jane Eyre, le pagine del libro della biblioteca illuminate dal sole che entrava dai finestrini del treno. O la mia schiena premuta contro le pareti dell'edificio scolastico mentre, al primo anno di superiori, leggevo Il vampiro Armand.
E quei caldi pomeriggi d'estate a cavallo tra medie e superiori, passati a passeggiare in una biblioteca deserta e il momento in cui ho deciso di portare via con me Coraline e Stardust. Il pomeriggio passato a divorare Strega come me, a luce spenta nonostante fosse un pomeriggio d'autunno senza Sole. Perfino le mie piccole mani che passavano sulle pagine spesse e lucide, mentre leggevo una delle tante avventure di Pandi. O il mio primo libro, regalatomi da mio padre e letto con l'aiuto di mia madre, accanto a lei nel lettone, il suo indice che scorreva sulle lettere e la sua voce che districava il mistero dei suoni.
Forse per voi non sarà nulla di speciale, tutto questo parlare di memoria e ricordi. Il fatto è che io ho una memoria a dir poco pessima e poter comunque accedere a così tanti fotogrammi, impilati con tale assoluta chiarezza... beh, è una bella cosa.
E voi? Quali sono i libri che hanno segnato un punto indelebile nella vostra memoria? Su, che sono curiosa.

mercoledì 12 dicembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #7


In questo momento sto fissando il secondo letto nella mia stanza. Parallelo alla parete, perpendicolare al letto che uso per dormire, è stato piazzato qui perché non c'era altro posto e lo uso come un ampio scaffale morbido sul quale ammucchiare i miei libri. E sta strabordando. Qualcuno è prestato, qualcuno regalato, buona parte – mea culpa – comprato. Soprattutto i classici. Ieri non ho resistito alla tentazione, dopo la cocente delusione della Fiera del Libro, quasi spoglia di tutte quelle vecchie edizioni in copertina rigida (esempio nella foto) e sono stata alla libreria dell'usato che c'è da queste parti. Il meraviglioso mago di Oz di Baum, Teresa Raquin di Zola e 1984 di Orwell, in edizioni così belle che non posso fare a meno di fissarli con sincero affetto e assoluta ammirazione.
Sul letto-scaffale, i libri presi in prestito in biblioteca non si contano. Sono tanti. Troppi. Due pile abbastanza alte da rischiare di crollare. Forse leggere è davvero una dipendenza, una droga al pari della cocaina.
Ma diamo un po' di senso a questo post, che diamine!

Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop di Fannie Flagg – traduzione di Olivia Crosio – Sonzogno, 1992

Ne avevo sentito parlare così tanto che mi usciva dalle orecchie. Quei libri che tutti conoscono e tutti ti consigliano, fino a farti venire una qualche allergia al titolo stesso. Non sapevo di cosa parlasse, di che paese fosse l'autrice, dove fosse ambientato... nulla. La mia leggera avversione – anzi, più diffidenza che vera avversione – era del tutto immotivata. Poi mia sorella è andata a comprarlo, l'ha letto e adorato, me l'ha nuovamente consigliato e infine me l'ha spedito dalla Germania. E allora, giustamente, l'ho letto. E mi è piaciuto un sacco.
Lo stile è scorrevole, allegro, quasi colloquiale. Tre livelli narrativi si alternano – a certuni può dare fastidio, io personalmente adoro quando i punti di vista rimbalzano da un soggetto all'altro – tra la prima persona di Evelyn Couch, la sua vita privata, il suo inferno interiore e le sue visite alla casa di riposo, dove incontra l'adorabile signora Threadgoode, che le racconta del caffé di Whistle Stop, gestito dalla temeraria Idgie e dalla tranquilla Ruth. Il secondo livello narrativo è appunto incentrato su Idgie e Ruth, sulla famiglia di Idgie, su alcuni abitanti di Whistle Stop e le loro vicende personali. Il terzo è più particolare: il bollettino settimanale di Whistle Stop, sul giornale della signora Dot Weems. Mezza pagina, una pagina al massimo. I piccoli accadimenti di una cittadina dell'Alabama negli anni '30, '40, '50. Un mondo in miniatura in cui qualsiasi piccolezza può diventare una notizia.
I personaggi sono meravigliosi. Qualche colpo di penna e sono tutti lì, umani e imperfetti, vivi e vividi. L'arco narrativo è ampio, si va dalla metà degli anni '20 alla fine degli anni '80, con tanti buchi temporali ma nessuna domanda lasciata senza risposta.
Consiglio spassionatamente questo libro. È caldo, luminoso, il tintinnio delle stoviglie di Whistle Stop, il rumore lontano del treno e il rombo sotterraneo della problematica, inquietante America di quegli anni, dal razzismo alla crisi. E poi di nuovo all'allegria di Idgie e al sorriso di Ruth. No, davvero. Leggetelo.

Agnes Browne mamma di Brendan O'Carroll – traduzione di Gaja Cenciarelli – Neri Pozza, 2008

Primo di una serie che conta ben tre successori, questo libro sprizza Irlanda da ogni poro. Davvero. La prima parola che mi viene da usare per descriverlo è 'irlandese'. Se non l'avessi preso in biblioteca, lo piazzerei accanto ai miei libri di Roddy Doyle, soprattutto a Bella famiglia!. La protagonista è la famiglia Browne e la storia inizia dalla morte – praticamente una benedizione, ad essere sinceri – del marito Rosso. Sette pargoli, di cui un'unica femmina, Cathy. Poi ci sono Mark, Simon, Rory, Trevor, Frankie e Dermot. E l'amica di Agnes, l'inimitabile Marion. Entrambe lavorano al Jarro, zona povera di Dublino, in bancarelle di frutta e verdura. Le loro chiacchiere allegre, tra il volgare e l'ingenuo, le loro visite al pub, la tragedia che si abbatte ad un passo dalle risate...
In un certo senso mi viene da paragonare questa lettura a Zia Mame di Patrick Dennis. Forse per la sua struttura a episodi – anche se quelli di Zia Mame sono molto più lunghi – o forse per l'atmosfera allegra e il buonumore che riesce a trasmettere. Le analogie finiscono qui, perché laddove Agnes Browne è tanto irlandese da grondare birra, Zia Mame, nonostante l'autore sia americano, sfoggia una compunta aria inglese da ora del tè con biscotti.
Che dire? Consiglio pure questo. Sono entrambi libri da buonumore, questo è senz'altro più leggero e meno impegnativo dell'altro. Vedete voi, comunque se avete voglia di farvi due risate questo è il libro giusto.

domenica 9 dicembre 2012

Brevissimo, inconcludente e, ammettiamolo, inutile resoconto della Fiera del Libro Usato


E alla fine, ieri sono andata alla Fiera del Libro Usato di Milano. Avevo paventato di non riuscire ad andare a causa della neve che, sapete com'è, laddove in Siberia o in Lapponia i treni corrono come scivolassero su un magico arcobaleno, qui bastano due fiocchi e s'inceppa la ferrovia. L'anno scorso sono rimasta bloccata in stazione per una giornata intera, dalle 13 alle 20 passate... e onestamente non è che mi sentissi molto di ripetere quest'entusiasmante esperienza.
Ma la neve è stata signorile e clemente – d'altronde gliel'avevo chiesto per favore, di calmarsi un po' – e ha deciso di posticipare la bufera, quindi, anche se con un po' di ritardo – dovuto al sonno più che al meteo – mi sono fiondata a prendere il treno per raggiungere la suddetta fiera.
Che dire?
Mi spiace di non essere riuscita a incontrare Francesca di Lost in Good Books – ci eravamo sentite tramite fb, in teoria mi sarei dovuta attaccare addosso un cartello con scritto 'Leggivendola' in modo da farmi riconoscere facilmente, ma una volta giunta in loco mi sono trovata circondata da gente 'normale' e ho temuto che sarebbe stata un po' una burinata. Sigh. Dannati sprazzi di dignità - e Pennylane, ma per il resto è stata una giornatona, passata a vagheggiare con gli occhi spiritati tra mille bancarelle profumate con SalomonXeno e Camilla. Tra l'altro debbo ammettere che ho fangirlato Camilla in modo molto dignità-free, ma soprassediamo. Quello che accade alla Fiera del Libro Usato, rimane alla Fiera del Libro Usato. Inclusa la figura da intellettuale fallita di quando ho confuso alfabeto greco e cirillico.
Però, delusione massima, mancavano proprio i libri che cercavo, ovvero quelle edizioni vecchie, rigide e col titolo in caratteri dorati dei classici. Visto che alla libreria dell'usato dalle mie parti sono solita portarmene via a caterve per 2 euro la copia, speravo avrebbero riempito pareti intere. E invece niente. Sigh. Non che sia venuta via a mani vuote, ma considerando che inizialmente intendevo partire con una valigia tutta da riempire – no, non sto scherzando – ammetto che il bottino non si avvicina neanche lontanamente a quanto avevo sperato. Per me ho preso appena due libri, Il villaggio di Stepancikovo di Dostoevskij – in un'edizione meravigliosa – e Un matrimonio inglese di Frances Hodgson Burnett, che invero mi incuriosiva soprattutto per la casa editrice, Astoria, di cui ho tanto sentito parlare ma che ancora non ho 'provato'.
Che altro? In treno ho finito di leggere Agnes Browne mamma di Brendan O'Carroll – carinissimo – e stamattina ho finalmente iniziato Il prigioniero del cielo di Zafòn.
Ed ora! Una rapida doccia e poi via in biblioteca. Che ieri non ci sono stata, poi finisce che si preoccupano.

venerdì 7 dicembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #6


Killshot di Elmore Leonard – traduzione di Luca Conti – Einaudi, 2009

Questo lo avevo scelto su suggerimento di Gaia di Giramenti, che parlandone aveva usato come metro di paragone 'Hap&Leo' di Lansdale. E io adoro Hap e Leo di Lansdale, perciò mi sono fiondata in biblioteca ad abbrancarlo come una belva feroce. Oddio, l'effetto non dev'essere stato precisamente quello, perché il libro era sullo scaffale più alto e ho dovuto saltellare con fare ben poco feroce e minaccioso per afferrarlo... ad ogni modo, dicevo Killshot di Leonard.
Non ho trovato molte analogie con Hap&Leo. I dialoghi erano molto più credibili – scusa, Joe – e mancava quel senso di virile cameratismo da 'schiacciamoci le lattine in testa e poi prendiamoci a cazzotti e aiutiamoci a rialzarci stagliati contro il tramonto'. Cioè, quell'amichevole e scanzonata violenza. Sia chiaro, la violenza c'è, anche se meno di quanta me ne aspettassi. È che non viene spiattellata, sviscerata, calpestata o messa in risalto. Curiosamente, manca il compiacimento della truculenza. Sì, va bene, qualche testa esplode, pallottole di qui, ossa spezzate di là. Però con freddezza chirurgica, senza stare troppo a rimestare nel sangue, capite? Se questo sia un pregio o un difetto, dipende dai gusti. Io avrei preferito qualche tamarrata splatter in più, ma lettori con un po' più di classe preferiranno questo tipo di descrizioni.
La trama, in soldoni. Ci sono Carmen e Wayne, una coppia felicemente sposata. Lui carpentiere e lei agente immobiliare. Lui cacciatore di cervi, lei fissata con l'analisi dell'ortografia. E poi ci sono questi due criminali, Blackbird e Richie. Uno sicario per la mafia, l'altro un delinquente che spazia tra sagaci intuizioni e squallida idiozia. Per puro caso, Wayne e Carmen finiscono per ostacolare il piano ordito da Richie a danno dell'agenzia immobiliare per cui lei lavora e... e poi si va avanti.
Devo dire che c'è voluto del tempo, perché la lettura ingranasse, più del solito. Però devo dire anche che ho apprezzato molto i dialoghi realistici, il modo in cui vengono spiegati i rapporti che legano i personaggi e le loro peculiarità. Sono così veri che potresti incontrarli andando a fare la spesa. Certo, nel caso di Blackbird e Richie non sarebbe un bell'incontro, però...

L'inverno di Frankie Machine di Don Winslow – traduzione di Giuseppe Costigliola – Einaudi, 2008

C'è Frankie Machine, in realtà Frankie Machianno, questo apparente cittadino rispettabilissimo, proprietario di un negozio di articoli per la pesca, di un'azienda ittica che fornisce il pescato a buona parte dei ristoranti di San Diego, oltre che di tovaglie e biancheria in genere. Lavoratore instancabile, divorziato ma ancora in buoni rapporti con la moglie e con la figlia ormai adulta. Ha sessantadue anni ed è stato un potente mafioso. Guarda con malinconia ai tempi andati, alla tradizione, al senso dell'onore ormai perduto. Rimane una leggenda nella criminalità organizzata, con la bocca ancora cucita nonostante tutti gli anni passati. Eppure si ritrova braccato da sicari mandati da una qualche famiglia mafiosa e, con tutto il peso dei suoi anni, deve tornare a indossare i panni di Frankie 'Machine'. Indagini nel presente, intermezzi dell'amico detective quasi arrivato alla pensione e di un giovane mafioso intraprendente sulle sue tracce. Stralci del passato, ricostruzioni dell'America di quegli anni, di Nixon, dei tempi d'oro delle 'famiglie'.
Ho adorato questo libro, eppure ammetto che avrei gradito qualche ingarbugliamento in più, un intreccio più elaborato, qualche intoppo tra Frankie e la verità. Non che sia roba da poco, non che ci siano argomenti tralasciati o che la trama non sia già complessa, però...
Ad ogni modo, lo consiglio. Molto.
… giusto per essere chiari, la parte sopra non vuole in alcun modo guardare con favore alla mafia e a tutto ciò che rappresenta o ha in mano. È Frankie Machine a parlare di onore o tradizione, laddove io etichetterei semplicemente con 'cacca'. Spero di essermi spiegata.

giovedì 6 dicembre 2012

My Christmas Gifts



Non so se ve ne siete accorti, ma siamo a Dicembre. E Dicembre vuol dire Natale. E Natale vuol dire meme natalizi! Mi accingo dunque a rispondere a quello mandatomi da Kedi di Emozioni in bianco e nero, seppure con un certo ritardo – del quale mi scuso – dovuto a motivi di tipo studio-sonno-logistici. Ma andiamo a cominciare!

1)Qual è il primo regalo di Natale di cui hai memoria?
Credo Patty, la coniglietta cucitami amorevolmente da mammina quando avevo cinque anni. Ero peggio che Linus con la sua coperta, me lo portavo a scuola anche alle medie...

2) Qual è stato l’ultimo regalo di Natale che hai ricevuto?
L'ultimo regalo di Natale? Bella domanda, è stato un anno fa... l'ultimo scambio di regali è stato a Capodanno, perciò immagino il pupazzo con le sembianze di Tyrion, il pupazzo con le mie sembianze, un sacco di dolci e Amore amore di Dan Rhodes. E robe della Lush che non ricordo.
… sì, invidiatemi, ho un pupazzo a forma di Tyrion. Che tiene per mano quello a forma di mini-me xD

3) Qual è stato il regalo di Natale desiderato e mai ricevuto?
Non saprei, di norma ricevo quello che chiedo, visto che ogni anno compilo delle liste accurate di libri... e non credo di aver mai avuto grandi pretese, perciò non mi viene in mente nulla. Certo, a meno che non conti il cavallo che avevo chiesto in seconda elementare xD

4) Qual è stato il regalo di Natale più bello in assoluto?
Eeeh, non è facile neanche questa. Probabilmente un libro. O la presenza di mia sorella.

5) Qual è stato il regalo di Natale più brutto in assoluto?
… mi spiace davvero per la mia povera genitrice che ogni tot si vede rinfacciare questa cosa, ma per amore della verità mi trovo a dover ribadire la copia di Tre metri sopra il cielo ch'ella amorevolmente mi aveva preso dando retta a una libraia incompetente. Complimenti alle mie doti recitative, comunque, perché per mesi sono riuscita a convincere mia madre che mi fosse piaciuto, finchè ella non mi ha proposto di guardare il film insieme, per poi voltarsi verso di me e dirmi 'Ma è una vaccata'. La mia mamma.
6) Qual è stato il Natale più felice?
Non riesco a ricordarne uno che non sia stato felice... sicuramente è stato uno di quelli con mia madre e mia sorella, oppure coi nonni e la zia. Non so, siamo una famiglia piccola ma compatta e sincera, perciò ogni festività è allegra.

7) Qual è stato il Natale più triste?
Non pervenuto. O forse sì, quello in cui ho scoperto che Babbo Natale non esiste. A sette anni ho trovato tutti i regali nell'armadio dei miei, la sera della Vigilia. Ricordo che ho pianto per ore, però non ho ben chiaro come mai avessi deciso di controllare. Secondo mia sorella sospettavo già da un po', io invece ricordo che è stata lei a spedirmi a controllare l'armadio. D'altronde l'infanzia è fatta di sprazzi di verità e ricordi fittizzi...
Oppure quello di un paio di anni fa, quando mia sorella è rimasta in Germania. Come quest'anno. Sigh.

8) Qual è stato il regalo di Natale più inaspettato?
Per Natale non mi viene in mente nulla. Per il compleanno sì, diverse cose, però per Natale nisba... sarà per le liste che compilo giudiziosamente con settimane d'anticipo?
… certo, a meno che non conti il calendario fattomi dalla coinqui-amica che la rappresentava in ambienti ultra-photoshoppati per ogni mese dell'anno.

9) Qual è il regalo che hai fatto di cui vai più fiera?
Natale di almeno 7-8 anni fa, era un periodo in cui mammina cominciava a gradire i vini – non in senso brutto, eh, non pensate male – e si era procurata una di quelle strutture di legno che servono a contenere le bottiglie. Però era sempre vuota, in quanto anche mammina è giustamente ligure. Allora io e mia sorella gliel'abbiamo riempita di bottiglie di vino decente e fatta trovare in bella vista sul tavolo di cucina. Sì, quello è stato un bel regalo, via.

10)Quale regalo vorresti ricevere per questo Natale?
Uhm, la lista non è stata ancora compilata... beh, un bel po' di libri. Il bello della vita di Dan Rhodes e Il giardino delle pesche e delle rose di Joanne Harris in primis, ma anche in secondis non mancano i titoli. Tipo Dio odia il Giappone di Coupland – ma quello mi sa che me lo regalo direttamente io...

Ed ora! Simpaticamente passo il testimone a:

Camilla, Bibliomania
Salomon Xeno, Argonauta Xeno

E basta, perché sono buona. E svogliata.

lunedì 3 dicembre 2012

Intervista ad Alessandro Lana, libraio - Il terzo luogo


E alla fine, eccomi a condividere un'intervista che aveva avuto luogo mesi fa, forse a Settembre. Ne avevo parlato qui, tanto per rinfrescarvi la memoria. Perché ho aspettato così tanto? Non lo so. Inizialmente avevo avuto dei problemi col file audio, poi ho rimandato la trascrizione e quindi ho disertato la correzione. Non so bene perché, dopotutto non è che non avessi tempo. Solo che sentivo che non era ancora arrivato il momento. Almeno fino a stamattina quando, mentre mi insaponavo i capelli sotto la doccia, mi è scattato dentro un ingranaggio, come se la lancetta del mio tempo si fosse fermata su 'Adesso'.
Prima dell'intervista, però, vorrei dire due parole.
Mi piaceva Il terzo luogo, anche se quando ha aperto mi ero appena trasferita a Milano e ha chiuso quando non ero tornata che da pochi mesi. Una libreria grande, di diverse stanze, però non ingombra di libri. I volumi erano rilassati, adagiati l'uno contro l'altro come se si chinassero a bisbigliarsi qualcosa con calma, certi che prima o poi sarebbero stati scelti. È in quella libreria che avevo scorto per la prima volta un libro della Marcos y Marcos, della Isbn Edizioni, perfino della Elliot. Era una libreria che credeva nei libri, che sentiva e presagiva. Una macchinetta del caffè, un tavolo e delle sedie. E odore di pagine.
Voi che state a Torino, sappiate che siete fortunati. Il terzo luogo si è spostato da voi, insieme al suo libraio e, confido, insieme all'anima che abitava quella libreria. E se trovate che le mie recensioni siano almeno un poco attendibili, sappiate che consiglio largamente e con tutto il mio essere di lettrice anche questa libreria.
Ma via, iniziamo.

Intervista con Alessandro Lana, libraio.

Da dove viene il nome della libreria, Il terzo luogo?

Quattro anni fa è uscito un libro, Le piazze del Sapere. Parlava delle nuove biblioteche che si stavano formando, non soltanto archivi o depositi di libri per consultazione, ma anche luogo di socialità e d'incontro, luoghi di cultura, teatro, musica, a volte anche con possibilità di ristorazione... Diventava, come dire, un 'terzo luogo', secondo una definizione sociologica che vuole come primo luogo la casa, il secondo il lavoro e il terzo uno spazio ulteriore che riprende un po' casa, un luogo di elezione in cui ci si trova a proprio agio in compagnia di persone non ancora conosciute, in cui ci si ritrova per fare cose che si amano. Banalmente, attorno a un tavolo, come in una caffetteria...
Poi beh, c'è un discorso sociologico che parte dagli Stati Uniti. Oggi gli Starbucks si definiscono i terzi luoghi dove bere il caffè. Volevamo fare anche noi qualcosa del genere, ma non è stato possibile, per via dei regolamenti troppo stringenti.

Quali sono state le sue esperienze precedenti in questo campo?

In campo libreria, beh, sono stato nell'Arci come presidente di circolo, gestivo una piccola biblioetca con libri regalati, presentazioni e incontri con autori, in qualche caso anche vendita... Poi però ho cominciato a lavorare prima in ambito commerciale in una casa editrice e poi ho iniziato in una libreria in centro a Torino. Non sono tantissime, ma...

Qualche progetto a Torino?

Stiamo per rilevare questa piccola libreria in via Po vicino alla Mole, per creare una libreria che sia anche luogo d'incontro e sede di un'associazione francofila. Sarà improntata sia sulla proposta delle novità ma anche sul concetto di libro fisico come 'bello'. Recuperare la bellezza del libro, reminders d'alto livello, d'arte ma non solo. Libri come la Corraini. Il discorso materico del libro. E subito dopo collaboreremo all'apertura di una libreria di quartiere con altre persone, in zona Borgo d'Ora.

Come siete stati accolti dal pubblico?

Beh, considerando che siamo arrivati dal nulla e che non conoscevamo nessuno, non avevamo appoggio, niente di niente, direi bene. Già in questi 3-4 anni fa abbiamo costruito piano piano molta curiosità e attrazione. Contare quanti fossero i clienti, molti o pochi, è difficile dirlo. Ma un certo numero di persone cercava di avvicinarsi, anche per la particolarità del negozio. Pare che sia accogliente, per l'atmosfera, ma anche per le proposte che riguardavano gli incontri, le attività promosse... e poi magari quelli un po' più esigenti che chiedevano libri particolari, che qui potevano trovare quello che cercavano, anche attraverso l'ordinazione. Non ho fatto nulla di speciale. Negli anni abbiamo creato un giro discreto, però in questo difficile periodo economico anche Sarzana ha perso la forza commerciale, turistica e attrattiva. E lo paghiamo tutti.

Come avviene la scelta dei libri?

Normalmete alle librerie di catena, così come a molte librerie indipendenti, i libri arrivano preoconfezionati. Loro segnalano le vendite e in automatico arrivano i rifornimenti in base al venduto. Raramente riescono a proporre, non scelgono più i libri che arrivano. Invece noi li scegliamo, in parte anche su segnalazione dei clienti.

Qui avete molti libri di case editrici piccole e poco conosciute...

Alcune case editrici si propongono, altre siamo noi a cercarle, in certi casi le propongono i distributori. Avremmo voluto averne di più, ma è un lavoro un po' complicato, è difficile. Comunque ci siamo trovati bene quasi con tutte.

Qualche considerazione sulla condizione dell'editoria in Italia?

L'itala è uno dei paesi occidentali che legge di meno. Io vengo dal sud, lì ci sono ragazzi che non sanno neanche cosa sia una libreria. Uno dei problemi maggiori è il fatto che ci siano poche librerie. Non chiudono perché sono troppe, ma perché sono pochissime. Più librerie ci sono e più libri si vendono. In Italia il problema è la concentazione che c'è tra produzione, distribuzione e dettaglio. Ci sono dei gruppi che dettano le regole del mercato, gruppi come Mondadori e Feltrinelli che controllano tutto e quindi hanno un potere enorme. Questo comporta il fatto che le librerie indipendenti siano state appena scavalcate di numero dalle librere di catena. Stiamo andando verso l'omologazione totale delle proposte e una fetta importante di lettori resterà insoddisfatta.

Quale dovrebbe essere secondo lei il ruolo del libraio?

Il ruolo del libraio soprattutto oggi dovrebbe essere più che mai quello di filtro tra il libro e il lettore. Dare al libro quel valore in più che non si trova al supermercato. Deve consigliare, suggerire, intuire le preferenze del cliente e dargli un servizio sempre elevato in modo tale che non sia tentato da uno sconticino in più ad andarselo a prendere su Internet o in catena. Che anche in certe librerie di catena il servizio può essere ottimo, ma sappiamo che talvolta non è così. Spesso non vi si trova un libraio vero dentro, né un commesso veramente preparato. Non è una figura che si inventa dall'oggi al domani, no?



L'intervista finisce qui e io mi guardo bene dall'aggiungere altro.
A presto.

mercoledì 28 novembre 2012

Due parole su Hunger Games di Suzanne Collins


… ma non certo una recensione. Che senso avrebbe? È una serie che conosciamo tutti, il cui tema portante alla Battle Royal ci è stato instillato chiaramente da mesi di fotogrammi e citazioni. Perfino io, che di norma evito gli spoiler come fossero infetti, sapevo del 'Mi offro volontaria!' e di cosa questo comportasse. Fortunatamente sono riuscita a evitare tutto il resto, perciò la lettura di Hunger Games è stata per me una continua sorpresa, più o meno in tutto. Non avevo idea di chi sarebbe sopravvissuto, né di cosa sarebbe seguito ai giochi. E ne sono lieta, perché in questo modo ho potuto assaporare appieno la serie, come temo che tanti altri non abbiano fatto.
Ribadisco, non voglio parlare della trama. Però qualcosa lo devo pure dire, no? Considerando che la lettura è stata tanto intensa da impedirmi di fare qualsiasi cosa tranne leggere. Un breve intervallo ieri sera, per cenare brevemente con la mia coinqui-amica – gli occhi persi nell'Arena, mentre inghiottivo – e poi di nuovo a leggere fino a tardi, finchè gli occhi non bruciavano troppo per andare avanti. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava una cosa così.
Certo, la storia non è priva di difetti. Soprattutto nei finali, che sembrano sempre un po' tirati via, troppo veloci. Scene cui avrei voluto poter assistere e che invece vengono segnalate giusto con qualche riga. Però cavolo, questo non toglie che sia stata una lettura intensa. Terribilmente intensa.
In realtà volevo scrivere questo piccolo e un po' inutile post perché non sono pochi quelli che confondono Hunger Games come una specie di Twilight senza vampiri. Che li affiancano quando si lamentano di una letteratura povera di contenuti, tutta lacrimucce e salamelecchi. E... e no. Proprio no. Questa serie è piena di rabbia, di rivolta, di sangue che brontola e brucia sotterraneo. Non posso dire che lo stile sia eccelso o che i personaggi siano tutti magistralmente costruiti o che la trama non abbia qualche squarcio qua e là. Però merita di essere letta comunque. La capacità di Katniss di inchiodarmi alle pagine è stata inaspettata e folgorante. E i suoi argomenti non si riducono ad una storia d'amore e qualche incerto combattimento. Ammetto però che, dopotutto, il trailer aveva confuso anche me, con tutti quei faccini puliti, le strade ordinate, non una goccia di sangue. Non so nel film, ma nel libro il sangue sgorga a fiotti. Il Forno. I bambini che muoiono di fame. I minatori.
Concludo con quanto mi ha portato a prendere in considerazione la lettura di Hunger Games. Mesi fa ero in aeroporto e attendevo trepidante l'arrivo di mia sorella. Che forse ha contribuito con la sua sola esistenza a farmi piangere, pensando a Katniss e Prim. Fosse capitato a noi, forse ci saremmo ammazzate nel tentativo di salvarci a vicenda. Comunque, ero in aeroporto e l'aspettavo. Quando ad un certo punto, la ragazza seduta di fronte a me comincia a piangere. Una ragazza inglese, di circa vent'anni, che singhiozza mentre legge Hunger Games. E, ancora più importante, mentre piange, non smette di leggere.
Quindi, beh, era un deciso invito alla lettura. Grazie, sconosciuta ragazza dell'aeroporto. Le tue lacrime non sono andate sprecate. E adesso posso tornare a vivere come un essere umano al di fuori di quelle pagine.

lunedì 26 novembre 2012

La ragazza gigante della Contea di Aberdeen - Tiffany Baker


Avevo sentito parlare parecchio, di questo libro. Me lo trovavo spesso davanti in libreria, recensioni entusiastiche colme di elogi... eppure non mi sono mai decisa a comprarlo. Soltanto per il prezzo, 18,90 euro, che per un'autrice sconosciuta mi pareva un po' esagerato. Poco importa se sul sito della casa editrice fossero disponibili le prime pagine gratis, ci sono libri che partono in quarta e poi deludono nel giro di pochi capitoli. E poi, voglio dire, sono ligure.
Tutto questo preambolo per dire che, ora che l'ho letto, posso dire che i miei dubbi erano immotivati. La ragazza gigante della Contea di Aberdeen di Tiffany Baker, edito dalla ZERO91 nel 2001 e tradotto da Romina Valenza, è un libro straordinario. È scritto bene, congegnato meglio, i personaggi sono ottimamente costruiti e soprattutto splendidamente mostrati. La voce di Truly, protagonista e narratrice, procede calma e delicata, nonostante quanto racconta non abbia nulla di dolce. Non ci sono colpi di scena esagerati, adrenalina o inseguimenti, eppure non mi sono annoiata nemmeno per un attimo. Dalla prima all'ultima pagina, il flusso della storia è stato costantemente scorrevole, mai un intoppo né uno sbuffo.
Ma veniamo alla trama. Ambientato intorno agli anni '60-'70, il romanzo parte dalla fine, dal funerale di Robert Morgan, di cui Truly si è presa cura fino all'ultimo. Accanto a lei l'amica Amelia e tutto attorno la popolazione di Aberdeen. Nonostante l'occasione formale, c'è chi non si lascia scappare l'occasione per rigettare irrisione e battutacce sulla gigantesca Truly. Nel corso del libro non ci viene mai data una misura precisa né del suo peso né della sua altezza, soltanto vivide descrizioni delle sue enormi mani callose e della sua carne debordante. Sappiamo che è alta più di un uomo molto alto, che è in grado di sollevare un divano senza alcuno sforzo, che ha spalle larghe e forti.
Dal funerale di Robert Morgan, Truly torna al principio. Alla madre che muore di parto nel darla alla luce, al padre che cerca di prendersi cura di lei e della sorella maggiore di due anni, la perfetta Serena Jane. Due bambine agli antipodi, un mostricciattolo che cresce a dismisura e una fatina troppo bella per essere vera. Gli sforzi nel vestirla e cercarle una sistemazione quando il padre deve andare al lavoro, la scuola, il passato di Truly e di chi ne faceva parte, raccontato con dovizia di particolari, come se la protagonista avesse accesso ai moti interiori altrui. Come se avesse ricomposto un complicato puzzle per poi spiegarcene ogni singolo pezzo.
Uno degli aspetti che ho più apprezzato di questa lettura è stato il modo in cui è stato presentato un evento a metà del libro, un punto in cui la storia prende una piega totalmente nuova e imprevista, pur non rinunciando alla sua voce delicata. Quell'accadimento di cui la Baker ci aveva avvertiti più volte, spargendo indizi qua e là lungo le pagine, però senza sottolinearli nel tentativo di mascherarli. Sapete, la storia del nascondere una cosa mettendovela sotto il naso, no? Un classico. Però un classico difficile da riprodurre. Quindi, tutti i miei complimenti all'autrice.
È la storia di una ragazza considerata un mostro, di un'emarginata, di una 'sfortunata' in una piccola città. E questo non ha nulla di originale. Però forse lo è il fatto che Truly sia davvero, a primo impatto, una visione almeno sconcertante. È strana, gigante, enorme. Non è il classico personaggio fisicamente perfetto che tutti odiano per chissà quale motivo. Non è sfrontata o troppo bella o troppo intelligente. Dentro, è tanto normale che potrebbe risultare noiosa, se non fosse per quello che la deformità le ha fatto germogliare nell'animo. Ma fuori rimane la ragazza gigante. Inconcepibilmente, per quel suo tono calmo.
Non mi va di narrare troppo della trama o dei suoi personaggi. La matassa degli eventi si srotola lentamente, certi avvenimenti importanti che meriterebbero d'essere citati si scoprono troppo avanti perché io mi senta di parlarne.
Ve lo consiglio. Molto. Con decisione. Con la forza di un gigante.

venerdì 23 novembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #5


Non vale, c'è troppo sole. Non siamo forse a fine Novembre? Dove sono le mie nubi burrascose? E il mio cielo plumbeo? Cos'è tutta 'sta luce cinguettante? Non sono questi i patti che nessuno ha stipulato con chiunque governi le stagioni. Questa è inadempienza. Datemi le mie piogge e i miei tuoni e nessuno si farà male.

Di tutte le ricchezze – Stefano Benni – Feltrinelli Editore, 2012

E si sa che io Benni lo adoro. Ne avevo parlato diffusamente qui, perciò non credo sia il caso di sviscerarlo ancora una volta. Però il libro mi è piaciuto troppo per non parlarne almeno un poco, capite? Ecco, qui si ritrova, come spesso accade, uno dei temi portanti di Benni. Il paesino. Però stavolta è un paesino vissuto dall'esterno, da un professore settantenne che ha deciso di sottrarsi alla vita mondana rifugiandosi in una casupola appartata, immersa in un bosco. Si chiama Martin, ha un cane di nome Ombra e i capelli candidi. Gode di una discreta fama per aver scoperto un poeta locale, definito talvolta maledetto o naif, chiamato Il Catena, morto suicida in un manicomio. Le sue poesie sono un piacevole intermezzo tra un capitolo e l'altro, mai invadenti e quasi sempre significative. Non sono una grande amante della poesia, però ogni tanto un volume di Rilke o di Rimbaud lo vado a recuperare. E potendo andrei a recuperarne anche uno del Catena.
E poi arriva questa giovane coppia di città a spodestare il quieto isolamento di Martin. Lui un inetto rompiscatole e lei bionda e meravigliosa, una secchiata di ricordi gelidi sulla testa candida dell'anziano professore. La leggenda di una donzella suicidatasi in un lago nelle vicinanze, narrata in mille modi e da mille bocche. La naturalezza con cui Martin dialoga con gli animali, filtrando un poco di fantasia dalla sua testa fino al mondo esterno, come balsamo contro la solitudine.
Come faccio a non consigliarlo?
Che poi alla Feltrinelli va il mio plauso per ulteriori motivi, quelli che mi rendono degna d'essere chiamata 'ligure'. Il prezzo. Le prime edizioni variano dai 15 ai 16 euro, mi pare, una differenza anche di 5-6 e in qualche caso 7-8 soldoni rispetto a tante case editrici. Ne cinguettavo qui, tempo fa, di quest'argomento che mi sta tanto a cuore.

Prove per un incendio – Shalom Auslander – traduzione di Elettra Caporello - Guanda Editore, 2012

Anche di Auslander avevo già parlato, in una delle mie primissime recensioni, dedicata al suo primo libro, Il lamento del prepuzio, ve lo linko qui. Questo libro è dissacrante, più per lui che l'ha scritto che per noi che lo leggiamo, probabilmente. Perché Auslander è un ebreo americano e in Prove per un incendio parla di Anna Frank. E come ne parla.
Diciamo che c'è quest'uomo, Solomon Kugel, reso barbaramente ipocondriaco dalla nascita del figlio, ossessionato dalle 'ultime parole' pronunciate in punto di morte da gente famosa. A corto di denaro, con un inquilino pagante insopportabile e la madre vittimista e oltremodo invadente a peggiorare la sua situazione matrimoniale. Diciamo che quest'uomo un giorno sale in soffitta, deciso a trovare la fonte del cattivo odore che provoca tante lamentele nell'inquilino e trova una vecchietta rattrappita, nascosta dietro un cumulo di scatoloni, intenta a scrivere su un computer. E questa vecchietta asserisce di essere Anna Frank.
Bisogna avere fantasia, eh?
Ve lo consiglio. Fortemente.  

martedì 20 novembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #4

Scendere a casa di mia madre è un po' come varcare una soglia spazio-temporale. Quando sono qui il tempo mi scivola addosso come fosse aria, tutto rallenta o si ferma e le ore perdono sostanza. Di norma mi ci vogliono tre-quattro giorni per abituare le sinapsi a questo tempo-melassa, perciò capirete la mia reiterata assenza dal blog. E dire che ultimamente postavo con tanta costanza...
Ad ogni modo!

I pirati dell'Oceano Rosso – Scott Lynch – traduzione di Anna Martini – Editrice Nord, 2008

In realtà non posso scrivere una vera e propria recensione di questo libro, neanche breve o 'poco impegnativa'. Finirei per spoilerare di brutto quanto accade nel volume che lo precede, Gli Inganni di Locke Lamora, amorevolmente recensito qui. Eppure non potevo neanche tacere sulla sua bellezza, sulla sua potenza. Voglio dire, è scritto in maniera impeccabile e tradotto meravigliosamente. A tinte fantasy, ma non troppo, che del fantasy classico c'è poco e nulla. L'amica che me l'ha regalato – e che avrà sempre la mia gratitudine per questo – ha scritto una piccola dedica, 'Donne pirata e gatti... cosa c'è di meglio?'. E io sono ben d'accordo con lei. Ma segnalo, poiché devo, quanto più adoro della scrittura di Scott Lynch, ovvero il fatto che scriva anche di quanto non è necessario. Descrive non soltanto le cadute, ma anche e soprattutto il doloroso tentativo di rialzarsi. Non ha fretta, vuole raccontare per bene chi siano i suoi personaggi. E ci riesce. E adoro i dialoghi. Il modo in cui i Bastardi Galantuomini continuano a punzecchiarsi e prendersi in giro, sempre in maniera così credibile e divertente. Ci sono delle scene che mi hanno fatta scoppiare a ridere e altre che mi hanno fatta sinceramente piangere.
Di più non posso dire, se non che spero nell'ultima data annunciata per l'uscita del seguito, The Republic of Thieves, che dovrebbe vedere la luce nel Settembre del 2013. Speriamo.
Ma posso dirvi una cosa? Che sconvolge anche me, eh. Attendo più questo che il seguito delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. E io adoro le Cronache.

Tutte le famiglie sono psicotiche – Douglas Coupland – traduzione di Alfredo Colitto – Isbn Edizioni, 2012

Sono passati un po' di mesi, da quando ho letto questa piccola perla, eppure non ne ho mai parlato a dovere. Forse perché l'ho prestato immediatamente a lettura ultimata o forse perché ho continuato a rimandare. Sta di fatto che Coupland mi ha conquistata di brutto.
La storia gira attorno alla famiglia Drummond. C'è il figlio debosciato ma buono Wade, c'è la madre Janet, il padre Ted, cui la mezza età ha stroncato le risorse cerebrali e che adesso sfoggia una moglie giovanissima che però.... Ah, e poi c'è la geniale Sarah, la figlia astronauta e nata senza una mano per colpa di alcuni farmaci presi dalla madre durante la gravidanza. E c'è Bryan, il terzo fratello, un depresso cronico suicidio-dipendente. E via così. Legami familiari e droga, aids e sensi di colpa. Divertente, ma non solo. Quando l'ho comprato credevo sarebbe stata una lettura un po' alla Palahniuk. Invece... ecco, forse il concepire la storia è un po' alla Palahniuk. Però il modo di trattarla e farla progredire è...
Oh, ecco perché non l'avevo mai recensito. È difficile farlo. Io ve lo consiglio. E aggiungo che ricordo di averne lodato la traduzione, mesi fa, quindi non dev'essere affatto male. Recentemente è uscito un altro libro di questo autore, sempre per la Isbn Edizioni, Dio odia il Giappone. E sarà mio.

venerdì 16 novembre 2012

La meccanica del cuore - Mathias Malzieu


E allora l'altro giorno mi ero portata dietro La meccanica del cuore di Mathias Malzieu. Ho fatto bene a portarmi anche dell'altro, visto che è stata una lettura assai più breve del previsto. Un'ora di viaggio e già avevo superato metà libro.
Edito in Francia nel 2007 da Flammarion, arrivato da noi pochi mesi fa grazie a Feltrinelli, tradotto – gloriosamente – da Cinzia Poli. Luc Besson ne trarrà un film, che io non vedo l'ora di vedere, perché già pregusto il capolavoro.
Ne avevo letto bene, davvero bene. Qualche lamentela per il finale – che pure a me è parso un finale/baggianata, ma non vi dico altro – ma per il resto coppe sciabordanti di complimenti e ammirazione. Io invece qualche difetto l'ho trovato. Però non voglio che pensiate che la lettura non sia stata piacevole, perché anzi, è stata veramente gradevolissima. Lo stile di Malzieu è stupendo. Adoro l'uso che fa delle figure retoriche, leggere questo libro è come invischiarsi in una lunghissima poesia. Perciò non vi sconsiglio affatto di leggerlo. Ma scendiamo nei particolari, via.
La trama la conoscerete un po' tutti. Inizialmente ambientato a Edimburgo, dove una vecchia simil-strega di nome Madeleine aiuta chi è troppo povero per potersi curare da 'veri' medici. Fa partorire le prostitute, sostituisce gambe, occhi o spine dorsali con protesi meccaniche. Lei e il suo gatto con gli occhialini. È il protagonista, il neonato Jack, a narrare tutta la storia, in prima persona, dal tragitto percorso dalla madre in mezzo alla neve – la notte più fredda di tutti i tempi – per arrivare alla casupola di Madeleine, fino alla fine. Il piccolo Jack ha però il cuore ghiacciato, scopre Madeleine, per colpa del gelo. Congelato e troppo debole. Lo integra allora con il meccanismo di un orologio, per riuscire a farlo funzionare. Jack sopravvive, ma dovrà essere ricaricato spesso e dovrà stare molto attento a non provare emozioni troppo forti, perché il meccanismo potrebbe non reggere. Passano gli anni, la madre di Jack è scomparsa subito dopo la nascita del figlio e Madeleine funge anche da orfanotrofio, tenendo con sé i bambini non voluti e offrendoli alle coppie desiderose di figli. Jack vorrebbe essere adottato, ma nessuno vuole un figlio che ticchetta dal petto. E così rimane con Madeleine. E a 11 anni appena compiuti, la donna accetta di portarlo per la prima volta in città, dove incontreranno una bambina con la voce di uccellino che canta ma non vede nulla. E Jack, dopo aver cantato insieme a lei, avrà un terribile malore per colpa dell'emozione troppo forte. Sarà dopo quest'incontro che Madeleine gli appenderà sul letto le tre regole che occhieggiano dal retro della copertina:

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

Però Jack vuole rivedere la bambina, di cui si è follemente innamorato e allora... e allora la trama va avanti. Ad un certo punto accadranno cose. E ci sarà un viaggio. Ma sulla trama ho detto fin troppo. Veniamo alle cose che mi hanno lasciata un po' dubbiosa.
Tanto per cominciare, gli eventi paiono troppo slegati tra loro. Intuiamo una connessione tra gli accadimenti e il presente, eppure non c'è un filo che riunisca insieme tutti gli elementi. In un certo senso, credo che questo libro avrebbe funzionato molto meglio come raccolta di racconti dedicati ad uno stesso personaggio. Magari con uno stesso fulcro centrale, la ricerca della bambina cantante sempre sullo sfondo, però non necessariamente connessi gli uni agli altri. Un po' come Zia Mame di Patrick Dennis, per capirci. Un'altra cosa che non mi ha convinta sono gli incontri. Che senso ha avuto fare incontrare a Jack, Jack lo Squartatore? Non lo porta a nessuna consapevolezza, non ha ripercussioni sulla trama, funge vagamente da riempitivo, però non mi ha detto altro. Forse è proprio da quell'episodio che ho cominciato a pensare che La meccanica del cuore sarebbe stato una raccolta di racconti slegati meravigliosa... voglio dire, un incontro del genere meriterà pure di diventare il centro di un racconto, no? E invece non vale quasi nulla.
Altro – a mio avviso – difettuccio sono i dialoghi. Si arriva al succo troppo in fretta e non necessariamente. Non c'è alcuna naturalezza. Nessuno si metterebbe a disquisire di argomenti così profondi partendo dal nulla. Discorsi troppo intensi ed espliciti per risultare credibili. Mi ha fatto ripensare a uno dei motivi per cui ho adorato tanto L'ombra del vento di Zafòn, ovvero l'assoluta plausibilità dei dialoghi e delle situazioni, unita ad un intreccio intenso e innaturale. Mi spiace che Malzieu non abbia tentato di rendere le situazioni più verosimili, pur con quella sua impronta particolare.
Inoltre, trovo che i personaggi secondari siano 'troppo' secondari. Funzionali alla trama fino all'osso, pare esistano soltanto per fare andare avanti la storia e condurre il protagonista fino alla fine della vicenda. Non dico che non siano caratterizzati, vengono anzi colorati, quasi estremizzati nelle loro prerogative. Però si sente che non esisterebbero affatto, se non fosse per Jack, ecco.
Non parlerò del finale, perché non ne parlo mai. Non vi dirò se si tratti di un finale aperto, di un lieto fine o di una brutta fine. Vi dico solo che 'no'. Non mi hai convinta, Malzieu. E non ho affatto apprezzato quello 'strappo', né mi pare plausibile quella cosa.
E quindi, ribadisco quanto detto in precedenza. Non privatevi di questa lettura per i difetti che ho elencato, perché riesce comunque ad essere veramente piacevole.